I dolori del giovane Paulo

Lo scontro Juve-Milan di sabato pomeriggio – deciso dalle risposte di Dybala e Kean al solito Piatek – ha restituito molto più di quanto ci potessimo aspettare: i bianconeri hanno dovuto gestire un match più impegnativo del previsto in attesa di affrontare l’Ajax, mentre la squadra di Gennaro Gattuso ha dato qualche segnale positivo che potrebbe però risultare inutile ai fini della corsa verso la Champions League.
La Juve si è confermata la squadra cinica che è sempre stata, in grado di leggere al meglio il momento della gara e colpire con il tempismo giusto. Questa prestazione, che ha comunque ulteriormente messo in stand-by la questione scudetto, ha però messo alla luce anche qualche difetto degli uomini di Massimiliano Allegri: una qualità nel gioco che tende a latitare e, forse come conseguenza, un Paulo Dybala che appare sempre più come un corpo estraneo a questa squadra.

La Joya ha segnato un goal che ha pesato parecchio sull’economia della gara, ma ha comunque dato l’impressione di essere lontano dalla migliore condizione di forma possibile e di non essere più – probabilmente – tra le prime soluzioni offensive dei suoi. È abbastanza chiaro come negli ultimi mesi la Juve abbia intrapreso un percorso tecnico che in qualche maniera è riuscito ad alterare la crescita del suo numero 10, portandolo a giocare in una posizione e in un modo totalmente inediti per lui.

A questo punto della stagione sorge una domanda abbastanza legittima: cosa non sta funzionando nel gioco di Dybala? È possibile migliorarlo in qualche modo?

Dybala con la maglia della Juve | Numerosette Magazine

Un esperimento fallito

Il sostanziale cambiamento apportato al gioco di Paulo Dybala deriva dal tentativo dei bianconeri di risolvere una condizione che si trascinano dietro da qualche stagione: la mancanza di un centrocampo qualitativo, o almeno abbastanza qualitativo da poter competere sotto questo punto di vista con i reparti delle altre Big europee.

Dall’inizio dell’era Allegri, solo la Juve versione 2015 – quella con Arturo Vidal, Paul Pogba e Andrea Pirlo titolari e Claudio Marchisio prima riserva – ha avuto un centrocampo di assoluto spessore. La finale di Berlino è stata l’inizio di un nuovo progetto tecnico per la Juve che ha rafforzato notevolmente la difesa e il reparto offensivo con profonde rotazioni, preferendo la quantità alla qualità in mezzo al campo.
Negli ultimi due anni questa idea è stata ampliata sempre di più portando il centrocampo bianconero a essere impeccabile sotto il punto di vista fisico e atletico, ma anche isolando Pjanić come unica fonte di gioco. Il ritorno di Leonardo Bonucci non riesce a rimediare come avrebbe dovuto a questi problemi ed ecco che nasce l’idea di spostare il raggio d’azione di Dybala di almeno 20 metri indietro, approfittando della sua visione per dare spesso e volentieri il cambio a Pjanić in fase d’impostazione.

Questo spostamento ha portato, almeno per i primi mesi di questa stagione, dei buoni risultati sia in campionato che in Europa: l’argentino è lontano dalla porta e quindi non può far male come lo scorso anno, ma è molto efficace a mettere in ritmo i compagni e soprattutto due punte brave ad attaccare la profondità come Ronaldo e Mandžukić non possono che giovare di uno con i suoi piedi pronto a innescarli: i 6 assist messi a referto fino a gennaio ne sono una chiara testimonianza.

(L’assist per il primo goal di Ronaldo contro la Samp è l’esempio perfetto di come la nuova posizione di Paulo Dybala stesse funzionando)

Qualcosa poi si è rotto: la Juve ha avuto come la necessità di lasciare da parte il suo 10 per concentrarsi sulla crescita di altri giocatori. I problemi sono iniziati a fine gennaio, la fase della stagione in cui la squadra di Allegri storicamente decide di accelerare i ritmi e cambiare anche il proprio stile di gioco: i Bianconeri passano da un ritmo più cadenzato a una pressione costante sugli avversari in fase di non possesso, cosa avvenuta ad esempio nella partita contro l’Atletico o in alcuni momenti chiave della partita giocata in casa del Napoli.
In un sistema del genere Dybala perde gran parte della sua utilità, in quanto è obbligato ad apportare maggiore intensità per recuperare il pallone, perdendo di conseguenza lucidità nelle giocate una volta recuperatolo.

Il ritorno degli ottavi di Champions contro l’Atletico è il chiaro esempio di come Allegri abbia deciso di fare un passo oltre Paulo, almeno in questo tipo di gare: Bernardeschi – che vive un momento particolare anche con la nazionale – porta un mix di qualità e quantità che il suo compagno non può garantire. In più si sposa alla perfezione con uno stile di gioco più incentrato su corsa e pressing, risultando a tutti gli effetti una mezzala moderna sullo stile di Bernardo Silva, ad esempio.

Il problema di Paulo non è quindi la qualità, quella lo ha sempre contraddistinto e non lo lascerà mai, ma la sua impossibilità, a causa delle sue caratteristiche e della sua struttura fisica, a ricoprire un ruolo di maggiore sacrificio. Dybala può stare senza problemi anche all’altezza del centrocampo, ma con compagni diversi e soprattutto con uno stile di gioco differente: fino a quando la Juve terrà questi ritmi lui è destinato a rimanere qualche giro indietro.

Un problema da risolvere

È complicato capire come Dybala possa tornare su livelli degni delle sue qualità, soprattutto perché la Juve appare come una macchina ben oliata dalla quale risulta quasi impossibile rimuovere uno dei componenti senza rischiare di compromettere l’intero meccanismo.

La prima soluzione ai problemi del giocatore può essere diventare col tempo una riserva di lusso, un’autentica arma in più da schierare quando la situazione risulta bloccata o serve un lampo di genio per risolvere una partita. Dybala può quindi essere la risposta alle giornate no della squadra, aumentando indirettamente l’arsenale offensivo dei suoi e concedendo così ad Allegri un piano B affidabile.

La situazione creatasi attorno a Paulo potrebbe quindi essere, se gestita in maniera corretta, la chiave per apportare un’ulteriore miglioramento a un squadra sempre alla costante ricerca della perfezione. Avere a disposizione il suo talento quando la partita è già in corso è un lusso che solo in pochi potrebbero permettersi. Anche al ritorno contro l’Atletico, per quanto quella partita lo abbia fatto sostare nell’ombra, il suo ingresso nel secondo tempo ha ulteriormente scombussolato gli avversari, contribuendo in qualche maniera all’incredibile remuntada bianconera.

Dybala con CR7 | Numerosette Magazine

L’impressione è che i prossimi mesi possano essere decisivi per il rapporto Dybala-Juve, per capire se il suo futuro possa essere ancora a Torino o se sarà necessario separarsi.

L’ipotesi di cambiare aria sembra parecchio avventata, ma ha comunque senso. Non c’è dubbio sul fatto che Paulo, in un nuovo progetto dove poter essere la chiave di volta di un sistema, possa tornare ai livelli devastanti del biennio 2016-2018. L’argentino, comunque vadano i prossimi mesi, necessita di una squadra che lo assecondi tecnicamente e che sappia come farlo rendere al meglio, cosa che la Juve – almeno al momento –  non sembra potergli garantire.

In attesa di vedere come si evolverà la situazione non possiamo che aspettare e vedere come reagirà Dybala al suo ridimensionato ruolo, se saprà adattarsi o se sarò necessario per il campione dire addio a Torino. La speranza, per il bene del calcio e di un talento come quello della Joya, è di vederlo tornare ai fasti iniziali, a quel livello che era davvero degno di lui.

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