Il Mondiale di Kylian

Dopo 20 anni la Francia, forte del suo cinismo, è tornata sul tetto del mondo. Lo ha fatto in un mondiale imprevedibile, le cui gerarchie sono rimaste a lungo indecifrabili, ed è stata guidata da un ragazzino che ai 20 anni d’età, invece, ancora non arriva: Kylian Mbappé. Il numero 10 dei Bleus è stato una cometa atipica, perché è riuscito a resistere al calore della pressione su di lui, delle aspettative, delle critiche e di un’importanza non solita per la sua giovane età. La cometa, invece di bruciare per poi spegnersi poco alla volta, ha incendiato tutto il firmamento, come nella mitologia Fetonte con il carro del Sole. Come ha fatto? È andato semplicemente più veloce di tutti.

Eletto, ça va sans dire, miglior giovane del Mondiale, Kylian Mbappé è stato, per noi, l’attaccante di questa Coppa del Mondo.

Perché è stato il Mondiale di Mbappé?

Si è detto spesso, con un’ottima dose di retorica a tratti giustificata, come la vittoria di questa Francia “multietnica” abbia rappresentato il simbolo di una corretta politica di integrazione. Come se i trionfi in ambito sportivo servissero davvero a misurare la bontà di un sistema molto più complesso. Ma cos’è un simbolo? I primi veri studiosi dell’etimologia, cioè dell’origine delle parole, furono i filosofi cinici, che pensavano che con un termine, una frase, si potesse indicare una cosa e una soltanto. Perciò quando si era in disaccordo su una questione, in realtà il problema era che non ci si stava capendo, perché si stava semplicemente parlando di cose diverse. Se, seguendo il loro ragionamento, ricostruiamo l’etimologia di simbolo, viene fuori che, tanto per cambiare, la parola deriva dal greco symballo, letteralmente “mettere insieme”. I Greci chiamavano symbolon, simbolo appunto, l’oggetto che serviva a rappresentare un patto, un accordo tra due persone: poteva essere un medaglione diviso in due di cui ognuno teneva una metà o un anello, che rimarrà come simbolo per eccellenza di qualsiasi legame.

Nel 2005, nella periferia est di Parigi, scoppia una delle più lunghe e dure rivolte urbane che abbiano riguardato l’Europa occidentale degli ultimi anni. Inizia il 27 ottobre a Clichy-sous-Bois, per estendersi poi a pressoché tutte le banlieue dell’area metropolitana parigina, compreso il comune di Bondy, dove è nato e cresciuto Kylian Mbappé. La causa scatenante è la morte di Zyed Benna e Bouna Traoré, di 17 e 15 anni,  fulminati da un trasformatore elettrico durante una fuga dalla polizia. I riots dureranno settimane e porteranno a 2599 arresti e poco altro; le condizioni delle aree suburbane della capitale francese rimarranno problematiche anche quando l’allora Ministro dell’Interno Sarkozy – fautore di una politica incredibilmente repressiva – diventerà Presidente della Repubblica.

In questo contesto, a sette anni non ancora compiuti, si ritrova a crescere Kylian Mbappé. Il simbolo. Sì, perché in un mondo in cui ci sono sempre più banlieue, sempre più favelas, sempre più baraccopoli e sempre più luoghi simili a quelli che ritroviamo anche nelle periferie delle nostre città, questo ragazzo di neanche 20 anni è la rappresentazione perfetta di un patto, un equilibrio trovato con fatica – e non si sa quanto duraturo – tra le due facce delle nostre metropoli. Come un dono di pace quel numero 10 è riuscito a unificare una nazione divisa non tanto dal punto di vista etnico, ma da quello sociale. Tredici anni dopo le rivolte di Parigi, abbiamo un figlio della banlieue che piace ai turisti sugli Champs-Élysées, un ragazzo sempre sorridente e dal grande talento che sembra averci voluto far vedere gli sviluppi del calcio dei prossimi anni. Anche in questo caso è andato più veloce di tutti. Ecco perché è stato il mondiale di Kylian Mbappé.

Il punto di svolta

L'impressionante scatto di Kylian Mbappé contro l'Argentina | Numerosette Magazine

Cambiare marcia, in senso metaforico e letterale; cambiando la percezione che gli altri avevano di sé e aumentando la sua velocità. Questa è stata la svolta del mondiale di Kylian Mbappè. Questo è stato il momento in cui tutti noi che guardavamo quel ragazzino di neanche vent’anni, ci siamo resi conto che, al di là di dribbling fumosi e tocchi leziosi, quella in campo fosse un’arma letale. Banega perde sulla trequarti avversaria una palla banale e non si preoccupa di recuperarla subito e lui, con una rapidità dalla quale in parte si percepisce cosa sta per succedere, ci si avventa e la recupera. Il resto è una corsa, ancora una volta, simbolica.

È un ragazzo di vent’anni che decide di mostrare al mondo di essere il più forte di tutti in campo aperto, semplicemente perché nelle gambe ha una velocità che non ha nessuno. Ci ha mostrato la via di come dovranno necessariamente essere i calciatori in un futuro ormai prossimo per competere con lui. È l’esaltazione del superatletismo verso il quale si dirige spedito questo gioco. Allo stesso tempo, però, è una vittoria del talento puro. In quei sessanta metri che percorre prima di venir buttato giù da Rojo, Mbappé tira giù un manifesto del suo corredo personale di abilità. Rappresenta la democraticità del calcio, in cui anche un giocatore così giovane e alla prima esperienza internazionale riesce a umiliare mezza nazionale argentina. Perché? Semplicemente perché è più forte di loro, e questo basta.

Il messaggio di quest’azione, oltre che a noi tifosi e spettatori, va anche a tutti i colleghi, compagni e rivali di Mbappé e viene consegnato non su lettera – ormai vecchia e lenta – ma veloce come un messaggio di whatsapp. Dice solo quattro parole, le stesse dei PNL, un duo rap che ormai è un’istituzione delle banlieue parigine: Le monde ou rien. Il mondo o niente. Pare che Kylian abbia preferito la prima opzione.

Il punto più basso

Viene difficile trovare un difetto, una macchia – seppur piccola – ad un mondiale praticamente perfetto. Se proviamo proprio a sforzarci, però, lo troviamo lì in quel numero che abbiamo più volte esaltato come suo punto di forza, ma che a volte può rivelarsi una piccola debolezza. No, non è il numero di maglia, ma la data di nascita. Sì, perché l’unica cosa migliorabile di Kylian Mbappé è l’atteggiamento, inevitabilmente condizionato dall’età. C’è chi prova a sostenere che la compagnia di Neymar al PSG gli abbia fatto male, come se il Brasiliano fosse un cattivo maestro per quanto riguarda la condotta in campo con le sue eccessive simulazioni e provocazioni, ma la realtà è che il Francese è sì tra i più forti del mondo, ma è pur sempre un ragazzo di neanche vent’anni. Il momento più basso, quindi, è il giallo della semifinale contro il Belgio, guadagnato a partita quasi conclusa con una perdita di tempo inutile e buona solo a far innervosire gli avversari.

Non sappiamo se effettivamente la compagnia di Neymar abbia influito sull’attitudine in campo del numero 10 francese, né vogliamo saperlo. Non abbiamo la presunzione di dirgli come debba comportarsi in campo, ma se vuole completare l’ultimo passo, cioè quello che porta ad essere un campione rispettato anche dagli altri campioni, dovrà migliorare in quella che forse è l’unica caratteristica che ha di migliorabile: la maturità. Non c’è fretta, però, e non ha senso lasciarsi andare ad inutili paternalismi, a parlare per Kylian Mbappé è il campo, e in quella lingua elegante e veloce il terreno verde recita per lui bellissime poesie.

Il punto più alto

Il gol di Kylian Mbappé contro la Croazia | Numerosette Magazine

Prima abbiamo parlato di simbologia e legami, del rapporto ideologico tra il ragazzino sulla bocca di tutti e la sua banlieue. C’è però un patto individuale, interno e intestino, che Mbappé ha fatto con se stesso in maniera inconscia. È nella sua decisione di diventare il giocatore più forte del mondo, quello dinanzi al quale non può essere posto nessuno. E se, per ragioni anagrafiche e partite giocate, questo titolo sembra ancora inavvicinabile da parte del Francese, c’era bisogno comunque di un evento eclatante da considerare, magari tra dieci anni, come inizio dell’era di Mbappé. In tutte le carriere di grandissimi sportivi, quelli che incidono in maniera profonda sulla storia del gioco, c’è un terminus post quem, un momento simbolico che tutti riconoscono come significativo. E no, mi spiace, ma la somma sborsata dal PSG per acquistarlo non vale in tal senso, la polaroid immaginaria deve essere scattata necessariamente sul campo con le scarpette addosso.

Quale occasione migliore, quindi, di una finale dei mondiali per rendere definitivamente più brillante delle altre la propria stella? Sì, certo, c’è stata una certa complicità di Subasic, ma non ci si può mettere di certo contro il corso degli eventi. Non si può fermare una cometa, non si può fermare Fetonte. Non si può fermare Mbappé.

Il Mondiale di Mbappé in una foto

Kylian Mbappé, numero 10 della Francia | Numerosette Magazine
Una 10. Un simbolo. Kylian Mbappé, più veloce di tutti.

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