Hooligans: riflessioni sulla vita e sul mondo

A quasi 14 anni dalla sua uscita, “Hooligans” resta forse la miglior pellicola per comprendere cosa sia la mentalità ultras e tutto ciò che gira intorno ad essa.
La nitida foto che Lexi Alexander fa del tifo organizzato di stampo violento ben riesce a spiegare un mondo pieno di contraddizioni e incoerenze. Allo stesso tempo però, rende evidente quanto sia affascinante una vita da hooligan, specie per chi fatica a trovare un posto in questo mondo.

Un affresco sulla nobiltà dell’essere dei “cattivi“, questo forse è il modo migliore per definirlo. Non a caso, uno degli attori principali è quel Charlie Hunnam che, con l’interpretazione di Pete Dunham, verrà scelto per il ruolo di Jax Teller in Sons of Anarchy, la personificazione della nobiltà d’animo criminale.
Condizione necessaria, quest’ultima, per rendere attraente il mondo dei “fuorilegge da stadioanche a chi non condivide molti dei valori del tifo violento.

Punti di vista

Rispetto a molte altre opere, proprio quello appena descritto è uno dei maggiori punti forza di Hooligans. È geniale infatti la trovata della regista di farci guardare questo mondo attraverso gli occhi di una persona che non dovrebbe centrare nulla con esso.
Un individuo, Matt Buckner, che arriva da una dimensione completamente opposta, yankee e giornalista, le due categorie che, per cultura e vocazione professionale, sono più lontane dal concetto di ultras.

La progressiva evoluzione del punto di vista di Matt ci fa comprendere come si arrivi ad abbracciare un mondo violento come quello degli hooligans.
Da corpo estraneo, quasi alieno, il personaggio di Elijah Wood diventa infatti membro attivo e operante della GSE, il gruppo ultras del fratello del cognato, Pete. Questo passaggio rende bene l’idea di come, un individuo in cerca di se stesso, possa trovarsi anche ad abbracciare cause a lui culturalmente lontanissime. Fino ad arrivare a condividere situazioni illogiche, come fare a botte con tifosi di altre squadre in nome di valori effimeri e relativi.
Valori che, però, sembrano essere imprescindibili, sebbene Matt non li considerasse nemmeno prima del suo sbarco in Inghilterra.

Valori, insomma, che distorcono quel benedetto punto di vista. Che fanno pensare a Tommy Hatcher, leader della firm del Millwall, che suo figlio, morto in uno scontro tra tifoserie, sia stato ucciso dal vecchio capo della GSE, The Major, non dall’adesione, per emulazione, ad uno stile di vita pericoloso e assurdo.
Ideali corrotti da una visione del mondo distorta, in cui il suddetto Tommy Hatcher pensa che l’unico modo per vendicare il figlio sia quello di uccidere il figlioletto appena nato di The Major, che si salverà solo grazie al sacrificio di Pete.

Hooligans: unione e crescita

Forse a questo punto vi starete chiedendo perché all’inizio abbiamo parlato di “Nobiltà Criminale” se, a conti fatti, quelle descritte sono situazioni tutt’altro che nobili.
Non è una considerazione sbagliata, ma, come in tutti gli aspetti della vita, non esistono solo bianco o nero, buono o cattivo, nobile o ignobile. Ci sono mille sfaccettature. Ci sono le persone, che, come raramente accade, vanno considerate nella loro interezza.

Capita dunque che lo spettatore inizi a provare simpatia per Pete, un criminale che però è disposto a morire, veramente, per proteggere la sua famiglia. Magari poi chi guarda inizia a considerare in maniera positiva anche il gruppo della GSE, una banda di ragazzi che sono disposti a tutto pur di non perdere uno di loro.
Alla fine, se non avessero avuto la passione per il West Ham, avrebbero sicuramente trovato altri modi, magari peggiori, per trovarsi e cacciarsi nei casini.

Come direbbe Emma Goldman, il loro è un ordine sociale basato sulla libera associazione di individui. Una forma di anarchia, dunque. Tossica e dannosa per la società, ma quasi inevitabile per chi è stato dimenticato dalla civiltà o per chi sta cercando la sua ragione di vita.
Sono uniti da sentimenti forti, molto più veri di altri su cui si basano unioni di individui più riconosciute dalla società, o comunque più canoniche. Non ci sono dietro business, affari o interessi, solo amicizia e fratellanza modellate attorno ad una passione comune.

Hooligans” è però soprattutto una storia di crescita nel senso più ampio del termine. Certo, al centro c’è la crescita di Matt, che trova nella GSE amici che lo aiutano ad esorcizzare le sue paure e le sue insicurezze, ma la sua crescita riguarda un po’ la vita della maggior parte di noi.
Si passa dall’accettazione di qualcosa di nuovo all’identificazione totale in esso. Fino al fare un passo indietro, quando si capisce l’importanza di non poter perdere le caratteristiche individuali per l’immedesimazione in tale cosa, ormai parte di noi. È un processo che ci aiuta ad evolverci, a scacciare i nostri timori e ad allargare il nostro modo di pensare. In generale, ci aiuta a crescere.

Un processo che nella vita di ogni persona capita più volte, ma che nel film è identificata in una sola simbolica vicenda.
Per altro espressa benissimo nell’ultima scena, in cui Matt cammina verso la sua nuova vita canticchiando I’m forever blowing bubbles.

Differenze

“I tifosi del West Ham e del Millwall si odiano.”
“Come Yankees e Red Sox?”
“Direi più come israeliani e palestinesi.”

Una delle peculiarità che più colpisce di Hooligans è la capacità di portare avanti due discorsi paralleli nella narrazione delle vicende.
Perché se da una parte c’è tutto quello che abbiamo detto finora, dall’altra c’è un tema importante di cui non abbiamo ancora parlato: quello del confronto tra due mondi diversi. Da una lato la realtà inglese di Pete e dei suoi, dall’altro quella americana di Matt.
La citazione riportata sopra è la migliore possibile per spiegare le differenze tra il tifo nel calcio in Europa e il tifo negli sport americani, come il baseball.

In Inghilterra il tifo nelle sue frange più estreme è vissuto come una questione identitaria di quartiere, il cui onore deve essere difeso fino all’ultima goccia di sangue. Support your local team, questo è uno dei mantra più usati.
In un sistema come quello americano invece, basato su franchigie che possono cambiare città in base a quello che i proprietari decidono, questo concetto è inspiegabile.
Nella logica statunitense, la parola “sport” è messa sullo stesso piano della parola “entertainment“, ovvero il divertimento. Assistere ad una partita è come andare ad uno spettacolo, e ciò comporta che tutta la parte non connessa a quello spettacolo, è inesistente. Pensare che da una gara sportiva possa generarsi una guerriglia identitaria è per loro assurdo.

Da qui deriva anche il disprezzo della GSE, e degli altri hooligans, per gli Yankees, loro non possono capire cosa voglia dire tifare, c’è più che altro da lottare, soffrire e, spesso, molto poco da divertirsi.

Ora magari vi aspettereste la nostra idea su cosa sia meglio. Beh, forse non la sappiamo neanche noi.
Non condividiamo gli eccessi degli hooligans, né le loro degenerazioni, tuttavia è impossibile non provare un certo fascino nel modo di vivere di Pete e della sua GSE.

Perché è semplice considerarci superiori a loro, ma in quanti sarebbero in grado di provare sentimenti così forti di fratellanza, amore e sacrificio?
Probabilmente in pochissimi.

La verità è che noi non lo saremmo e quindi non possiamo che ammettere che, in questo, sono migliori.

Oppure, più semplicemente, basterebbe ammettere che un determinato stile di vita – crudo ed estremo – affascina un po’ chiunque.
Perché, ammettiamolo, abbiamo immaginato tutti di essere in mezzo a loro almeno una volta.

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