Innovazione basca: Aymeric Laporte

Nel calcio moderno è difficile trovare identità territoriali ben marcate, il tempo e la storia vanno di pari passo con il mondo del pallone e con il passare degli anni si è andati verso una progressiva globalizzazione, che ha portato in seno un’inevitabile diminuzione dell’attaccamento fra cultura, territorio e identità. Questo processo, in parte dovuto all’introduzione di capitali esteri, in parte ad altri fattori, ha fatto sì che non ci sia più come in precedenza una corrispondenza diretta, decretando un affievolimento progressivo nel rapporto identitario tra tifosi e squadra di riferimento.

Ma se c’è una nazione in cui il calcio è cresciuto, come mai accaduto prima, e le identità son rimaste forti e ben riconoscibili, questa nazione è la Spagna. Sarà forse per la relativa vicinanza temporale dal termine del regime franchista (1975), decisamente poco incline a tollerare le minoranze culturali, che queste, alla sua caduta, si sono riproposte in tutta la loro forza, esprimendo quei sentimenti ed esplicitando quelle rivendicazioni che giocoforza stridevano con i dettami della politica dittatoriale precedente. Ecco quindi perché a Barcellona ci si dichiara “mès que en club” ovvero più di un club, una cultura, una rivendicazione forte e decisa dell’essere catalano. Ma non solo a Barcellona è stata riproposta con orgoglio la propria identità, anche nei Paesi Baschi è successo un fenomeno molto simile ma con un’accentuazione dei toni decisamente più elevata.

L’Athletic Club Bilbao è uno dei club spagnoli più vittoriosi e gloriosi di tutti i tempi. Famoso oramai più per le sue politiche di tesseramento che per trofei vinti, è diventato il luogo di raccolta ideale per tutti gli hipster del pallone, poco tolleranti verso la crescente internazionalizzazione subita dal calcio negli ultimi anni. Le politiche di tesseramento, come detto, sono ciò che ha realmente contribuito a creare il mito di quest’isola felice. La politica imposta dal club è facile: si possono tesserare solamente i giocatori baschi cresciuti nel proprio vivaio o in alternativa, sempre giocatori baschi cresciuti nel vivaio di un’altra squadra basca. Tutti baschi tanto per capirci.

Questo elemento di unicità assoluta ha contribuito a far tendere verso lo zero il numero di giocatori non spagnoli nel club, ma, essendo delle zone francesi parte del paese in questione, è stato possibile tesserare nel proprio vivaio anche ragazzi francesi. Il primo fu Bixente Lizarazu, ex di Athletic, Bayern Monaco e Olympique Marsiglia, terzino che ha fatto la storia della nazionale francese. Il secondo invece è un giovane ragazzo, Aymeric Laporte, classe 1994, che ormai da qualche estate ha attirato su di sé i riflettori delle big europee e che ultimamente sembra esser conteso dalle due nazioni, tanto da far scomodare il presidente della federazione francese che ha commentato definendo “sbagliata” la possibilità che risponda alla chiamata di Lopetegui, selezionatore della Roja.

CRESCERE IN FRETTA
Laporte è stato scoperto dai talent scout dell’Athletic a quindici anni, non prestissimo, se si pensa all’esclusiva che quest’ultimi detengono nel territorio basco. Un’età 15 anni, che catalizza su un giovane promettente già molte attenzioni, non a caso Tolosa e Olympique Marsiglia cercarono di tesserarlo, ma la sua fu una decisione senza troppi tentennamenti, decise di accasarsi nelle giovanili dell’Athletic Club, il luogo ideale per crescere in tranquillità e avere un filo diretto con la prima squadra.

Ma l’avventura di Laporte a Bilbao non parte propriamente bene, la rottura del legamenti del ginocchio lo mettono subito alle prese con uno di quei problemi che a quell’età possono rivelarsi fatali, ma la determinazione del ragazzo lo aiuta a superare in fretta il problema fisico. Il ritorno nelle selezioni giovanili è un successo e Laporte si dimostra talmente precoce e superiore ai pari età da esser mandato in prestito, a sedici anni nel Baskonia, squadra satellite che milita nella Tercera Division. Da lì trentatrè presenze e la convinzione da parte della casa madre di avere una pepita d’oro tra le mani, un ragazzo che potrà negli anni diventare il pilastro della difesa. A soli diciotto anni Laporte debutta in maglia biancorossa ed a farlo giocare per la prima volta è il loco Bielsa, non un allenatore qualsiasi.

REALIZZARSI 
Da quella difesa non uscirà più e negli anni, nonostante l’avvicendamento di Bielsa in favore di Ernesto Valverde, la sua presenza sarà sempre una costante.
Laporte è semplicemente imprescindibile per la sua squadra, la sua bravura in ogni fondamentale è disarmante: è il prototipo perfetto del difensore moderno, capace di impostare l’azione in modo pulito e di leggere il gioco in anticipo con fantastiche letture difensive.

La consapevolezza nei propri mezzi tecnico-fisici lo rende la perfetta sintesi tra le nuove caratteristiche del difensore moderno e la tipica ruvidità dei giocatori baschi, in modo tale da renderlo il trait d’union perfetto tra il difensore moderno e la gloriosa tradizione basca.

Se da una parte respirare e vivere la cultura basca lo può aver agevolato nell’immagazzinare una buona dose di determinazione, dall’altra le idee di Bielsa prima e di Valverde poi – soprattutto quest’ultimo – gli hanno certamente dato la possibilità di valorizzare al meglio le proprie potenzialità.

Sia in fase d’impostazione che in fase difensiva Laporte è deputato a prendere scelte importanti, che per certi versi determinano, a seconda poi della difficoltà delle partite, il risultato finale.

 

In fase di non possesso l’Athetic attua solitamente un pressing ultraoffensivo, cercando di riconquistare il pallone nella metà campo avversaria. Non sempre i tentativi di riconquista vanno a buon fine e ciò espone la difesa a situazioni critiche; Laporte è fondamentale nel limitare i danni e questo contesto ne ha esaltato le doti sia fisiche, nel coprire grandi porzioni di campo grazie alla sua velocità, che di intelligenza tattiche, mostrando una grandissima capacità nelle letture difensive.

In fase di possesso invece, Laporte è addetto a far partire l’azione. La sua grande capacità sia di passaggio che di calcio offre sempre due opzioni aperte, o il lancio in diagonale a cambiare fronte d’attacco e guadagnare metri, o un passaggio in verticale a tagliare le linee di centrocampo avversarie.

LE BASI PER UN FUTURO RADIOSO
Laporte è stato considerato, fin dalle sue prime apparizioni al San Mamès, un predestinato. In questo senso la florida tradizione del settore giovanile dei baschi ha fatto sì che le aspettative su di lui fossero amplificate. La completezza del suo bagaglio tecnico, al netto di qualche errore di superficialità, lo rende il difensore ideale per qualunque squadra, indipendentemente dal calcio messo in pratica dalla squadra – reattivo o proattivo – rendendo in parte giustizia alle aspettative sul suo conto.

Ormai stabilmente nelle mire dei grandi club europei, Laporte ha imparato a gestire le pressioni mediatiche, senza farsi attrarre più di tanto dalle sirene di mercato che circolano sul suo conto – e con queste tutte le possibili speculazioni economiche sul suo ingaggio, dettaglio non propriamente marginale. L’inserimento di una nuova clausola da 65 milioni di euro, in questo senso, è il segno tangibile di una solidità mentale di fondo, che, almeno nella maggior parte dei casi, costituisce il punto di partenza ideale per una carriera costernata di successi.

¡Mucha suerte Aymeric! 

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