La sospensione del calcio reale ha accelerato la fioritura del calcio virtuale

Il crollo della quarta parete è avvenuto durante il big match tra Juventus e Inter, quando Paulo Dybala ha segnato uno dei gol più belli delle ultime edizioni di campionato. Tutti i telespettatori hanno avvertito una sorta di blocco emotivo, una sindrome anaffettiva, come se quell’assolo di tecnica facesse fatica a ricavarsi un posto nella memoria collettiva. Abbiamo rivisto il gol più e più volte, ma l’impressione rimane la stessa: il virtuosismo di Dybala, sbiadito dall’assenza del pubblico, è stato proiettato in una dimensione lontana dal calcio, che forse non potremo mai arrivare a comprendere.

Col triplice fischio del derby d’Italia si è spalancata una tempolinea francamente inimmaginabile, nella quale lo sport, tenuto in vita ancora per qualche giorno da una dialisi incerta, è entrato in coma e di fatto non esiste più. E’ la prima volta che l’essere umano, a qualsiasi latitudine viva, non può praticare attività ludiche di nessun tipo. Sembra di trovarci in una di quelle distopie cyberpunk in cui il nostro mondo è sempre lo stesso, ma ci è diventato freddo, sinistro, insopportabile.

Un tour guidato

Negli ultimi due mesi tutte le forze che partecipavano all’orgasmo collettivo del calcio hanno elaborato delle raffinate strategie di rimozione del dolore. Un bravo psicologo potrebbe spiegarci le radici profonde di questa malinconia sportiva, di questa nostra afflizione da homini ludens che non possono vivere senza il gioco. Noi ci limitiamo ai fatti: nello stato vegetativo  in cui il calcio è costretto, si assiste alla inaspettata proliferazione di singolari surrogati. Una dimostrazione tangibile dell’energia creativa di questo sport che anche in assenza di sè stesso riesce a mantenere una forza d’attrazione quasi inossidabile.

L’amante del calcio ha cercato in ogni luogo qualcosa che somigliasse al rito della partita. Dai libri alle dirette Instagram, dai podcast alle lezioni di calciomercato su YouTube, il calcio non s’è mai fermato per davvero. Le esperienze surrogate sono così tante e così interessanti che noi, da antropologi del web, abbiamo pensato di raccoglierne alcune in una Guida per gli internauti. Ecco quindi un viaggio virtuale nelle comunità calcistiche e nei rituali di cui ci stiamo circondando in queste settimane.

Calcio, in Francia sospese le leghe professionistiche | Numerosette Magazine
Molti paesi hanno già sospeso il campionato nazionale: in Argentina e in Olanda, ad esempio, non ci saranno né promozioni né retrocessioni. In Francia, invece, la classifica è stata considerata definitiva, assegnando il titolo al PSG. L’impressione è che nessuna soluzione potrà mai essere soddisfacente.

Quasi amici

Il nostro tour inizia ovviamente dai social, mai come in questi giorni veri sostituti della vita reale che non possiamo ancora vivere. Tra le poche ore rasserenanti della quarantena conteggeremo sicuramente quelle in cui gli idoli di questo sport ci hanno fatto entrare nella loro vita quotidiana, facendoci sentire quasi amici. Parlo ad esempio delle dirette Instagram di Vieri, che arrivano ad avere anche 60mila spettatori, o della chiamata tra Totti e Del Piero, che in un bar virtuale con 42mila clienti hanno condiviso i ricordi delle loro meravigliose carriere in una genuina chiacchierata tra amici.

Ma il semplice partecipare all’incontro virtuale tra due o tre ex giocatori non giustifica da solo l’enorme successo di questi veri e propri happening. C’è una ragione più profonda: c’è in tutti noi una costante ricerca di contatto umano, un bisogno disperato di socialità, che ha trovato nei campioni trasversali un appoggio inaspettato. Quasi amici, quasi meno soli. Il mio episodio preferito rimane quello organizzato dai social media manager della Juventus con Pirlo, Barzagli e Matri. Attimi di comicità da spogliatoio che alleggeriscono le inquietudini di questi giorni.

Bellissime le battute goliardiche sul sinistro di Matri e sulle doti tecniche di Barzagli. P.S. Dal minuto 23 entra in campo la vera guest star, Andrea Pirlo. Vince il premio di miglior attore non protagonista quando, col suo solito aplomb, ricorda di aver giocato (da infortunato) una serie di partite usando solamente il piede sinistro.

Il Nizza campione d’Italia (e altre storie)

Nella desolante caduta dell’editoria ai tempi del lockdown si è intravisto un inatteso raggio di sole. La sezione calcistica ha registrato infatti una crescita piccola ma incoraggiante. Questo perché molti tifosi hanno sentito l’esigenza di rivivere in forme diverse la liturgia domenicale della partita. Si è fatto un gran parlare delle biografie, mai così tanto diffuse come negli ultimi mesi, come ad esempio quella di Roberto Baggio appena uscita per 66th and 2nd, o quella inimitabile di Agassi, Open (Einaudi, 2011), vero e proprio romanzo di formazione di cui abbiamo parlato qui. Nel nostro paese, rimane in vetta alle vendite La mia rivoluzione, autobiografia di Johann Cruyff (Bompiani, 2018), in buona sostanza l’equivalente artistico delle memorie di Leonardo Da Vinci, se mai le avesse scritte.

Johann Cruyff, l'autobiografia ! Numerosette Magazine
Nell’edizione italiana la prefazione è scritta da Buffa e Pizzigoni. In quella spagnola la penna è di Pep Guardiola; in quella inglese di Eric Cantona.

Ma il calcio è anche capace di raccontare magnifiche storie d’invenzione, perché quando si entra nel rettangolo verde la logica rimane negli spogliatoi e può succedere di tutto. Così ci si può divertire leggendo la trilogia fantastica di Enrico Brizzi, in cui il Nizza diventa campione d’Italia nel 1960 (L’inattesa piega degli eventi, BDC, 2008) oppure si può sognare con il romanzo di James Lloyd Carr, ancora oggi considerato da molti il più bel racconto calcistico della letteratura anglosassone, dove un football team di contadini, allenato da un geniale allenatore ungherese, arriva a battere l’Aston Villa a Wembley, vincendo la coppa più prestigiosa del mondo (Come i Wanderers vinsero la coppa d’Inghilterra, Fazi, 2018).

Calcio amarcord 

Certe volte, però, quel che ci manca è la partita vera e propria, l’agonismo geometrico di ventidue uomini filtrato dallo schermo televisivo. Varie emittenti hanno riproposto partite leggendarie, viste da tutti, ma che ricordiamo solo attraverso un dettaglio, come se fosse ciò che ci rimane da un sogno: un gol impossibile, un gesto tecnico, un particolare emotivo. Così è ad esempio per la cavalcata italiana al mondiale del 2006, asciugata nella sua narrazione in alcuni episodi stesi al sole della nostra memoria collettiva. Rivedere oggi gli uomini di Lippi, con distacco emotivo, immergendo il torneo della Nazionale nella torbida estate del calcioscommesse, ci fa apprezzare nuovi angoli di quella grande vicenda, in cui non abbiamo battuto solamente i tedeschi, ma anche i nostri fantasmi.

Italia campione del mondo | 2006
Netflix ha riproposto tutte le partite del mondiale tedesco in streaming. Sky invece ha rispolverato il documentario con interviste che per mesi è stato mandato in loop nell’estate in cui diventammo campioni del mondo.

L’amarcord nel calcio è sempre esistito e in questa fossa della nostalgia in cui ci impelagati da inizio marzo era quasi impossibile non cascarci. Ci siamo sentiti come dei calciatori a fine carriera che si rendono conto di dover dire basta, anche se la loro testa vorrebbe giocare fino a novant’anni. Eppure, anche nel calcio, ci sono partite troppo dolorose, e neppure questa quarantena ci convince a infliggerci dei colpi troppo duri. Da buon interista, ho riguardato senza esitazione la vittoria per 3-1 contro il Barcellona, ma mi è ancora impossibile rivivere senza dolori fisici e morali la sconfitta del ritorno. Non lo so, c’è sempre il timore che Julio Cesar non pari quel tiro di Messi, e che la palla possa entrare anche a dieci anni di distanza…

Passione sconfinata

Mentre tutti i grandi campionati del mondo chiudevano i battenti alcune piccole periferie del calcio hanno continuato a giocare, senza preoccuparsi troppo della pandemia che sta paralizzando il mondo. In Bielorussia, ad esempio, il campionato prosegue stoicamente, dato che il governo ha decretato che il Coronavirus non esiste e non è una minaccia. E resterà sicuramente memorabile ciò che è avvenuto con le dirette Facebook di partite impensabili, seguite normalmente da poche decine di utenti; match tra perfetti sconosciuti sui campi delle basse categorie messicane, dei villaggi dell’Africa centrale, delle isole oceaniche. Piccoli ruscelli di streaming che vengono presi d’assalto da migliaia di utenti assetati di calcio, che si collegano in diretta tra la meraviglia dei commentatori.

Questa viralità delle dirette in cui si fa vedere quel poco di calcio che ancora si gioca nel mondo ne dimostra la dimensione ontologicamente universale. Molto spesso i telecronisti, notando che tutti gli utenti erano italiani, cominciavano a dire le poche parole che conoscevano nella nostra lingua: quasi sempre Baggio e Totti, veri sinonimi di Grazie di essere qui con noi. Fenomeni impensabili fino a qualche settimana fa e che hanno addirittura prodotto del bene tangibile, materiale, nella lotta contro la pandemia.

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Circa un mese fa, per sopperire all’assenza di calcio giocato, abbiamo deciso di mostrarvi partite dai luoghi più remoti del mondo. In una di queste, in diretta dal Messico e ad un orario improbabile per l’Italia, succede qualcosa di folle: in un minuto gli spettatori passano da 50 a 7.000, il telecronista se ne accorge e inizia a leggere tutti i commenti, rispondendo con le poche parole italiane che conosce (Pavarotti, Roberto Baggio, Bugo). E come nelle classiche telecronache sudamericane, ogni giocatore in campo ha un soprannome: c’è “el Niño Prodigio” Valenzuela, “la Rata” Calderon, “el Principe Encantador” Ozuna, la saracinesca Cristian40. Bene, siamo orgogliosi di dirvi che questi ragazzi incredibili hanno deciso di mettere all'asta le loro magliette per aiutare la Croce Rossa Italiana. Non smetteremo mai di ringraziare @joel_avilez_75_ e il @cachanillas_fc per questo gesto, non ci dimenticheremo mai dei nostri fratelli messicani. Ora però andiamo subito a mettere il centello sulla 9 autografata de LA RATA. LINK IN BIO.

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E-football

Ma riprendiamo il volo. Paradossalmente, la sospensione del calcio reale ha accelerato la fioritura del calcio virtuale. Tutte le grandi squadre del mondo hanno assemblato dei team per sfidarsi digitalmente, scatenando un curioso calciomercato dei migliori gamer in circolazione. La Premier League, sempre all’avanguardia, ha addirittura creato il suo primo torneo virtuale, facendo partecipare un giocatore in rappresentanza della propria rosa. E così si è scoperto che molte volte il divario tra calcio giocato e calcio videogiocato non è poi così abissale come si pensa. Ad esempio, Diogo Jota del Wolverhampton è considerato uno dei gamers più forti del mondo, mentre Esposito e Leao hanno dimostrato di saperci fare anche su Pes, pareggiando per 2-2 il primo storico derby di Milano.

Anche se non si gioca, quindi, rimane molto da imparare. Ha fatto notizia, qualche giorno fa, il fatto che Monchi stia pubblicando sul canale YouTube del Siviglia dei tutorial per imparare a fare calciomercato, spiegando i segreti di una professione che dall’esterno appare spesso misteriosa e oracolare. Il DS ha rivelato la sua ricetta, un mix molto delicato di analisi quantitativa, conoscenze personali e intuito, che può portare a risultati sorprendenti (come le tre Europa League vinte dal Siviglia) o più ridimensionati (come l’altalenante esperienza dei suoi acquisti alla Roma). Insomma, il calcio era già virtuale molto prima che ce ne accorgessimo: come Guardiola usa i match analysts, così Monchi tiene sotto controllo centinaia parametri per visionare contemporaneamente un numero di giocatori molto più alto di quello che il vecchio sistema dei talent scout potrebbe garantire.

Suggerimenti utilissimi anche per la modalità carriera a Football Manager. 

Riemergere, con il calcio

Certo, questi surrogati (lo dice il termine stesso) non potranno mai sostituirsi efficacemente all’esperienza del calcio reale. Ma in un certo senso ci hanno aiutato a superare questi giorni difficili, che sfondano il muro dello sport e ci coinvolgono a livello esistenziale. In attesa che l’Uefa e le leghe nazionali ricostruiscano la quarta barriera disintegrata dal capolavoro di Dybala, a noi non resta che divertirci coi surrogati che abbiamo, continuando magari ad inventarne di nuovi.

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Circa un mese fa, per sopperire all’assenza di calcio giocato, abbiamo deciso di mostrarvi partite dai luoghi più remoti del mondo. In una di queste, in diretta dal Messico e ad un orario improbabile per l’Italia, succede qualcosa di folle: in un minuto gli spettatori passano da 50 a 7.000, il telecronista se ne accorge e inizia a leggere tutti i commenti, rispondendo con le poche parole italiane che conosce (Pavarotti, Roberto Baggio, Bugo). E come nelle classiche telecronache sudamericane, ogni giocatore in campo ha un soprannome: c’è “el Niño Prodigio” Valenzuela, “la Rata” Calderon, “el Principe Encantador” Ozuna, la saracinesca Cristian40. Bene, siamo orgogliosi di dirvi che questi ragazzi incredibili hanno deciso di mettere all'asta le loro magliette per aiutare la Croce Rossa Italiana. Non smetteremo mai di ringraziare @joel_avilez_75_ e il @cachanillas_fc per questo gesto, non ci dimenticheremo mai dei nostri fratelli messicani. Ora però andiamo subito a mettere il centello sulla 9 autografata de LA RATA. LINK IN BIO.

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