Hart of gold

Sabato 27, domenica 28, lunedì 29. Tre giorni che l’universo Torino ha vissuto con grande tensione: i preamboli alla sfida contro il Bologna, le preoccupazioni per una squadra che alla prima uscita non aveva convinto il più brillante degli ottimisti, il mercato in chiusura e le notizie sempre pronte a distrarre – talvolta illudere – i tifosi. Ne balenò una da far divellere lo stomaco dalle risate: Joe Hart in orbita granata dopo essere stato scaricato da Pep Guardiola.
Chiunque, persino autorevoli esperti che masticano il calciomercato come io mastico il panino col salame, è stato pronto fin da subito a bollare la notizia come una flebile speranza. Anche in caso di un interesse quantomai remoto da parte della triad… ehm, del triumvirato Miha-Petrachi-Cairo nei confronti del titolare della nazionale dei Tre Leoni, c’erano ostacoli insormontabili da superare: il nodo ingaggio, quasi quattro milioni lordi, e la concorrenza sopratutto di club inglesi che gli avrebbero garantito un posto da titolare fisso – Sunderland ed Everton su tutte, ma si era parlato per un tratto anche di Liverpool…

 Cosa mi aspetterà una volta riaperti gli occhi? Svegliatemi, quando arriva settembre…

eppur qualcosa si mosse.
Già subito dopo la roboante vittoria contro il malcapitato Bologna – colgo l’occasione per rivolgere un augurio di pronta guarigione al portiere Mirante, ndR – cominciavano a volare da un capo all’altro del Vecchio Continente notizie che davano il Toro favorito su tutte le altre candidate per la corsa a Joe Hart. I tifosi impazzavano sempre più collettivamente su ogni social: la giornata di lunedì è stata vissuta come un last lap di Formula Uno, con la paura di essere sorpassati all’ultima curva o, ancor peggio, sul rettilineo prima del traguardo… fino alle 22 in punto. A quell’ora precisa, puntuale, o’clock, è giunta dall’Inghilterra la conferma che “la FA ha concesso a Joe Hart un permesso per volare a Torino nella giornata di domani“.

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Un plastico Hart in allenamento (Foto del nostro collega, Lorenzo Semino)

Ed eccoci a martedì 30 agosto: un’attesa lunga da morire che si è consumata in un blocco del traffico per le strade della città sabauda, e tutto a causa dei tifosi festanti che sono andati ad accogliere il nuovo acquisto del Toro direttamente sotto la sede di Via Arcivescovado: era dai tempi dell’acquisto di Martín Vázquez dal Real Madrid nel 1990, uno degli eroi della finale di Coppa UEFA persa pareggiando due volte contro l’Ajax nel 1992, che non l’ambiente non si scaldava così tanto per un giocatore in entrata. Neanche il tempo di uscire dalla Porsche Panamera che lo ha accompagnato fin lì che l’ormai virtualmente ex portiere del Manchester City si è ritrovato circondato da grida festanti, affetto, calore e un coro che urlava il suo nome. A sentirlo bene, al primo ascolto sembra quasi che i tifosi dicano joke, joke, joke, ossia “scherzo, scherzo, scherzo”. Ma non è una burla, aprile è lontano: qualche attimo più tardi il numero (2)1 del Toro esibisce la sua nuova maglietta verde dal balcone della sede granata, lanciando baci e alzando il pollice verso la folla… sorridendo.
Ma è un sorriso che ha dell’amaro, dietro. Perché la delusione di Hart nell’essere stato scaricato dal club che ha amato e difeso per sei anni accompagnandolo nella sua rinascita è un sentimento che il portiere non ha mai nascosto, sopratutto all’indomani della sua ultima partita con il club, il ritorno all’Etihad Stadium del preliminare di Champions contro la Steaua Bucarest già detronizzata all’andata. Tutto il pubblico sapeva che Joe se ne sarebbe andato, poiché in quelle ore veniva perfezionato l’ingaggio di Claudio Bravo dal Barcellona sotto il comando del sergente Pep, eppure l’ovazione tributatagli è quella delle grandi occasioni, quella di un pubblico che ha ricordato i suoi 17 clean sheets in una stagione e i due guanti d’oro, non le sue papere all’Europeo, dove venne definito a mani basse da tutti il peggior portiere della competizione. Perché quando si commettono degli errori tra quei pali sormontati da una traversa come un dolmen crudele, è molto più facile gridare all’errore imperdonabile che porgere l’altra guancia. Molti miei conoscenti che hanno vissuto il calcio, seppur in categorie non paragonabili alla Premier League o alla Serie A, mi hanno sempre parlato del ruolo del portiere come una croce e delizia: hai sempre il dito puntato, a meno che tu non sia Buffon o, più recentemente, Neuer. Pensate allo stesso Torino: ci si ricorda più di Padelli, al di là dei suoi limiti, per le sue imprese a Bilbao o nel derby vinto o per la goffa papera contro l’Empoli? Alea iacta est.

Hart beffardo a terra: quello col football è a suo dire un amore che lo fa sentire “un ragazzo fortunato”. 

Questa volta, però, il coraggio dimostrato da Hart non risiede nella strenua opposizione nell’uno contro uno o in una sfida dagli undici metri. Questo ragazzone di ventinove anni ha avuto, perdonatemi il francesismo, le palle di cambiare completamente il suo punto di vista sul calcio abbandonando la sua realtà inglese e venendo a mettersi in discussione nel campionato che, storicamente, è la patria degli estremi difensori. Dal Manchester City al Torino, peraltro, non propriamente una big dei giorni nostri nonostante la grande tradizione che la contraddistingue: una scelta di cuore, ricambiata dalla dirigenza granata che ha deciso di puntare su di lui per un anno in prestito, con (gran) parte del lauto ingaggio pagata dal Manchester stesso… e poi si vedrà.
Per ora, Hart dal cuore d’oro si è limitato a definire lui e la sua nuova squadra (Un grande club, ipse dixit) come un collettivo umile, ma ambizioso, con un “grande allenatore da cui posso imparare tante cose”: elementi che lo fanno sentire già a casa. Forse tra qualche partita la ferita causatagli dall’addio ai suoi colori si sarà attenuata, forse non si rimarginerà mai del tutto, ma una cosa è certa: Joe Hart non è qui per consolarsi. E’ qui per vincere, come ha sempre fatto in qualche modo dal 2010 all’anno scorso prendendo per mano il suo team. Difendendo quel dolmen erigendosi a menhir invalicabile, ma non c’è niente di arcaico: è tutto dannatamente nuovo. 

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