Inter: futuro dagli occhi a mandorla, ma Moratti ha segnato un’era

E quindi l’Inter da ieri si è spostata ancora più a oriente: dopo aver messo gli occhi a mandorla diventando indonesiana quasi tre anni fa, ecco che perde quel poco di sangue italiano – e nerazzurro – che gli era rimasto, con i cinesi della Suning che rilevano la maggioranza e Moratti che cede il suo pacchetto di minoranza a Thohir.

inter moratti thohir
Moratti con l’uomo a cui ha passato il testimone tre anni fa: Erik Thohir

Passaggio che segna la fine di un’era, quella romantica, e dopo due anni di preparazione, l’inizio di quella del calcio business a 360 gradi.

Quello di cui l’Inter aveva bisogno, quello di cui molte società italiane avrebbero bisogno per rilanciarsi, dopo essere rimaste troppo indietro negli ultimi dieci anni.

Moratti dopo aver speso fortune incommensurabili per amore della Sua squadra aveva mollato, prima di tutto mentalmente, un paio di minuti dopo che Zanetti aveva alzato quella coppa al cielo di Madrid sei anni fa.

Nonostante una gestione societaria per certi versi scellerata ed irresponsabile a Moratti comunque andrebbe fatto un monumento: col suo passaggio di consegne definitivo, il 6 giugno 2016, finisce una delle ere più gloriose della storia della società, a dispetto di quello che vogliono far passare gli antisportivi, perché in questi ventuno anni l’Inter ha vinto 16 trofei, e anche se 15 di questi sono stati concentrati in soli sei anni non sono assolutamente pochi, specie per il loro valore, Champions League del 2010 su tutti, senza dimenticare i 5 scudetti di fila dal 2006 al 2010.

moratti_mondiale_club
Moratti raggianti con i suoi giocatori ad Abu Dhabi dopo la conquista del Mondiale per Club, dicembre 2010

Perché certi successi sono arrivati solo grazie all’amore sconfinato di Moratti e della sua famiglia per questa squadra, una squadra dove loro avevano fatto la storia, e da famiglia più fortunata di tanti altre famiglie interiste, si sono messi al servizio del club, per riportarlo ai fasti che avevano vissuto nella loro giovinezza da spettatori privilegiati, quando al comando c’era il grande magnate Angelo.

È quasi impossibile conteggiare quanto denaro Moratti abbia investito nell’Inter, forse troppo, ma quello che è certo è che per tutta la sua gestione i tifosi hanno sognato e si sono sentiti rappresentati da Uno di Loro, uno a cui leggevi negli occhi la gioia sincera nell’esultanza dopo un gol, o nell’accogliere il giocatore più forte del mondo, Ronaldo, dopo averlo strappato al Barcellona pagando l’intera clausola rescissoria, un segnale di potenza e di ambizione dopo soli due anni di presidenza.

Sappiamo tutti come mai l’Inter nei primi dieci anni della sua presidenza ha potuto alzare solo una Coppa Uefa, comunque prestigiosissima all’epoca: certo, di errori nella gestione ne sono stati fatti tanti, fin troppi, ma i successi non erano arrivati non solo per quello, certe immagini erano sotto gli occhi di tutti, l’evidenza non si può negare, così come non si possono negare le innumerevoli condanne sportive per coloro che sono stati protagonisti di certi scempi, sportivi e non.

inter moratti
Moratti portato in trionfo dai suoi giocatori dopo la conquista della Coppa Uefa al Parc des Princes, maggio 1998

Moratti ha avuto anche il merito di non farsi coinvolgere in certi malaffari, purtroppo frequenti in Italia, consigliato anche da una persona splendida come Facchetti, a cui aveva ceduto il timone di presidente quando era stufo di esporsi e di ricevere tante, fin troppe critiche. Critiche che spesso gli arrivano anche per non avere amici nei piani alti, sia della federazione che della comunicazione.

Ma il destino è beffardo, e Giacinto è venuto a mancare proprio all’inizio del ciclo vincente dell’Inter, a tanti interisti piace pensare che sia lui che Peppino Prisco spesso ci abbiano messo lo zampino in quegli anni trionfali, magari mettendo in rete un pallone come quello di Sneijder a Kiev o deviandone un altro sulla traversa come quello di Drogba a San Siro.

Per i meno credenti e suggestionabili, sicuramente il suo spirito e la sua idea di calcio hanno guidato Moratti e la società verso i successi di quel lustro.

Per anni Moratti ha assecondato i capricci dei suo tecnici, si è tolto qualche sfizio suo, ha coccolato i suoi giocatori come figli, e ha gestito l’Inter come una grande famiglia: questo ha portato a tanti successi, ma ha portato anche a un quasi fallimento che solo un abile uomo d’affari come Thohir ha saputo evitare.

Probabilmente Massimo aveva staccato la spina quella sera, a Madrid, appena dopo aver raggiunto l’auge sportivo: avevano appena vinto quella coppa che lui e tutti gli interisti avevano sempre sognato, quella che lui e pochi altri nerazzurri avevano avuto il privilegio di vedere nella loro vita di tifosi, ma soprattutto quella con cui papà Angelo aveva fatto Grande l’Inter.

E quindi l’Inter da ieri si è spostata ancora più a oriente: dopo aver messo gli occhi a mandorla diventando indonesiana quasi tre anni fa, ecco che perde quel poco di sangue italiano - e nerazzurro- che gli era rimasto, con i cinesi della Suning che rilevano la maggioranza e Moratti che cede il suo pacchetto di minoranza a Thohir. Passaggio che segna la fine di un’era, quella romantica, e dopo due anni di preparazione, l’inizio di quella del calcio business a 360 gradi. Quello di cui l’Inter aveva bisogno, quello di cui molte società italiane avrebbero bisogno per rilanciarsi, dopo essere rimaste troppo indietro negli ultimi dieci anni. Moratti dopo aver speso fortune incommensurabili per amore della Sua squadra aveva mollato, prima di tutto mentalmente, un paio di minuti dopo che Zanetti aveva alzato quella coppa al cielo di Madrid sei anni fa. Nonostante una gestione societaria per certi versi scellerata ed irresponsabile a Moratti comunque andrebbe fatto un monumento: col suo passaggio di consegne definitivo, il 6 giugno 2016, finisce una delle ere più gloriose della storia della società, a dispetto di quello che vogliono far passare gli antisportivi, perché in questi ventuno anni l’Inter ha vinto 16 trofei, e anche se 15 di questi sono stati concentrati in soli sei anni non sono assolutamente pochi, specie per il loro valore, Champions League del 2010 su tutti, senza dimenticare i 5 scudetti di fila dal 2006 al 2010. Perché certi successi sono arrivati solo grazie all’amore sconfinato di Moratti e della sua famiglia per questa squadra, una squadra dove loro avevano fatto la storia, e da famiglia più fortunata di tanti altre famiglie interiste, si sono messi al servizio del club, per riportarlo ai fasti che avevano vissuto nella loro giovinezza da spettatori privilegiati, quando al comando c’era il grande magnate Angelo. È quasi impossibile conteggiare quanto denaro Moratti abbia investito nell’Inter, forse troppo, ma quello che è certo è che per tutta la sua gestione i tifosi hanno sognato e si sono sentiti rappresentati da Uno di Loro, uno a cui leggevi negli occhi la gioia sincera nell’esultanza dopo un gol, o nell’accogliere il giocatore più forte del mondo, Ronaldo, dopo averlo strappato al Barcellona pagando l’intera clausola rescissoria, un segnale di potenza e di ambizione dopo soli due anni di presidenza. Sappiamo tutti come mai l’Inter nei primi dieci anni della sua presidenza ha potuto alzare solo una Coppa Uefa- comunque prestigiosissima all’epoca: certo, di errori nella gestione ne sono stati fatti tanti, fin troppi, ma i successi non erano arrivati non solo per quello, certe immagini erano sotto gli occhi di tutti, l’evidenza non si può negare, così come non si possono negare le innumerevoli condanne sportive per coloro che sono stati protagonisti di certi scempi, sportivi e non. Moratti ha avuto anche il merito di non farsi coinvolgere in certi malaffari, purtroppo frequenti in Italia, consigliato anche da una persona splendida come Facchetti, a cui aveva ceduto il timone di presidente quando era stufo di esporsi e di ricevere tante, fin troppe critiche. Critiche che spesso gli arrivano anche per non avere amici nei piani alti, sia della federazione che della comunicazione. Ma il destino è beffardo, e Giacinto è venuto a mancare proprio all’inizio del ciclo vincente dell’Inter, a tanti interisti piace pensare che sia lui che Peppino Prisco spesso ci abbiano messo lo zampino in quegli anni trionfali, magari mettendo in rete un pallone come quello di Sneijder a Kiev o deviandone un altro sulla traversa come quello di Drogba a San Siro. Per i meno credenti e suggestionabili, sicuramente il suo spirito e la sua idea di calcio hanno guidato Moratti e la società verso i successi di quel lustro. Per anni Moratti ha assecondato i capricci dei suo tecnici, si è tolto qualche sfizio suo, ha coccolato i suoi giocatori come figli, e ha gestito l’Inter come una grande famiglia: questo ha portato a tanti successi, ma ha portato anche a un quasi fallimento che solo un abile uomo d’affari come Thohir ha saputo evitare. Probabilmente Massimo aveva staccato la spina quella sera, a Madrid, appena dopo che capitan Zanetti aveva alzato QUELLA coppa: quella che lui e tutti gli interisti avevano sempre sognato, quella che lui e pochi altri nerazzurri avevano avuto il privilegio di vedere nella loro vita di tifosi, ma soprattutto quella con cui papà Angelo aveva fatto Grande l’Inter. Quando ha raggiunto l’amatissimo padre nell’olimpo degli dei nerazzurri, Massimo ha mollato mentalmente, pago del grandissimo risultato raggiunto grazie ad anni di sacrifici, sforzi e passione, immensa passione. Anni dove in mezzo c’erano state anche arrabbiatture, malintesi, prese in giro e molte altre cose che forse una brava persona come lui, poco adatta a un mondo di squali come quella del calcio moderno, non avrebbe voluto vedere. Una persona che spesso ha chiuso gli occhi e si è tappata il naso di fronte a quel sudiciume ed è andata avanti per la sua strada, decisa, sapendo che prima o poi sarebbe stata ripagata. Un triplete in Italia non era riuscito a nessuno, e ancora nessuno ha eguagliato quell’impresa, ormai divenuta ossessione di altre società titolate, e questo Moratti può considerarlo un altro trionfo: aver generato questo tormento nella mente dei suoi più grandi rivali e far sì che si parli in continuazione di quello storico trionfo nerazzurro non è cosa da poco. Probabilmente la sua più grande intuizione, dopo aver preso Ronaldo anche per dare una scossa in termine di immagine e introiti pubblicitari all’Inter nell’ormai lontano 1997, è stata quella di arruolare fra le file nerazzurre un condottiero come José Mourinho: un passionale come lui, uno che respira calcio fin da bambino come lui, uno che non si fa condizionare da nulla come lui e tira avanti per la sua strada, come lui. Il feeling col portoghese è sempre stato pazzesco, e questo ha agevolato anche il coinvolgimento di José con i tifosi: risorsa preziosa nella conquista del triplete, perché San Siro in quegli anni era un fortino inespugnabile e pure i marziani prendevano batoste, vedi il Barcellona nella semifinale di Champions, aiutati da un tifo che sapeva creare un clima quasi surreale per non dire magico. Moratti probabilmente avrà riconosciuto in lui molte delle qualità del Mago Herrera, e nel momento in cui Mourinho sembrava dimenticato dai top club europei, ha messo a segno il colpo: il portoghese ha sempre dimostrato enorme riconoscenza per questo, e sia l’Inter che Massimo ne sono stati ampiamente ripagati, perché mai come in quei due anni José è stato quasi infallibile e mai come in quei due anni ha saputo creare intorno a sé un ambiente unito, solidale, per non dire granitico: i trionfi come il triplete in una società che non vince una Champions da quarantacinque anni non avvengono per caso. Quel trionfo però, paradossalmente, stava per segnare la fine dell’Inter per una serie di motivi: forse Massimo non aveva la stessa disponibilità economica degli anni precedenti, o forse era stufo di investirci ancora tutti quei soldi ad obiettivo raggiunto, forse pensava che ormai il suo lo aveva fatto, e sicuramente si è reso conto di non avere la mentalità adatta per stare al passo dei top club europei nel calcio di ora, per rifondare la società e farla camminare da sola seguendo nuove norme e parametri. Fino a quel momento chi l’aveva fatta camminare era lui, con la sua passione smisurata. Ma anche le belle favole hanno una fine e Moratti da persona intelligente si è fatto da parte quando ha capito che serviva altro, quando ha capito che serviva un astuto uomo d’affari come Thohir, uno capace di rinegoziare i debiti, di dare una struttura e un’impronta societaria sicuramente più adatte al calcio di ora, uno che quando si è reso conto che la strada era più tortuosa di quanto immaginato ha cercato investitori che potessero aiutarlo a finire il percorso intrapreso: il suo lavoro precedente è stato così eccelso che la Suning ha deciso di prendere il pacchetto di maggioranza, non quello di minoranza come era inizialmente previsto. Forse Thohir questa mossa l’aveva programmata da tempo, chissà, ma è stata comunque geniale, da vero businessman navigato. Ora l’Inter avrà finalmente l’occasione di avvicinarsi di nuovo al calcio che conta, di tornare dopo anni sulle platee internazionali che gli competono, avrà l’occasione di espandere il proprio marchio nei paesi che spingono maggiormente l’economia al momento, avrà l’occasione di evolversi ulteriormente come società. Potrà diventare un club all’altezza del Real Madrid, del Barcellona, del Bayern, del Chelsea, del Manchester United: non solo dal punto di visto sportivo, ma anche e sopratutto dal punto di vista organizzativo e finanziario. Potrà, in poche parole, diventare una nuova potenza del calcio mondiale. Magari ai cinesi della Suning non brilleranno gli occhi a un gol di Icardi e non si fermerà il cuore per un’incertezza del difensore davanti alla linea di porta, ma sicuramente la loro ambizione di espandersi nel mercato europeo e di dimostrarsi all’altezza della situazione li spingeranno nella direzione giusta. Non ci metteranno la passione di Moratti, ma ci metteranno le competenze, e probabilmente altri soldi. Gli interisti romantici, quelli che sono ancora legati al calcio di una volta e ai presidenti mecenati alla Moratti, che oltre ai soldi ci mettono tutto il loro cuore, quello che appartiene alla loro SQUADRA, magari storceranno un po’ la bocca, ma questo era l’unico modo per riprendersi la vera Inter, per riportare l’Inter a essere grande: i trionfi come il triplete sono cronologicamente vicini ma calcisticamente lontani, perché nello sport e nel mondo di Facebook e Whatsapp tutto viaggia a mille all’ora. Moratti si è fatto da parte formalmente, ma in questi due anni di transizione sicuramente chi ha avuto modo di lavorare con lui ha capito cosa sia la passione per questa squadra, perché stando accanto a lui è impossibile non capirlo. Come lui stesso ha detto, non è un vero addio, perché “Si dice addio a qualcosa solo quando si lascia anche col cuore”. Gli interisti sperano che un po’ di questo cuore nerazzurro sia rimasto in società: i loro soci fondatori sarebbero fieri del fatto che ora sono più fratelli del mondo e più Internazionali che mai e i nuovi proprietari devono fare anche in modo che lo spirito di Moratti, nerazzurro DOC, non muoia mai, perché senza un po’ di passione non si arriva da nessuna parte, specie nel calcio.

Quando ha raggiunto l’amatissimo padre nell’olimpo degli dei nerazzurri, Massimo ha mollato mentalmente, pago del grandissimo risultato raggiunto grazie ad anni di sacrifici, sforzi e passione, immensa passione. Anni dove in mezzo c’erano state anche arrabbiature, malintesi, prese in giro e molte altre cose che forse una brava persona come lui, poco adatta a un mondo di squali come quella del calcio moderno, non avrebbe voluto vedere. Una persona che spesso ha chiuso gli occhi e si è tappata il naso di fronte a quel sudiciume ed è andata avanti per la sua strada, decisa, sapendo che prima o poi sarebbe stata ripagata.

Un triplete in Italia non era riuscito a nessuno, e ancora nessuno ha eguagliato quell’impresa, ormai divenuta ossessione di altre società titolate, e questo Moratti può considerarlo un altro trionfo: aver generato questo tormento nella mente dei suoi più grandi rivali e far sì che si parli in continuazione di quello storico traguardo nerazzurro non è cosa da poco.

Probabilmente la sua più grande intuizione, dopo aver preso Ronaldo anche per dare una scossa in termine di immagine e introiti pubblicitari all’Inter nell’ormai lontano 1997, è stata quella di arruolare fra le file nerazzurre un condottiero come José Mourinho: un passionale come lui, uno che respira calcio fin da bambino come lui, uno che non si fa condizionare da nulla come lui e tira avanti per la sua strada, come lui. Il feeling col portoghese è sempre stato pazzesco, e questo ha agevolato anche il coinvolgimento di José con i tifosi: risorsa preziosa nella conquista del triplete, perché San Siro in quegli anni era un fortino inespugnabile e pure i marziani prendevano batoste, vedi il Barcellona nella semifinale di Champions, aiutati da un tifo che sapeva creare un clima quasi surreale per non dire magico.

inter mourinho moratti
Un feeling speciale quello fra Massimo Moratti e José Mourinho, che a portato a un trionfo storico come il Triplete

Moratti probabilmente avrà riconosciuto in lui molte delle qualità del Mago Herrera, e nel momento in cui Mourinho sembrava dimenticato dai top club europei, ha messo a segno il colpo: il portoghese ha sempre dimostrato enorme riconoscenza per questo, e sia l’Inter che Massimo ne sono stati ampiamente ripagati, perché mai come in quei due anni José è stato quasi infallibile e mai come in quei due anni ha saputo creare intorno a sé un ambiente unito, solidale, per non dire granitico: i trionfi come il triplete in una società che non vince una Champions da quarantacinque anni non avvengono per caso.

Quel trionfo però, paradossalmente, stava per segnare la fine dell’Inter per una serie di motivi: forse Massimo non aveva la stessa disponibilità economica degli anni precedenti, o forse era stufo di investirci ancora tutti quei soldi ad obiettivo raggiunto, forse pensava che ormai il suo lo aveva fatto, e sicuramente si è reso conto di non avere la mentalità adatta per stare al passo dei top club europei nel calcio di ora, per rifondare la società e farla camminare da sola seguendo nuove norme e parametri. Fino a quel momento chi l’aveva fatta camminare era lui, con la sua passione smisurata.

Ma anche le belle favole hanno una fine e Moratti da persona intelligente si è fatto da parte quando ha capito che serviva altro, quando ha capito che serviva un astuto uomo d’affari come Thohir, uno capace di rinegoziare i debiti, di dare una struttura e un’impronta societaria sicuramente più adatte al calcio di ora, uno che quando si è reso conto che la strada era più tortuosa di quanto immaginato ha cercato investitori che potessero aiutarlo a finire il percorso intrapreso: il suo lavoro precedente è stato così eccelso che la Suning ha deciso di prendere il pacchetto di maggioranza, non quello di minoranza come era inizialmente previsto. Forse Thohir questa mossa l’aveva programmata da tempo, chissà, ma è stata comunque geniale, da vero businessman navigato.

inter
Zhang Jindong, nuovo socio di maggioranza dell’Inter, durante la conferenza che ha annunciato l’accordo a Nanchino lunedì scorso

Ora l’Inter avrà finalmente l’occasione di avvicinarsi di nuovo al calcio che conta, di tornare dopo anni sulle platee internazionali che gli competono, avrà l’occasione di espandere il proprio marchio nei paesi che spingono maggiormente l’economia al momento, avrà l’occasione di evolversi ulteriormente come società. Potrà diventare un club all’altezza del Real Madrid, del Barcellona, del Bayern, del Chelsea, del Manchester United: non solo dal punto di visto sportivo, ma anche e sopratutto dal punto di vista organizzativo e finanziario. Potrà, in poche parole, diventare una nuova potenza del calcio mondiale. Magari ai cinesi della Suning non brilleranno gli occhi a un gol di Icardi e non si fermerà il cuore per un’incertezza del difensore davanti alla linea di porta, ma sicuramente la loro ambizione di espandersi nel mercato europeo e di dimostrarsi all’altezza della situazione li spingeranno nella direzione giusta. Non ci metteranno la passione di Moratti, ma ci metteranno le competenze, e probabilmente altri soldi.

Gli interisti romantici, quelli che sono ancora legati al calcio di una volta e ai presidenti mecenati alla Moratti, che oltre ai soldi ci mettono tutto il loro cuore, quello che appartiene alla loro squadra, magari storceranno un po’ la bocca, ma questo era l’unico modo per riprendersi la vera Inter, per riportare l’Inter a essere grande: i trionfi come il triplete sono cronologicamente vicini ma calcisticamente lontani, perché nello sport e nel mondo di Facebook e Whatsapp tutto viaggia a mille all’ora.

Moratti si è fatto da parte formalmente, ma in questi due anni di transizione sicuramente chi ha avuto modo di lavorare con lui ha capito cosa sia la passione per questa squadra, perché stando accanto a lui è impossibile non capirlo.

Come lui stesso ha detto, non è un vero addio, perché “Si dice addio a qualcosa solo quando si lascia anche col cuore”.

I tifosi dell’Inter sperano che un po’ di questo cuore nerazzurro sia rimasto in società: i loro soci fondatori sarebbero fieri del fatto che ora sono più fratelli del mondo e più Internazionali che mai e i nuovi proprietari devono fare anche in modo che lo spirito di Moratti, nerazzurro DOC, non muoia mai, perché senza un po’ di passione non si arriva da nessuna parte, specie nel calcio.

moratti inter
Moratti festeggia con i tifosi lo scudetto conquistato a Siena, il secondo di Mancini, aprile 2007

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *