Ilicic è l’arte per l’arte

La bellezza salverà il mondo”, disse Dostoevskij. Se ne facessimo un discorso sociale ci troveremmo a dissentire con il letterato. Ampliando invece la massima alla sfera calcistica, fra tatticismi, expected goals e analisi, potremmo davvero sperare che l’arte salvi il gioco. Riferendoci all’Atalanta, il bello è riconducibile a Josip Ilicic. Meglio il presente del futuro: Ilicic guida il mondo, quello atalantino.

In cerca d’autore

Stava per diventare un fantastico rammarico, uno di quei tanti rimpianti che hanno calcato la Serie A. Sembrava essere condannato all’incomprensione generale, caratteristica comune ai giocolieri slavi nati in un’era poco confacente ai loro ritmi, Savicevic mancati. Ilicic aveva impressionato Zamparini durante un preliminare di Europa League fra Maribor e Palermo del 2010, dopo il quale infatti i siciliani acquistarono lui e il desaparecido Bacinovic. Personaggio letterario in preda a perenni crisi d’identità, Josip Ilicic, non a caso,è nato in Yugoslavia, cresciuto bosniaco e ritrovatosi poi sloveno. La piazza palermitana ha sempre avuto palato fine per l’estro, tanto da rinforzare la discontinuità di Ilicic. A un certo punto si era evoluto in puro esteta, quasi frutto della penna di D’Annunzio. Personificazione sportiva di Andrea Sperelli, fittizio protagonista del romanzo Il Piacere, Ilicic seguiva le orme di un estetismo anomalo, alla ricerca continua della magia talvolta anche inutile, ma con un pizzico di malinconia simbolista. In ogni caso, si stava etichettando come un dandy in tutti i suoi difetti, narcisista e sprezzante nei confronti degli altri 21 in campo, eccetto quel fortunato compagno di squadra che a volte degnava dell’assist fantasioso. Però, durante i recenti trascorsi italiani nessuno è riuscito a spiegarsi il motivo dell’altalenante oscillazione di Ilicic, difficile capire perché anche nei momenti di totale assenza psicofisica, sapeva estrarre dal cilindro la giocata unica e al contempo illusoria.

Una giocata di Ilicic ai tempi del Palermo | Numerosette Magazine
Una serie di dribbling ubriacanti al Marassi conclusasi con il gol per Ilicic, in maglia rosanero.

Rinascimento

In qualche raro momento di vena artistica, soprattutto con la Fiorentina, questo tetro croupier ha saputo mostrare l’esplicativo asso nella manica; un mancino d’altri tempi. Senza scomodare alcun santone, sporadicamente il sinistro di Ilicic sapeva illuminare le domeniche più noiose, quando nelle scarne rassegne gol speravamo in una pennellata con la maglia viola. L’eredità rinascimentale racchiusa intorno al giglio svegliava di tanto in tanto Ilicic, donandogli creatività da vendere. Magari l’avrebbe dovuta tenere più spesso per sé, mentre vagava tra la trequarti e le fasce, orfano di fissa dimora. Il vagabondo Ilicic in Toscana è riuscito a esprimersi, però, solamente con le sue leggiadrie, poche per risultare determinante.

Un gran gol di Ilicic con la Fiorentina | Numerosette Magazine
Col senno di poi, regalare Ilicic si è rivelato un errore per la dirigenza fiorentina.

Gironi d’andata invisibili, alternati a seconde fasi del campionato scintillanti, l’hanno fatto rimanere nell’orbita del nostro torneo. Nella parte chiave della propria carriera, Ilicic ha sentito il bisogno di incontrare un motivatore, qualcuno realmente capace sia di intendere quanto di smussare il repertorio del classe 1988. Probabilmente, ha iniziato lui in primis ad avvertire la necessità di aiutare la squadra, mettendosi al servizio della formazione, seppur non sapesse in che modo farlo preservando il genio. C’era, però, una figura, di sua vecchia conoscenza, determinata ad accogliere questa pecorella smarrita. A Palermo incontra l’unica persona in grado di gestirlo dentro e fuori dal campo, il buon pastore da prendere con le pinze, ossia Gianpiero Gasperini.

Cosa sarebbe potuto diventare il Palermo con Ilicic, Gasperini e Dybala? | Numerosette Magazine
Gasperini, Ilicic e Dybala, un trio che dimostra cosa sarebbe potuto diventare il Palermo.

Gasp progettava un’Atalanta nuova, al cui interno sarebbero coesistite esperienza e gioventù, collegate indissolubilmente dalla tecnica individuale di due uomini: Josip Ilicic e il Papu Gomez. Entrambi vogliosi di riscatto, ma da stimolare al punto giusto. Aggregatosi ai bergamaschi, su forte pressione di Percassi, nel 2017, Ilicic incontra una sorta di nirvana spirituale imparando in pochi mesi delle nozioni sul calcio che aveva volutamente ignorato. Correre a piedi vuoti non gli è mai piaciuto, e per Gasp non doveva farlo, il suo compito era diverso. O meglio non ne aveva.

Opera d’arte collettiva

Nella proletaria catena di montaggio neroazzurra, in cui persino Gomez ha iniziato a toccare gli arnesi del sacrificio con mano, Ilicic aveva ed ha carta bianca su cui scrivere ciò che desidera. Sia un doppio tocco nello stretto o uno stop a seguire mentre è braccato, sia un calcio piazzato nel sette oppure un tiro a giro sul palo lontano: Josip Ilicic ha iniziato a divertirsi. I successi del biennio atalantino passano assolutamente dalla sua consacrazione, costellata da un’impensabile capacità prolifica. È al centro di ogni trama offensiva, fattore fondamentale alimentato dal cambiamento di schema voluto dal tecnico. Nel 3-4-2-1 dello scorso anno ha trovato 11 sigilli e performances straordinarie, tentando comunque di convergere al centro del campo. La lungimiranza dell’allenatore sta lì, nel carpire silenziosamente le potenzialità dei giocatori. E allora l’Atalanta si trasforma sotto un rombo offensivo mobile, in cui lui e il Papu s’intercambiano alla perfezione.

Ilicic e Gomez con l'Atalanta | Numerosette Magazine
Oltre alla continuità, Ilicic sembra aver trovato anche un amico.

Pochi punti di riferimento e molto spazio a Ilicic, che nella stagione corrente sta dimostrando un’evoluzione notevole. Coagulante tra mediana e attacco, modifica posizione a seconda dell’andamento della gara. In situazione di studio arretra per proiettare una geometria da seguire: pronto il progetto, l’architetto di Prijedor parte all’offensiva. È indefinibile in qualsivoglia convenzione calcistica, d’altronde è ciò che voleva da lui Gasperini. Alla pragmatica macchina atalantina mancava la pennellata sui generis, quella imprevedibile che spezza i ritmi. Ha cominciato con una tripletta in ottobre ai danni del Chievo, ripetendosi poi in casa del Sassuolo, dando il via alla rimonta dell’Atalanta. I gol suoi e di Zapata hanno scandito la rapida scalata all’Europa per gli atalantini, dando prova dell’importanza dei leader oratori e tecnici all’interno dello spogliatoio. 64 realizzazioni in totale, vale a dire il miglior attacco del campionato, statistica pesante ai fini della classifica. La Dea doveva sfruttare gli scivoloni di Lazio, Milan e Roma, contro un Bologna sulle ali dell’entusiasmo e affamato di punti. Manto erboso inzuppato e la tensione di sbagliare: sicuramente delle complicazioni per gli altri dieci. Escluso Ilicic. 180 secondi di partita gli bastano per raffigurare un capolavoro interdisciplinare, a metà strada tra l’aerodinamica e il disegno artistico. Un attimo dopo e viene fuori l’ingegno. Facendone un fatto di quoziente cinestesico, Ilicic potrebbe essere una delle persone più intelligenti al mondo. Contromovimento visionario e aggancio preparatorio in area, a cui segue la solita finta ma un’inedita conclusione; destro di potenza, doppia cifra raggiunta e pratica chiusa prima del quarto d’ora.

 

Il gol di Ilicic contro il Bologna | Numerosette Magazine
Una giocata che, solamente a pensarla, rende l’idea del valore di Ilicic.

L’Atalanta è una sola lunghezza dalla Champions League, proponendo idee solide fondate su una base scolpita nel granito, con aggiunta di marmo raffinato. Il mecenate si chiama Gianpiero Giasperini, lo scultore Josip Ilicic.

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