Il mondiale mai raccontato

Figli di dèi minori. Eroi di storie mai narrate. Vittorie che Calliope, la musa della poesia epica, non ha cantato mai. Sono, però, pur sempre campioni del mondo. È il 2004 e l’Italia è sul gradino più alto del podio della Homeless World Cup, il mondiale per i senzatetto. È epica al contrario e per questo merita di essere raccontata.

L’anti-epica

La nostra storia ha inizio in un luogo diverso da quello al quale arriva. Vuole essere anti-epica in tutto e quindi non ha quella “struttura ad anello” che ha caratterizzato, come simbolo del ripristino dell’ordine, tanti racconti di eroi. Il punto di partenza è una città particolare: Milano.

Quando nel 1872 Heinrich Schliemann, dopo anni di ipotesi affascinanti e studi, scoprì Troia, vide che in quel sito c’erano ben nove strati sovrapposti di città di epoche diverse. Milano, invece, le città diverse le ha tutte insieme nello stesso momento. Si passa dal lusso di Via Montenapoleone a Quarto Oggiaro, dai grattacieli di Piazza Gae Aulenti alle periferie. Ma è proprio qui, nel campo nomadi di Via Barzaghi, zona nord-ovest della città, che si è costruito il successo della Homeless World Cup.

Un immagine dello smantellamento del campo di via Barzaghi, da dove è partito il viaggio per la Homeless World Cup | numerosette.eu

Multietnica

Gli antefatti della vittoria risalgono al 1999, anno in cui Bogdan Kwappik, polacco, arriva proprio al campo nomadi più famoso della città. Da subito ha l’idea di usare lo sport come strumento, sia per il suo valore sociale che per la sua forza d’attrazione mediatica. Il progetto di Bogdan si realizza così nella Multietnica, un’associazione che mette insieme una squadra con giocatori provenienti da tutti i campi nomadi milanesi. Il progetto (descritto dettagliatamente da Mauro Valeri in “Ladri di sport”) si allarga anche ad altre discipline, inizia a destare curiosità e ha un primo riconoscimento ufficiale nel 2003. È la prima edizione della Homeless World Cup, il mondiale di street soccer per senzatetto, e a rappresentare l’Italia va proprio la selezione di Multietnica.

L’esperienza del 2003 è assolutamente positiva e l’Italia chiude al quinto posto. Il successo della manifestazione va ben oltre i risultati sportivi. Già la composizione delle squadre è da tenere sott’occhio. Ogni squadra, infatti, riunisce giocatori e membri dello staff che “risiedono” in quella nazione, ma che provengono in realtà da Paesi diversi, spesso con contrasti non di poco conto. Ancora una volta il calcio, come lo sport in generale, si dimostra uno strumento efficace per combattere l’emarginazione.

Una fase di gioco della Homeless World Cup | numerosette.eu

La vittoria

L’anno seguente il progetto di Bogdan inizia già a dare i suoi frutti. L’Homeless World Cup, infatti, attira più attenzione, il che significa anche maggiori finanziamenti per coprire le spese. Siamo partiti da Milano, via Barzaghi, ma i nostri anti-eroi sono ormai sbarcati sulla spiaggia di Troia. Siamo a Göteborg, sede dei mondiali, e la squadra è composta da due Brasiliani, un Peruviano, due Rumeni e tre Argentini. Ah, e ovviamente Bogdan seduto in panchina, il nostro Agamennone. A sorpresa gli azzurri, che in realtà sono un po’ più multicolore, vincono la manifestazione. L’Italia termina la competizione sia con la miglior difesa che con il miglior attacco. Rodrigo, brasiliano, è capocannoniere con 52 reti.

Ecco, per capire la delicatezza della vicenda, basti pensare che proprio Rodrigo, tornato dal mondiale, si ritrova comunque a vivere per strada. La manifestazione è per molti, anzi per tutti, una semplice parentesi all’interno di una vita di sforzi per mantenersi a galla. La dedica dell’allenatore campione del mondo, perché ora così bisogna chiamarlo, va proprio a tutti quelli che lottano per una vita dignitosa, a chi ha “l’incubo di non avere il pane per sé e per i propri figli”. L’anno seguente l’Italia bisserà addirittura il successo e Bogdan dirà di aver passato la notte dormendo nella sua auto abbracciato alla coppa.

La selezione italiana festeggia la vittoria della Homeless World Cup del 2004 | numerosette.eu

Il sogno di Bogdan

Alla fine lui ha vinto, sì proprio Bogdan. Ha raggiunto il suo scopo. È riuscito a creare attenzione e interesse intorno a temi complicati e lo ha fatto partendo da una cosa semplice, forse la più semplice di tutte: il calcio. E non fa niente se per certa stampa “L’Italia vince la Homeless World Cup” è stato solo un titolo di un articolo simpatico da relegare all’angolo di una pagina. Perché lì, in quell’angolo, Bogdan ha dimostrato che aveva ragione. Ha trasformato, anche per poco, la periferia in centro e l’emarginazione in condivisione. Il 70% dei partecipanti alla Homeless World Cup, dopo la manifestazione, trova condizioni di vita migliori: una casa, magari un lavoro. Era quello il sogno di Bogdan. Il sogno di ragazzi ai quali brillano gli occhi parlando dei campioni ai quali si ispirano.

In certi casi, parlando di sport, è bello proiettare le proprie fantasie in un evento. Guardarlo con i propri occhi per sublimare un senso d’appagamento sia estetico che etico. Non qui. Qui non ci sarebbe errore peggiore. La questione va guardata nella sua interezza, senza creare favole scrostando la vicenda sportiva da quella umana, che è fatta di emarginazione e solitudine. L’Homeless World Cup è una manifestazione sportiva e quindi, come tale, di svago, ma ha una finalità molto più alta. Ci costringe a parlare d’altro parlando di sport, a parlare di persone con storie difficili. Ci costringe a guardare dove non guarderemmo. È, per una volta, l’anti-epica che ci costringe a pensare in un’altra maniera allo sport. Quella giusta.

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