Il futuro è Zverev

L’elogio del più forte è qualcosa da sempre riservato a chi riusciva a dimostrare la propria capacità di avere la meglio sull’altro, non solo dal punto di vista fisico, ma anche sotto l’aspetto mentale. Non sbagliava Cicerone definendo la forza come “il diritto delle bestie”; traslitterando la sua citazione nel linguaggio tennistico, allora ecco che anche tra gesso e cemento queste parole costruiscono significato. Non importa quanto potrai colpire forte, ma quante volte riuscirai a non far toccare la pallina all’avversario.

Se stessi contro il riflesso delle proprie paure, dei propri errori, dei propri limiti. Questo è il tennis. Uno sport dove solo chi ha la mente pronta e il cuore forte, riesce ad andare oltre quel muro che divide il giocatore forte da quello debole, che distanzia il talento dalla mediocrità.

Ma qui si parlava dell’elogio del più forte in quanto chimico, in quanto capace di maneggiare con destrezza e precisione quel miscuglio pericolosamente letale di talento e consapevolezza, che se abbandonato a dosi troppo consistenti dell’una o dell’altra, può portare a perdere la testa. Può portare a credere di essere in grado di arrivare nuovamente senza dover far altro che mandare la palla dall’altra parte per restare in cima.

Mai così lontano dalla realtà è questo pensiero. Ma per fortuna Alexander lo sapeva, Lo sa. E come lui anche gli altri migliori otto che, nonostante siano usciti sconfitti, hanno condotto in ogni caso una stagione eccezionale.

Le ATP FINALS

Il regolamento è semplice: i primi otto tennisti della classifica singolare ATP, che hanno accumulato punti durante la stagione con le prove di Grande Slam, ATP World Tour e Coppa Davis, hanno diritto a partecipare all’ultimo torneo della stagione. A seconda dei tornei che vengono disputati durante l’anno (250, 500, 1000, Grande Slam) vengono conteggiati determinati punteggi, e in caso non ci si riesca a qualificare o non si possa partecipare per infortunio, non si riceve alcun tipo di penalità.

L’esempio più vicino è proprio quello di quest’anno, con Rafael Nadal e Juan Martin Del Potro che non hanno potuto partecipare per infortunio. Così, tra le salde pieghe della O2 Arena, Londra è diventata vertice mondiale del tennis, chiamando a raccolta chi in questo sport trova giovamento tanto nel guardarlo, quanto nel praticarlo.

Gli otto contendenti di quest’anno erano dei “soliti ignoti”: Novak Djokovic e Roger Federer (11 e 16 partecipazioni) sono ormai due certezze in un appuntamento come questo, così come Marin Cilic e Kei Nishikori, esordienti nel 2014 e ora veterani. Ci siamo ormai abituati anche ai volti di Dominic Thiem e John Isner, autori di una discreta annata che li ha portati a giocarsi il titolo a Londra; per poi arrivare ai “volti nuovi” Kevin Anderson e Alexander Zverev.

Zverev selfie di gruppo | Numerosette Magazine

Testa a testa

Il gala dei campioni si è aperto con un Anderson in forma strepitosa: 2-0 (6-3, 7-6) a Thiem e prima vittoria in tasca. Il sudafricano ha giocato con la tranquillità di un veterano, nonostante fosse la prima partecipazione a questo torneo, mentre l’austriaco si è adagiato su una sicurezza fondata non si sa poi su cosa. Stagione molto altalenante, quella di Thiem, condizionata da tanti infortuni, troppi; e quel Roland Garros sfiorato, brucia ancora.

Ma se la prima partita non è stata una sorpresa, o perlomeno non più di tanto, la vittoria di Nishikori contro il Re di questa competizione (e, non me ne vogliano gli altri, degli ultimi 18 anni del tennis mondiale) ha lasciato sicuramente amaro in bocca a chi, anche solo per un minimo errore di Roger, lancerebbe il divano giù dalla finestra. Così, dopo il primo giorno due cose erano certe: Federer era chiamato al miracolo, davvero questa volta poteva succedere di tutto.

Eppure, in questo clima d’insicurezza, Djokovic ha continuato a fare quello che gli riesce meglio, vincendo con Isner 2-0, martorizzando Zverev con lo stesso punteggio, detronizzando Cilic in un secondo set a pieno appannaggio del serbo dopo un primo combattuto fino al  tiebreak.

Forse proprio la voglia di dimostrare che anche lui si ricordava come si fa, un po’ alla Michael Jordan in “Space Jam”, tanto per scomodare paragoni con il mondo della pallacanestro, Roger si è infilato le scarpette meglio della domenica e prima a Thiem, poi ad Anderson (giustiziere dello svizzero a Wimbledon pochi mesi fa) ha inflitto un doppio 2-0 che lo ha portato in semifinale.

Qui ha trovato il volto nuovo di Londra e dei tornei ATP dei prossimi anni: Alexander Zverev. Anche lui, dopo la sconfitta con Djokovic, voleva dimostrare che non fosse lasciata al caso la sua presenza tra le mura londinesi della O2 Arena; così di buona lena, con già una vittoria a referto su Cilic nel secondo giorno di gara, si è giocato l’ingresso tra i migliori 4 con Isner, in un match dominato dagli aces (18-10 per il tedesco) e con il 55% di punti vinti.

Le fasi finali

La tavola era apparecchiata per quella che sembrava una partita un po’ dura per Roger, ma alla fine sicuramente abbordabile per il fuoriclasse di Basilea. Nel primo set nessuno dei due ha perso il servizio, fino al 6-5. Lì Zverev ha tirato fuori qualcosa, ha dimostrato che veramente la forza non sta nel tirare il colpo a una velocità più elevata dell’altro, ma nella capacità di giocare con astuzia e intelligenza tra le righe di un campo che lo ha visto chiudere in vantaggio per 7-5. Il secondo set è stato quello della contestazione: 6-6, 4-3 per Roger al tiebreak e Alexander chiede di fermarsi durante una risposta in rovescio dello svizzero.

Panico totale. Nessuno si spiegava il perché di quel gesto, subito chiarito dal giovane centro europeo di origine russa: a un raccattapalle dal fondo era sfuggita una pallina che stava andando in campo, e ha così richiamato l’attenzione dell’arbitro. Crollo totale per Roger, che stava ritrovando la concentrazione e che l’ha persa in pochi istanti con un gesto da regolamento inevitabile, effettivamente impensabile e impronosticabile. Poteva essere la svolta, o forse no; l’errore a rete nel finale è imperdonabile.

Molto più semplice, invece la partita di Nole contro Kevin Anderson, secondo classificato nel suo raggruppamento a danno di Thiem e Nishikori (partito alla grande, ha chiuso poi ultimo del girone). Pochi problemi per il serbo, che ha dominato un incontro con la cattiveria e la determinazione di un soldato dell’est. Dritto all’obiettivo, forte della sua capacità nel rispondere in ogni zona di campo, Djokovic ha dimostrato come ogni tanto, nonostante possa somigliare a una “bestia” con quel suo swing decisamente prepotente, la forza serve a qualcosa. Già, la forza in ogni settore del campo, in ogni situazione, in quella capacità di risposta che si tramuta in paura psicologica per l’altro.

Come a smaterializzare la voglia di reazione di un avversario, dominando sotto qualsiasi voce di statistiche e percentuali. Tranne che su una, lasciata elegantemente ad Anderson: quel recupero di palle break che lui non ha messo mai a referto. Perché a un soldato allenato potrebbe sfuggire un bersaglio per la stanchezza di averne già eliminati troppi. Ma un cecchino non manca neanche un centimetro di gesso. Lo prende.

E lo porta a casa con se.

Zverev-Djokovic

Ha praticamente vinto anche questo torneo. Del resto, dopo il 2-0 del girone cosa ci si poteva attendere? L’unica cosa sulla quale poteva insistere il tedesco era il servizio, che tanto gli aveva fruttato, da riuscire a perdere un set 6-4 e l’altro 6-1. Una partita scritta. Allora, cominciamo con il titolo, portiamoci avanti con il lavoro:

“Djokovic Campione! A Lond…”.

Aspetta. Zverev ha tolto il servizio a Nole. 5-4 per il ragazzino. 

Si ma sicuramente adesso il serbo pareggia i conti, 5-5 e poi via verso il 7-5.

Allora, ero rimasto qui: “Djokovic Campione! A Londra, dopo un primo set combattuto, porta a casa anche il sec…”.

6-4 Zverev. Non è possibile. Il primo set perso del torneo. Non penso si possa essere aperta una crepa in quel muro, su! Adesso Novak si rimetterà in carreggiata, comincerà a tirare fuori dal cilindro qualche colpo dei suoi e via verso il sesto titolo ATP Finals. 

Dunque: “Djokovic Campione! A Londra, dopo un primo set perso, Djokovic fa subito un break nel secondo e porta a casa l’ennesimo success…”.

2-1 Zverev. Ancora un break? Non è possibile. Allora questo ragazzino forse davvero non ha più paura dei giganti.

3-1. Sta cominciando a muoversi qualcosa in Germania. Quel dritto non è così male.

5-3. È a un passo. Djokovic è completamente disarmato. Non pensava di trovarsi di fronte a questo spettacolo.

15-0. 15-15. 15-30. 15-40. 30-40. Game. Set. Match.

Dove ero rimasto? “Zverev Campione! A Londra il giovane tedesco vince le ATP Finals su un impotente Djokovic, troppo presto arreso sotto i colpi del tennista ora numero 3 del ranking mondiale”.

Cronache di un discorso tanto surreale quanto probabile, nella mente degli appassionati di tennis, dei tifosi di Federer che ancora una volta si stavano preparando a due set vinti agevolmente da Nole. Tutto faceva presagire all’ennesimo trionfo di una macchina da guerra, alla mistificazione di un talento robotico e determinante, con gli ingranaggi nuovamente sistemati dopo quella clamorosa sconfitta contro Taro Daniel, numero 109 ATP, a Indian Wells; quel giorno, toccò il fondo. Poté risalire, e riaccendere la fiamma nei suoi occhi intrisi di rivalsa. Chi poteva fermare il Djokovic dell’ultimo periodo?

Il tempo, sì. Ma sopratutto Zverev, il futuro.

Il futuro

La bella giovinezza non è fuggita dal corpo del giovane tedesco. Lo ha pervaso, annegandolo in quella sensazione d’invincibile spensieratezza, che lo ha trascinato verso l’emozione della prima volta con un’innegabile benevolo terrore. Per chi non sappia a cosa mi riferisco, ripensi a quei momenti in cui la mente smetteva di funzionare a dovere, quando tutto sembrava troppo più grande per poter essere contrastato. E si continuava a giocare per forza d’attrito, per concludere quello che la testa aveva iniziato, che il corpo aveva portato avanti, che la forza di gravità ha poi trasformato in inevitabile conclusione: gioco, partita, incontro.

Alexander. Un nome che lascia ripensare alle grandi imprese di un suo omonimo di qualche secolo prima, che a sentirlo trasuda grandezza, ancor più se affiancato alle gesta sportive di un ragazzo che sta scalando classifiche e record come se nulla fosse. Ora è 3° nella classifica dei migliori, svetta di gran lunga su quei suoi coetanei classe ’97, si è affiancato di prepotenza ai mostri sacri di uno sport dove solo se hai classe, eleganza e voglia di arrivare, puoi permetterti di cominciare a contare qualcosa.

Lui già ha cominciato a infilare un numero dietro l’altro, vincendo nel 2016 il primo torneo ATP, l’open di San Pietroburgo, in quella terra dalla quale ha ereditato parte di origini, dalla quale si è distaccato solo per passaporto, mai per nome o lineamenti. Nel 2017 si è iscritto nella lista degli imperatori della terra battuta di Roma, vincendo in Finale proprio su Novak Djokovic, decisamente portafortuna del 21enne tedesco. Poi di nuovo una vittoria sui campi di Montreal e infine la conclusione di un anno dove nonostante i tanti piazzamenti, le vittorie e le sconfitte, tutto ha contribuito al raggiungimento di un solo risultato: essere il migliore tra i migliori.

E riuscire a farlo lavorando con la forza della mente e del talento, piuttosto che con quella dei muscoli e della cattiveria, è quanto di più sano si possa regalare a uno sport che nulla chiede in cambio di quell’adrenalina che elargisce.

In cambio di quella sensazione che pervaderà per molti anni la mente di Alexander; una sensazione di fugace bellezza che dura un minuto ma anche una vita, che regala ciò a cui tutti, nello sport, aspirano: la gloria.

Zverev Finals | Numerosette Magazine

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