Il passo dei giganti

La leggenda racconta che un gigante irlandese di nome McCool, in un’epoca che resta fuori dal tempo ma incastonata in uno spazio ben preciso, costruì un sentiero di pietre che permettevano il passaggio lungo il mare, affinché potesse raggiungere il suo nemico scozzese Finn Gall, sull’isola di Staffa. Dopo aver creato quel passaggio, quella meravigliosa passerella verso uno scontro che già il solo pensiero lo rende epico, si riposò dalle fatiche, andando a cogliere quei sogni di vittoria che già pregustava.

Ma il suo nemico scozzese, quel Gall che viveva sull’isola di fronte ad Antrim, località dove le pietre vennero messe una a una, sbarcò sulle coste irlandesi durante il sonno del nemico e, vedendo le dimensioni del gigante, e scambiando lo stesso McCool per il figlio di quest’ultimo, spaventato dalle dimensioni dell’uomo decise che sarebbe stato meglio andare per la propria strada, così che distrusse il ponte di pietra che l’irlandese aveva creato, di modo che non potesse più raggiungerlo.

Oggi, lungo le coste dell’Irlanda, ancora si possono osservare quelle pietre di dimensioni elefantiache, quelle colonne e quei massi che McCool provò a usare per vincere in uno scontro che alla fine non ebbe luogo. E così gli occhi di milioni di persone vanno oggi nella verde terra del trifoglio a respirare quella leggenda, che somiglia molto a un sognante vaneggiare di chi cerca sempre nel romanticismo la spiegazione a fenomeni naturali.

E’ romantico pensare che questi giganti, che fanno paura al solo guardarli, ancora esistono oggi; dall’alto dei loro 2 metri e spicci, ma non hanno più come obiettivo quello di scontrarsi con nemici di fattezze particolari, bensì con loro pari. Un campionato dove non fa impressione l’altezza di tre quarti dei presenti, bensì dove il Davide di turno viene considerato fuori luogo. Ma alla fine, bisogna davvero essere così alti per potersi considerare dei giganti? Steph Curry non è certo basso, non è un lillipuziano in terra di Gulliver, eppure non può essere additato tra i più alti. Ma dove non arriva con i centimetri, arriva con il talento, smisurato e sempre vivo, nuovamente gettato su quel campo dove hanno vinto con i Clippers, ormai l’ombra delle meravigliose prestazioni di inizio Regular Season.

Per carità, stanno sempre a 31 vittorie e sole 18 sconfitte, ma LA che aveva iniziato a Settembre era un miscuglio di rabbia, gruppo vincente e forza caratteriale; di tutto questo è rimasto ben poco, solo la cattiveria di Griffin e Crawford di voler rimanere ancora lassù. Lì dove non osano le aquile, dove osano i Warriors, dove osa anche KD insieme a Steph, insieme a Klay, insieme a quelle doppie cifre di altri quattro compagni.

E parlando di altitudini dove le aquile non osano andare, ecco che prontamente Budenholzer smentisce tutti, andando a vincere con un quarto quarto strepitoso la partita contro i Rockets di Harden e Mike D’Antoni. Tra gli Hawks ha brillato in particolar modo un Superman che non volava da un po’ alla velocità della luce, un Howard che con una doppia doppia da 24 punti e ventitré rimbalzi ha fatto pace con tifosi un po’ troppo scontenti delle sue prestazioni. E per un supereroe che torna ai suoi livelli, un ventiquattrenne proveniente dal Michigan ha regalato 33 punti ad Atlanta, quel Hardaway jr che ha fatto impazzire la difesa di Houston. Quando serviva di più un difensore che giganteggiasse sotto il proprio canestro, Ariza è venuto meno, Gordon ancora di più, Anderson praticamente nullo. Come al solito il barba ha provato a fare del suo, ma 41 punti da solo non sono bastati a spingere in picchiata i ragazzi della costa Est.

E così gli Spurs continuano ad allungare, rimanendo incollati al secondo posto dietro Golden State, vincendo contro una Philadelphia che ormai sembrava essere diventata imbattibile. Nonostante l’assenza di Embiid, il giocatore più in forma che i Sixers avevano a disposizione, il roster di Brown sembrava poter dire finalmente la sua, con uno spiraglio di luce nell’oscurità nella quale la città della Pennsylvania navigava da tempo. Eppure la 1127esima vittoria di Popovich doveva arrivare, e con lei l’aggancio al primato, non più solitario, di Sloan. Una vittoria che ha dimostrato ancora come San Antonio giochi una pallacanestro melodiosa, realizzata con fantasia e maestria, nata dalla mente geniale di quell’uomo che è Pop, che è riuscito a scrivere note sul pentagramma legnoso di parquet, diventando davvero un gigante di questo sport.

Così come spera di diventare grande, un giorno, anche Luke Walton, insieme alla banda dei Lakers che sta cercando di ricostruire lentamente per riportare ai fasti di un tempo. Per ora si deve accontentare di un misero penultimo posto in Conference, con sole 17 vittorie in cinquantuno partite. Eppure Deng, Clarkson, Williams, Young, Black, Russell, non si può dire che non ci stiano provando a invertire quanto prima la tendenza; ma quello che li frena è probabilmente l’ancora troppo poca esperienza maturata sul campo. Chiedere a Wall per capirne qualcosa, che con trentatré punti e undici assist ha portato come al solito alla vittoria i suoi Wizards, insieme al suo fratello gemello Bradley Beal che ha contribuito con 23 punti, mentre Gortat e Morris andavano in giro tra le marcature avversarie a mettere a segno doppie cifre e doppie doppie.

Un campionato di giganti dove chi ha il piede più grande lascia il segno, dove chi possiede la mano fredda riesce a raggiungere il risultato sperato. Il panorama dei palazzetti d’America non consta di mare o scogliere, non racconta leggende o speranze, non si erge ai piedi di Antrim. il panorama dell’NBA sono quei tifosi che fanno sentire grandi i propri giocatori, in un simbiotico legame di amore-odio che solo chi vive cuore a cuore con i giganti di questo sport riesce a capire e sognare.

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