La Serie A è sempre più orribile

E non è ancora finito questo turno di Serie A, ma forse basta per dire che il calcio italiano è defunto.

L’evoluzione della specie

E per favore, cavatemi gli occhi prima di stasera. Non voglio di certo vedere Chibsah correre come un ossesso, in preda al panico non appena entra in possesso della sfera; e mi fulminasse un dio se incornasse la zuccata vincente l’immacolatissimo Acerbi, idolatrato come se fosse un Nesta cavalcante; mi vien male allo stomaco a pensare Cerri in Serie A, che avrò fatto di male io – noi – per meritarmi un paracarro senza cognizione di stop, al centro dell’attacco che fu di Rombo di Tuono…forse non aver creduto a sufficienza nelle mie qualità e non aver temperato il mio fisico in palestra notte è dì? Ma che bel duello di mutanti che ci attende con Djimsiti! Per favore, radiatemi dal mio sguardo, toglietemi ogni tv. O meglio laptop, e bannatemi dallo streaming – figuriamoci se do pure soldi. Ma forse è anche peggio quel che faccio, nell’impiegar tempo a cercare siti in incognito con telecronache d’altri mondi, sull’attenti a chiudere improvvise finestre a luci rosse per non lasciare tracce che comunque sei costretto a lasciare – pretendo il mio diritto all’oblio, in presa stante! – rischiando di mandar in malora il pc con un virus, per colpa di questo calcio italiano privo di tecnica, sempre più un gioco a ribasso.

Cerri, uno dei peggiori prototipi del calcio italiano recente | Numerosette Magazine
Il Cerri e il pallone, spesso lontani.

Ehi, Fra. Ma da dove deriva tutto questo rancore in uno stupido lunedì mattina di febbraio? Sarà il lunedì? Non dovresti occuparti d’altro ben più importante? Mi autoparlo, attraversandomi d’ispirazione che accolgo e rigetto. Sputo inchiostro virtuale, ma mi verrebbe voglia di vomitare, e purtroppo non è abuso di vino. Dovrei, infatti, occuparmi d’altro, e lo farò. Ma ho anche una necessità di scrivere, qui e ora. È da un mese e passa che non butto giù una parola, è da quest’estate che non ragiono – o sragiono – di calcio giocato, attuale. E mi vien la nausea solo a muovere questi polpastrelli, credetemi, io che della polemichetta me ne infischio e da dentro le budella la derido, vestendomi di superbia anche se volo più basso d’una anguilla. Non pensiate veramente che questa sia polemica, perdio. Datemi l’opportunità di critica dopo anni – sicuramente meno di altri – a consumar pupille tra spalti e schermi. E che mi venissero le emorroidi perenni – uccidetemi, piuttosto – se diventassi un fenomeno da baraccone, sempre pronto a dire la mia su tutto e ovunque. Che poi a chi importa, la mia e sto tutto in ogni dove? Che siamo un paese di miserie, miseriacce e miserine.

Miserine come le parolette intorno al calcio italiano di chi lo gestisce. Miserine di molti che lo raccontano, oddio sarebbe più corretto dire che descrivono in forma didascalica con ottemperanze scientifiche tese a giustificare ogni novità senza spirito. Miserine come queste magliettine indossate da calciatori che, nelle loro sproporzioni muscolari, s’atteggiano a mo’ di prostitute, offrendosi con calzoncini attillati all’occhio del miglior cameraman.

Atleti michelangioleschi e smorfiosi laocoontiani, pronti a contraddire le ore spese al chiuso a rinforzar i propri arti, dotandoli di equilibrio infinito, ma che al minimo contatto svolazzano in rotazioni carpiate che la Cagnotto sobbalza dalla sedia lesta ad allenarsi, sia mai che le rubino il posto in Nazionale.

È l’evoluzione, già sento i rimproveri. Che brutta questa evoluzione. Cosa sta diventando il calcio italiano e non solo? Laboratori dinamici per bodybuilder? Giocassero, allora, con palloni più pesanti anziché alleggerirli come supersantos. Si facessero almeno male ai piedi per come trattano il pallone. Che si ostinano pure all’uscita bassa.

Come vedreste Hulk nel calcio italiano? | Numerosette Magazine
Uno dei pionieri della nuova specie applicata al calcio mentre straborda nella sua magliettina attillata.

Il Campionato è già finito

Ebbene sì, siamo nel bel mezzo di un campionato che non ha quasi più nulla da dire. Quelli che non erano impegnati a mostrar su instagram dove passavano le loro vacanze se n’erano già accorti a luglio, i più fortunati sul lavoro l’han capito ora che han smaltito liquori e panettoni.

E rispecchia cinica e palese che una noia del genere non la riflettevamo da anni. Sarete d’accordo, no? No? La prima in classifica – per come è costruita, appartiene a un altro campionato – dopo 22 partite ha 20 punti di vantaggio sulla terza, gli stessi che separano la quarta dalla diciottesima che ieri ha battuto la cadaverica terza senza anima, con il gol di uno sgraziatissimo paraguagio, dimenticato da ogni legge dell’armonia, che ha regalato tre punti al nuovo allenatore. Quel sinistraccio serbaccio che torna sulla panchina bolognese dopo 10 anni. Che da giocatore disegnava arcobaleni mentre d’allenatore scarabocchia da una decade “x” su “x”, colto da una sindrome di pareggite, degna del buon primo Mancini interista. E i giornalisti illustrissimi che fanno? Ne lodano la tempra coraggiosa e offensiva – ne ha più pareggiate che vinte – in quanto erede di Boskov, solo perché serbo appunto. Razzistelli ovunque, di miserie miseriacce e miserine. E figuratevi se potesse rimanere escluso il calcio italiano. Che negli ultimi due mesi ha dato spolvero al ben che peggio di sé sul tema.

E così, se il podio sembra ormai già decorato, e in basso fan di tutto per far salvare quella banda di vecchi accattoni di cartellini gialli del quartiere di Verona, in mezzo c’è così tanto trambusto che risplende la figura mitologica di Quagliarella. E mi vien da piangere. E mi insulterete, ora tutti. Sia chiaro, avercene di Quagliarella, di giocatori che pensano audace e fanno del guizzo la propria spinta vitale. Ma a 36 anni non può recitar la parte del leone del campionato, sarebbe ben più che sufficiente se interpretasse quella del condottiero del suo popolo di marinai in cerca di gloria e di epica, come sta facendo. E come gli auguro di agguantare. E invece va addirittura in Nazionale. E siamo lieti. E siamo orbi. Attenzione, però! È uno stage. Uno stage a 36 anni? In linea con il paese reale, direte. Chapeau.

Quagliarella è oggi la migliore espressione del calcio italiano, e non può essere un vanto | Numerosette Magazine
Quagliarella (36 anni) è oggi la migliore espressione del calcio italiano, e non può essere un vanto.

E quindi, dove eravamo rimasti? 9 squadre in 7 punti. Che bella che bella che bella questa lotta per i playoff promozione. E poi ci ritroviamo quella volpe di San Vincenzo che, con 3 orologi ai polsi, magari guida pure i granata in Champions, schierando un terzino sparviero barbarossa nel ruolo di centrocampista tuttofare con licenza d’uccidere gli spettatori in curva, sorretto da una squadra di robocop capitanata dal buon Gallo, curvo sulla sua gobba, senza collo e dalla gabbia toracica da far invidia al glorioso Faustino Coppi. E pedala pedala, segna poco, ma si dimena. E non lo puoi di certo disprezzare, si comporta da vero capitano, onora gloriosi colori, ed è uno dei migliori esemplari italiani nel suo reparto. Ahi, che dolor! Con tutto l’amor per un animale che canta. Ma ve lo immaginate questo Torino in Champions League contro il Barcellona?

Ma niente, nil nil. La Spal resiste al Toro, non vince in casa da un anno, ma il pubblico ferrarese splendido davvero applaude gioioso con canti e grida di passione, e s’appassiona al suo battitore libero, tale Jasmin Kurtic. Jasmin Kurtic, signore e signori. Su tutti i calci piazzati. Ne azzecca uno ogni tre. Che male abbiamo mai fatto per mirar tutto questo, ogni weekend scaglionato?

Spal-Torino partita emblema del calcio italiano | Numerosette Magazine
Quella tra Spal e Torino è stata, a livello tecnico, una partita emblema del calcio italiano. Con molti giocatori schierati fuori ruolo, pur di annullarsi fisicamente e tatticamente.

Salviamo il salvabile

E allora che rimane? Ben poco. Ben poco. Ma dobbiam pur cavare qualcosa da questo capitolo del calcio italiano che meriterebbe il migliore degli oblii. Inebriamoci nell’istinto assassino di Piatek. Eccitiamoci dinanzi alle scivolate eroiche di Koulibaly e Pezzella, roccaforti di popoli nobili. Teniamoci stretti Chiesa e Zaniolo, gioiellini della Versilia con quella smania di incidere. Coccoliamoli senza paroloni, e lasciamoli osare, sfoderare il loro atletismo oggi necessario, ma sorretto da una fantasia che luccica sugli scarpini in questo buio che ci accompagna. E proteggiamo quell’omone di Gigio che siam sempre pronti a rimproverargli ogni errore eppure sta facendo una stagione grossa così, e nessuno lo sottolinea. Facciamo crescere, come sta crescendo, Cutrone.

Speriamo che la Roma si riprenda mentalmente, e vada avanti in Champions, e si prenda quel quarto posto che sta buttando al vento nonostante una spanna di talento in più rispetto alle concorrenti. Perché Cristante, Pellegrini, Dzeko, Schick e Under hanno qualità vera. Perché Kolarov e De Rossi sono signori del nostro calcio italiano. Perché El Sharaawy è dotato del tocco estemporaneo che rompe gli artifici. Perché Perotti e Pastore sono ancora lì, tangheri nostalgici dei tempi perduti speranzosi di resuscitare per ingraziarci gli occhi. Perché Florenzi meriterebbe una collocazione più chiara per concedergli l’opportunità di migliorarsi con costanza, senza vagare in base alle necessità tattico-ideologiche difranceschiane. Ma ben vengano i Florenzi.

Godiamoci fin che possiamo i portoghesi, ricordandoci che Cancelo e Ronaldo sono cartoline bugiarde del calcio italiano perché il valore si misura nel medio, non nell’eccezionale. I due fanno decisamente un altro mestieri anche se il 7 ha plagiato una generazione di calciatori-bodybuilder.

E speriamo che il Napoli e la Juventus, le uniche due squadre di tecnica veramente superiore, vadano avanti nel loro percorso europeo, almeno fino alle Semifinali. Altrimenti è noia al cubo. Altrimenti è fallimento del calcio italiano.

Salutiamo con tristezza uno dei migliori centrocampisti che ha abitato il calcio italiano (ed europeo) negli ultimi 12 anni, forgiato di atti spigolosi e slanciati negli anni della giovinezza, misurato di raffinate geometrie negli anni più maturi. Con la cresta che seguiva il passo, da spregiudicata a elegante. Ciao Marek, salutaci il Pocho, uno che entusiasmava sempre. A me rimane comunque l’amaro in bocca. Un simbolo non si saluta e non si fa salutare in questo modo, anche se è stato coerente con il suo stile umile. Si conclude, così, in una vuota e contestata notte di febbraio, la prima era De Laurentiis, uno dei migliori prodotti – checchénedicano i detrattori – del recente calcio italiano. Ne inizia un’altra, e bisognerebbe incoraggiarla di più.

Nella speranza che, pian piano, questo calcio italiano si riprenda per lo meno tecnicamente. Perché, oggi, la Serie A non vale forse la Ligue 1. Perché peggiorare, sembra, francamente impossibile.

Hamsik da l'addio al calcio italiano e al Napoli | Numerosette Magazine
Uno dei pochi giocatori tecnicamente sopra la media dell’ultimo calcio italiano.

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