L’arte di arrangiarsi

Era il 1954 quando Luigi Zampa, regista e sceneggiatore italiano, girava L’arte di arrangiarsi, critica feroce al fascismo e satira di una particolare mentalità e di un particolare costume sociale. Il film si svolge sullo sfondo di una società in cui l’opportunismo, la prepotenza e l’inganno sono gli unici mezzi per sopravvivere. Per anni Gennaro Gattuso è stato definito un aggressivo, un prepotente e uno che ha basato tutta la sua carriera sulla grinta e la tenacia. Ma la verità è una sola: Ringhio si è solo arrangiato come ha potuto. Si è rimboccato le maniche e ha costruito prima una carriera piena zeppa di titoli e riconoscimenti, poi ha restituito ciò che ai milanisti mancava da almeno cinque anni: consapevolezza e senso di appartenenza.

Emergere nell’emergenza

Gattuso è uno che nelle difficoltà dà il meglio di sé: allenatore molto open-minded, contrariamente a quanto si possa pensare dato il suo passato da calciatore, è spesso propenso a cambiare per migliorare la situazione. Il buon Ringhio non ha un credo tattico fisso, ma in carriera ha spesso offerto varie soluzioni in corso d’opera per ribaltare situazioni non facili. La sua prima esperienza da allenatore risale al 2013, quando guidò per poche partite il Sion – suo ultimo club da giocatore – prima di essere esonerato. L’impatto con il vero calcio lo ha con Zamparini, vulcanico presidente del Palermo con cui dimostra da subito un bel rapporto. Quell’anno scopre e compra Andrea Belotti con l’aiuto di Perinetti, ma i risultati non arrivano: dopo 6 partite e solo 2 vittorie viene esonerato, ma tutti conosciamo l’impazienza del presidente rosanero. In sei partite non si giudica un allenatore, ma quell’anno la scelta di affidarsi al navigato Beppe Iachini, che portò la squadra in Serie A al primo colpo, diede un senso alla mossa di Zamparini.

In queste due esperienze probabilmente Rino ha capito che puntare tutto sull’energia e sulla preparazione mentale non poteva bastare. E si è arrangiato di nuovo. Senza mai fiatare, senza mai commentare qualcosa riguardo l’esperienza palermitana (se non a qualche anno di distanza) ha ricominciato studiando. Ha seguito gli allenamenti di molti allenatori di Serie A e, abbassando la testa, ha ritrovato una nuova dimensione superando l’inesperienza.

L’anno seguente è arrivata l’esperienza in Grecia con l’OFI Creta: la squadra partì bene ma il rapporto tra Gattuso e la stampa non decollò mai. Alle prime difficoltà, i giornali iniziarono a criticare la sua inesperienza come allenatore e la sua inadeguatezza rispetto al campionato. Rino perse la pazienza e memorabile fu la sua conferenza stampa in cui difese la squadra da tutta la malakìa (termine che in gergo greco indica l’insieme di dicerie dette solo per screditare un fatto o una persona) che c’era in giro all’epoca.

Poi, finalmente, il decollo: il Pisa lo sceglie per il campionato di Lega Pro 2015-16 e Gattuso porta la squadra ai playoff, conquistando un’eroica promozione contro il Foggia di Roberto De Zerbi. I rapporti, però, con la dirigenza non sono mai idilliaci e i problemi finanziari sono troppi. Lucchesi prima, Petroni e Petroni junior poi, devono affrontare buchi economici enormi che non permettono loro di pagare gli stipendi ai giocatori, agli allenatori e a tutti gli addetti ai lavori. La situazione è tragica, specialmente nell’anno della Serie B, in cui Gattuso per tutto il campionato ha avuto il supporto di tifoseria e giocatori, predicando calma e unione, ma non riuscendo ad evitare la retrocessione.

Se Creta rappresenta ancora il Gattuso primordiale, istintivo e superficiale, Pisa rappresenta un punto di partenza essenziale. Per fare un parallelismo con il Rino calciatore, in Toscana ha preso per il collo le difficoltà esattamente come, qualche volta, ha preso per il collo gli avversari sul campo. Come dimenticare, per esempio, la rissa con Joe Jordan – vice allenatore del Tottenham – avvenuta nel 2010 durante l’ottavo di finale di Champions League tra il Milan e la squadra londinese. A Pisa è riuscito a far sì che nessuno, calciatori compresi, pensasse al preoccupante sfondo societario: giocavano, si divertivano, volevano vincere. Ed è questa un po’ la sliding door gattusiana: è in quel momento che è diventato l’allenatore che è oggi. Semplice, efficace, determinato e mai preoccupato.
Finché si gioca a pallone c’è speranza.
E questo se lo percepiscono tifosi e media, calciatori e staff lo sentono dieci volte più forte.

Il Pisa della scorsa stagione, punito anche con punti di penalizzazione, non poteva nemmeno iscriversi al campionato. Gattuso, però, non ha mai smesso di invitare i tifosi ad andare allo stadio, di dire senza peli sulla lingua qual era la situazione societaria e, soprattutto, fino alla fine di aprile ha tenuto la squadra sempre fuori dalla zona retrocessione, costringendo anche ai tempi supplementari il Torino in Coppa Italia. Insomma, qui è nato il calcio di Ringhio, un attendismo basato sul palleggio e sul poco rischio e, soprattutto, quasi sempre efficace. È strana la storia di Gattuso da allenatore: ha dovuto passare stagioni travagliate, non ha mai avuto un totale supporto dirigenziale ma non ha mai abbassato la testa. Solo i deboli lo fanno e nell’anticamera del cervello di Ringhio quest’ipotesi non è apparsa mai, nemmeno in lontananza.

Back to black

Quest’anno i progressi di Gattuso sono stati ripagati: il Milan l’ha chiamato per allenare la Primavera e lui, senza nemmeno aspettare di finire la telefonata, ha accettato. Significava ripartire da dove si aveva finito e, soprattutto, ricominciare in un contesto familiare e assolutamente adatto a lui. I giovani, con un motivatore come lui, potevano apprendere tanto e crescere dal punto di vista caratteriale, visto che da quello tecnico al Milan sono messi già abbastanza bene. Infatti, Rino soddisfa: nonostante gli eccellenti assenti, tra chi è andato via e chi è stato promosso in prima squadra (Cutrone, Crociata, Zanellato, Plizzari, Vido e via dicendo), i ragazzi rossoneri ottengono una buona posizione in classifica e vanno avanti in Coppa Italia Primavera. Ma è la prima squadra che non va, sotto la guida di quel Vincenzo Montella fino a pochi mesi fa acclamato come colui che aveva riportato il rossonero in Europa.

La squadra è senza idee, segna a fatica e si distacca dalle prime sei posizioni in classifica e allontana di molte lunghezze l’obiettivo stagionale, cioè la qualificazione in Champions League. Montella viene esonerato e arriva la grande occasione di Gattuso: guidare la prima squadra, dopo l’addio da giocatore del 2012. Quasi commosso nella conferenza stampa di presentazione, non viene mai presa in considerazione l’ipotesi di averlo come traghettatore. Mirabelli e Fassone lo dicono: Rino è l’allenatore del Milan e si augurano lo sarà a lungo. Il Milan ha scelto, per la seconda volta, Gattuso.

E lui cambia, non per vincere ma per ottenere un po’ più di sicurezza: toglie la difesa a tre, inserisce nuova linfa a centrocampo e rigenera dei giocatori dimenticati da Montella come Hakan Calhanoglu e Davide Calabria, oltre che restituire fiducia alla spina dorsale della squadra formata da Donnarumma, Bonucci, Biglia ed un attaccante a scelta tra Kalinic, Cutrone e André Silva. Dopo alcune figuracce come il 2-2 di Benevento ad opera del leggendario Brignoli, la sconfitta di Fiume (di dannunziana memoria, anche se in Europa League si chiama Rijeka), quella di Verona e quella interna con l’Atalanta, il Milan trova la quadra ed un atteggiamento tattico perfettamente efficace e riconoscibile. In poco più di un mese, Gattuso vince il derby di Coppa Italia, recupera punti su punti in campionato, tornando sesto a pari merito con la Sampdoria e supera i sedicesimi di finale in Europa League regalandosi un ottavo da favola contro l’Arsenal.

Semplice ed atipico

Ma come fa giocare i suoi ragazzi Ringhio? E perchè è così efficace?

In fase di possesso, il Milan di Gattuso costruisce la manovra in modo paziente, spesso ricominciando da uno dei due centrali difensivi per permettere alla squadra di aprirsi e assumere un atteggiamento più offensivo. Sebbene siano di base disposti come un 4-3-3, gli uomini del Milan in possesso palla adottano una disposizione difensiva a tre, con i due terzini che vanno a sostenere il centrocampo e con il centrocampista difensivo, di solito Biglia, retrocedere in posizione di libero. Di solito, in questa situazione, gli attaccanti esterni – Calhanoglu e Suso – si avvicinano di più alla punta per permettere agli esterni bassi di affondare; Gattuso, invece, li fa avvicinare al centrocampo.

All’inizio, il centravanti risultava spesso isolato e con scarsa collaborazione, ma con il tempo i due centrali di centrocampo hanno iniziato a svolgere un ruolo più dinamico, spingendosi in avanti, sostenendo la punta e segnando anche. Il risultato di questa situazione tattica è che il Milan è meno propenso ad attaccare per vie laterali e più per quelle centrali, allargandosi solo a tempo debito per trovare l’area più piena di uomini. Le mezzali sono ruoli di competenza di Giacomo Bonaventura e Franck Kessié: entrambi ottimi portatori di palla, giocatori mobili e con una buona soluzione di passaggi, senza dimenticare che dentro l’area hanno una buona finalizzazione. Non sorprende infatti, che un terzo dei gol del Milan di questa stagione siano arrivati (direttamente e indirettamente) da questi due giocatori, il 75% dei quali con Gattuso in panchina.

Tuttavia, questa disposizione atipica dei due centrali esterni di centrocampo porta a qualche problemino in fase difensiva: in situazioni di svantaggio, il Milan aumenta il contro-pressing disponendosi con un 4-3-3, prima di far retrocedere gli esterni d’attacco a formare un 4-5-1 difensivo. Questo, purtroppo, causa qualche indecisione su chi deve pressare chi, ma nelle ultime partite, Gattuso ha prontamente sistemato anche questo problema, dando un’impronta molto più difensiva a due terzini di spinta come Rodriguez e Calabria. E non dite che il Milan gioca male.

Spesso Rino, quando sente la tensione, si rimbocca le maniche della camicia, indipendentemente dalla temperatura esterna.
Metafora di una significativa attitudine al lavoro: si è rimboccato le maniche da allenatore, ricominciando dal basso e se le è rimboccate anche al Milan, dopo le difficoltà iniziali.
Gennaro Gattuso è la perfetta incarnazione dell’arte d’arrangiarsi.

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