Ibra contro Vardy, è la dura guerra del gol

È già arrivato il momento in Inghilterra di mettere in soffitta la Settimana Enigmistica e prepararsi alle scintille di un debutto stagionale da brividi con un Community Shield che sa più di lotta di classe che di semplice calcio agostano. Quella tra Leicester e Manchester United è una sfida inedita e incredibilmente affascinante, con la piccola che spera di non restare una “meteora” ma poter entrare nel walhalla del calcio anglosassone, con quell’impertinenza e quella sfacciataggine che tanto fastidio immaginiamo rechi ai potenti di lunga data, un po’ snob, che guardano con sufficienza all’ascesa di quei carneadi in maglia blu e mettono mano al portafogli gonfio per ristabilire l’ancien régime.

Lo scontro ideologico è perfettamente riassunto dai due allenatori Ranieri e Mourinho e soprattutto dalle bocche di cannone alle quali si affidano i due schieramenti: Ibrahimovic e Vardy, due bomber che più diversi non si può.

Lo svedese un magnifico accentratore di gioco, che trova congeniale solo fare la battaglia contro più uomini possibile, che sa fare tutto e in modo meravigliosamente piacevole dietro un’aria fintamente sgraziata e spigolosa. L’inglese fondamentalmente un ingranaggio diventato molto più importante di quanto fosse pensato, a suo agio quando ha più libertà possibile in termini di spazio ma non di idee, l’esaltazione di una tecnica monocorde, non bellissima ma incredibilmente efficace.

Ok va bene, non proprio monocorde monocorde

 

COMFORTABLY NUMB

Zlatan Ibrahimovic va verso i 35 ma non sembra per niente arreso allo scorrere inesorabile degli anni, ha appena accettato una sfida coraggiosa e nuova in un campionato e in un contesto più difficile del precedente, sposando l’idea di farsi pilastro del rilancio di una nobile decaduta come il Manchester United e firmando un contratto, pur onerosissimo, di una sola stagione. Un campione immenso che non ha mai paura di mettersi in gioco nei palcoscenici più disparati, un Giulio Cesare del calcio che accetta di farsi da parte solo dopo aver piazzato la propria bandiera in ogni angolo del pianeta del football, con la magnificenza di un imperatore per diritto divino. Ha appena disputato la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo e si è presentato al Manchester United segnando dopo 4 minuti così in amichevole.

High hopes

Un re che fa di quella sua algida antipatia la sua forza, che ha sempre voglia di scontrarsi contro il mondo e che muore solo nell’indifferenza, a cui si ribella con le armi di un talento incredibile e sconfinato e un carattere spigoloso non per autentica sgradevolezza ma per l’impossibilità di domare un innato spirito da guerriero. Un “cattivo” a cui ormai non possiamo non voler bene, perché è così, per dirla alla Pink Floyd, “piacevolmente insensibile”.

LEARNING TO FLY

Completamente diversa la storia di Jamie Vardy. Niente contratti ultramilionari, niente rapidi ascese, niente tuffi in fumettistiche piscine di denaro, ma tanta fatica per una favola moderna che ormai è nota a tutti. Più o meno all’età in cui Ibrahimovic era giù un craque sulla bocca dei maggiori club europei (tanto da rifiutarsi di sostenere un provino con l’Arsenal), Vardy guadagnava 30 sterline a settimana ed emergeva come un attaccantino di talento delle serie minori inglesi, guadagnandosi da vivere come metalmeccanico a Sheffield. Verrebbe facile pensare al classico bomber di paese che si presenta al baretto con la tuta della squadra, vantandosi sfacciatamente del gol fatto la settimana prima tra le risate e gli scappellotti dei compagni di bevute. Verrebbe facile sì, ma la mitologia del fenomeno Vardy è stata talmente approfondita negli ultimi mesi che preferiamo passarci oltre.

Esattamente nel periodo in cui Zlatan vinceva campionati con Inter e Barcellona, Jamie giocava con un braccialetto elettronico impostogli da un giudice dopo una rissa in un pub. Poi nel 2012 diventa il trasferimento più costoso da una squadra dilettantistica a una professionistica, passa al Leicester per un milioncino, qualcosa che Zlatan nel 2012 avrebbe potuto sborsare giusto per farlo giocare nel suo giardino di casa. Appena quattro anni dopo, il “giardino di casa” si chiama Wembley, perché Jamie Vardy è il capocannoniere dei campioni d’Inghilterra in carica, perché quello che era semplicemente another brick in the wall ha molto rapidamente “imparato a volare”. Solo quando serve, però, perché con una mossa massimamente anti-zlataniana l’attaccante inglese ha declinato il viaggio solo andata in direzione Emirates Stadium, preferendo confermarsi nella sua seconda casa. Qualcosa di diametralmente opposto alla filosofia del veni vidi vici del suo omologo in maglia rossa.

Insomma, Ibrahimovic contro Vardy è molto più che una sfida tra due magnifiche punte, è uno scontro di idee. E’ l’uomo del popolo che sfida il potere assoluto, è nobiltà calcistica contro classe operaia: difficile scegliere l’uno o l’altro, non resta che essere fiduciosi sullo spettacolo che sapranno offrirci, non solo domenica, ma nell’arco di tutta la stagione.

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