Il senso della vita

Quanto dura una vita? Quanto si riesce a dare spazio, in quest’arco di tempo, a ciò che davvero si ha voglia di fare? Quanto invece se ne toglie alla restante lista del ‘vorrei ma non posso’? Forse una risposta precisa e certa non c’è, probabilmente non ce ne sarà mai una; ma ognuno si ritrova spesso a pensare al fatto che forse, negli anni che sta vivendo, potrebbe dare più spazio a determinate cose piuttosto che ad altre. E solamente il diretto interessato potrà poi sentirsi in colpa per non essersi focalizzato su ciò che è davvero importante o per averlo fatto magari troppo.

La dirigenza di Brooklyn ha dato troppo fiducia a sé stessa, pensando di essere in grado di creare un team di giovani ragazzi che un giorno avrebbero potuto ambire al titolo, riuscendo solamente nella creazione di una malsana idea e realizzazione di un roster che, a conferma di quello che si poteva pensare,non riesce a farsi scivolare di dosso le sconfitte, amiche inseparabili e odiate di questi ultimi anni in casa newyorkese. Purtroppo la squadra di Atkinson continua, e probabilmente continuerà, ad andare a braccetto ancora a lungo con queste strisce negative, complice una gestione pessima dei soldi e delle scelta di una dirigenza che pensava di essere lungimirante, che si è ritrovata a dover chieder scusa a quei tifosi che credevano davvero di poter crescere, almeno una volta dopo tanto tempo.

I boia della notte sono stati i Toronto Raptors, una delle rivelazioni di questa Regular Season, che finora continuano solamente a vincere, con solo 13 sconfitte all’attivo, con il secondo posto in Conference dietro solamente ai campioni in carica di Cleveland. Il trascinatore, come sempre, è stato DeMar DeRozan, con una doppia doppia da 36 punti e 11 rimbalzi, pregevolmente realizzati con la sua solita verve da ragazzo scalmanato ma efficace. Come Cory Joseph, ex campione NBA con gli Spurs e alla seconda stagione con Toronto, autore di 33 punti e di penetrazioni che ricordavano per un attimo il Calderon dei bei tempi andati. Fatto sta che questi due insieme, con Lowry e le sue giocate che cambiano ritmo sempre e comunque, potrebbero davvero dire la loro fino alla fine.

Risorgono per un attimo, o forse stavolta per davvero, i Nuggets e i Mavericks, vincitori entrambi in trasferta: i primi sul campo dei Lakers, i secondi sul campo dei Bulls. Una prestazione di squadra, con un giro palla che ha fatto invidia probabilmente anche a coach Pop, ha portato praticamente tutta Denver in doppia cifra, con Jokic e Barton sugli scudi. Il ragazzo serbo sta aggiungendo elementi importanti al suo gioco, dimostrando come non sia solo decisivo sotto canestro con i suoi rimbalzi, ma come anche in zona realizzativa riesca a dire la sua. Le pepite dovranno fare attenzione a non farlo partire, perché su questo 21enne, in prospettiva futura, si potrebbe davvero costruire una buonissima squadra.

Così come potrebbero essere i Lakers, un team da far invidia a molti, ma che dopo l’inizio da sogno stanno lentamente adagiandosi sugli allori di un campionato che dura ancora a lungo. Soprattutto perché Denver è una delle dirette interessate per quell’ottavo posto che porterebbe ai playoffs, e non vedere il talento di Ingram, Russell e Randle alle Finals, sarebbe davvero un peccato. Come la sconfitta di Chicago tra le mura amiche, per un punto, in un match che era destinato a decidersi con un buzzer beater: l’ultimo tiro nelle mani di Flash, il giorno del suo trentacinquesimo compleanno, è finito sul ferro, come i sogni di una città che di solito è abituata ad avere il vento in poppa, che ultimamente si lascia trascinare verso la deriva dagli sbuffi più fastidiosi delle stesse brezze. Complimenti ai Mavericks, coriacei e ancora capitanati in maniera eccellente da Dirk Nowitzki, un highlander che quando arriverà al capolinea farà scendere sul volto dei tifosi di Dallas le stesse lacrime che a San Antonio hanno versato per Duncan. E’ vero che 10 punti non sono tantissimi, ma l’esperienza e l’aiuto che sta dando a un team decisamente in là con l’età, è qualcosa che non può considerarsi scontato.

Allo stesso modo non era scontata la vittoria di San Antonio, sicuramente più forte di Minnesota, ma già vittima di numerose disattenzioni quest’anno, nove per la precisione, le sole sconfitte maturate dagli Spurs. Nel quarto e ultimo tempo, i ragazzi di Popovich hanno dato la scossa finale, ma durante la partita i giovani terribili di Thibodeau hanno mostrato ai texani di che pasta sono fatti, non indietreggiando mai, affrontando a viso aperto gente del calibro di Kawhi e Parker. Towns ha continuato a fare il mostro, con 27 punti, mentre Ricky Rubio sembrava esser ritornato il ragazzo di cui tutti parlavano, quel talento infinito che purtroppo non si è mai rivelato fino in fondo, mettendo dentro 21 punti e dispensando come caramelle 14 assist. Wiggins, LaVine e Dieng hanno confermato di essere il cuore pulsante di questa squadra, andando tutti e tre in doppia cifra, ma comunque arrendendosi al gioco decisamente più ritmato e pragmatico degli Spurs. Leonard e Aldridge sono oramai come il gatto e la volpe, sempre insieme quando si tratta di indurre in trappola gli avversari: 65 punti in due e basta questo a descrivere il tutto. Parker, Mills e gli altri hanno solo messo qualche spicciolo per completare la vittoria, mai scontata contro nessuno, meritata come non mai per quello che hanno fatto vedere.

Le ultime righe le merita uno dei due giocatori che lascia gridare allo scandalo quando non fa una tripla doppia, quel James Harden che, con le movenze e la somiglianza di un Mosè che apre le acque, sta portando lentamente i suoi Rockets verso i palcoscenici che meritano. Il fatto che abbiano perso contro una Miami che sembrava indemoniata, lascia intendere che sono solamente inciampati durante quel cammino che li sta portando, e confermando, al terzo posto di Conference, dietro solamente a Golden State e agli Spurs citati prima. Una super prestazione della squadra della Florida, difficilmente immaginabile, si è interposta tra D’Antoni e la sua trentatreesima vittoria, con un Whiteside sugli scudi, insieme a un Dragic che forse potrebbe anche non rimanere a Miami; nel dubbio, ha messo a segno 21 punti, 8 rimbalzi e 8 assist, perché se dovesse andar via, meglio farlo con stile. D’altra parte Houston ha giocato come suo solito, con le penetrazioni e gli scarichi del barba (40 pts, 12 rbs, 10 ass), con Ariza e Beverley che hanno fatto come al solito il loro, ma con Gordon, Dekker e Nene che sono mancati non poco in fase realizzativa.

Tutti questi ragazzi, questi giovani, persino i più anziani, sono sicuri che stanno usufruendo del loro tempo in questa vita facendo ciò che più li aggrada, lavorando sotto canestro con i piedi ben fermi su un parquet. Forse l’essenza della vita è questa, capire dove deve stare il proprio cuore, dove la propria mente. Se entrambe saranno nello stesso luogo, allora si può essere davvero felici.

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