Fuga da Londra

In estate Oxlade-Chamberlain, ieri Walcott, oggi Sanchez. Il centro di gravità della Premier League si sposta sempre più a Nord: i giocatori fuggono da Londra, molto spesso diretti a Manchester o a Liverpool. L’Arsenal è il club più colpito: la sconcertante campagna di cessioni dei Gunners ha mostrato agli addetti ai lavori i profili di un dramma profondo, nella sponda rossa del North London: la crisi, forse definitiva, del sistema Wenger.

Dal 1996, l’Arsenal ha coltivato una filosofia calcistica unica, nel panorama internazionale. I Gunners hanno generato un prezioso ecosistema in cui risultati, bilancio, crescita e brand convivono con eguale importanza. Oggi, quel modello sembra ormai confinato agli archivi storici del calcio. Come una barriera corallina, la singolare costruzione di Wenger rischia di essere spazzata via dalle correnti impetuose del grande oceano calcistico (e finanziario) della Premier League. Studiando i numeri, le tattiche e i bilanci, cercheremo di capirne le ragioni.

I numeri non mentono

Come sempre, i numeri danno il primo quadro della situazione. I Gunners stanno vivendo un biennio da incubo: la scorsa stagione, per la prima volta in 12 anni, non hanno centrato la qualificazione in Champions League. Quest’anno, la faccenda si sta evolvendo in modo tragico: sesto posto in campionato, una vittoria negli ultimi cinque incontri; una media gol subiti (30) da zona retrocessione, e soprattutto un distacco che è di 23 punti dalla capolista e di 18 dalla terzultima. Statistiche impietose, a cui si somma la prematura uscita dall’FA Cup, da sempre specialità di Wenger.

Ma i problemi non sono solo relativi alla condizione della squadra. Questo è solo l’ultimo riverbero di una crisi più strutturale, che parte dalla corte di Wenger.

Le ragioni di una crisi

Il primo, macroscopico problema dell’Arsenal è legato ai suoi giocatori. Nel Nord di Londra, tifosi e cronisti stanno assistendo imponenti a una diaspora silenziosa, che non aveva precedenti nell’epoca di Wenger. Nell’arco di questa stagione, lasceranno il club dei giocatori fondamentali: Ozil e Mertesacker. A ciò dobbiamo aggiungere le cessioni lampo di Coquelin (Siviglia) e Walcott (Everton), fedelissimi di Wenger.

Per non parlare di Alexis Sanchez. L’ex Udinese e Barcellona è stato presentato all’Old Trafford con un video che sembra la première di una nuova serie televisiva targata Netflix. Il cileno suona il pianoforte e indossa la mitica numero 7, che fu di Best e Cantona (ma anche di Depay, in tempi recenti). Al suo posto, Wenger ha rimediato un ottimo trequartista come Mkhitarian: l’armeno non voleva abbandonare Manchester e il suo sorriso, nella presentazione ai media, è più forzato che genuino. Questo perché l’Arsenal, ora come ora, non è un club in salute e i giocatori lo percepiscono.

Quando così tanti calciatori decidono di abbandonare la nave, significa che l’ambiente non è sereno. I risultati e il gioco espresso dai Gunners sembrano confermarlo. Ma la colpa di queste defezioni è tributabile al solo allenatore? In poche parole, è tutta colpa di Wenger?

Essere un manager

Noi italiani fatichiamo a concepire il sistema Wenger. Ci era più facile comprendere il sistema Ferguson, perché era incredibilmente vincente e dava risultati molto più spettacolari. Molto spesso, invece, ci si chiede come sia possibile che questo allenatore marsigliese sia rimasto così tanti anni all’Arsenal, esercitando un potere pressoché assoluto, senza che mai nessuno questionasse il suo operato.

Potremmo allora unirci a uno dei trending topic del 2017, e urlare in coro #WengerOut. Ma a noi piace scavare in profondità, esaminare freudianamente le situazioni che si presentano ai nostri occhi.

Wenger Out | numerosette.eu
Gli inglesi non sono mai stati dei grandi fan delle arti figurative, figurarsi degli striscioni allo stadio. Ma se i tifosi dei Gunners arrivano a protestare (pacatamente, si intende), forse si è raggiunto il punto di rottura.

Il punto è che l’Arsenal è un’azienda controllata da una cordata statunitense che considera il soccer un business sportivo. Come nella NFL, vincere il SuperBowl è la ciliegina sulla torta: l’importante è fare ottimi incassi durante la stagione. La dirigenza dei Gunners ragiona più o meno così, e ha trovato in Wenger un ottimo compromesso tra necessità di fatturato ed equilibri calcistici.

Per molti anni, il sistema Wenger ha funzionato come un piccolo ecosistema fiorente. I risultati arrivavano più sporadicamente rispetto a quelli dello United (altro club a lungo sotto il controllo di un unico manager, Alex Ferguson), ma la filosofia societaria era molto diversa rispetto a quella dei Red Devils. Se infatti eliminassimo dal calcio tutte le iniezioni di eroina finanziaria concesse dai presidenti ai rispettivi club, l’Arsenal sarebbe il brand più ricco al mondo. Quindi, bisogna capire che i Gunners hanno priorità diverse: prima c’è la salute del club, poi tutto il resto. Trofei e calciatori compresi.

Radici secche

Per anni l’Arsenal ha avuto uno dei migliori settori giovanili del continente: diversificato, stabile, con professionisti affidabili a curare il futuro della prima squadra. La primavera ha agito da fertilizzante con molte promesse che sembravano sul ciglio del burrone: si pensi a Cesc Fabregas, scartato dalla cantera blaugrana e rivitalizzato dall’aria londinese, o a Hector Bellerin, che ha seguito il medesimo cursus honorum.

Il problema è che dopo le vacche grasse sono arrivate le vacche magre. Da diversi anni il settore giovanile dell’Arsenal non costruisce più i propri giocatori, prediligendo una fitta rete di prestiti e compravendite. L’ultimo esempio è il centrale difensivo Mavropanos, che ha cambiato destino tre volte nell’arco di questa stagione: da promessa da rigirare in prestito a riserva a titolare.

Hector Bellerin | numerosette.eu
L’ultimo prodotto riuscito del sistema Wenger: Hector Bellerin. Terzino classe 1995, è stato acquistato dal Barcellona quando aveva quindici anni, e ha finito la sua formazione calcistica a Londra.

Arsène Wenger aveva dimostrato una grande abilità nell’inserire coi tempi giusti i giovani nel suo sistema. Ultimamente, però, il gioco di prestigio gli riesce molto meno. Varie promesse di scuola Arsenal (si pensi a Iwobi, Akpom, Maitland-Niles) faticano a calarsi nelle dinamiche di gruppo, e i risultati altalenanti non aiutano.

Spendere tanto, spendere male

La causa principale dell’arrugginimento del sistema Wenger è, con molte probabilità, l’inflazione di prezzi che da anni caratterizza la Premier League. Prima che il capitale liquido di City e United invadesse il mercato del calcio (Abramovich era un unicum, qualche anno fa…) l’Arsenal aveva fatto della propria austerity un modello vincente. Con rigore quasi teutonico, Wenger riusciva a far quadrare i bilanci in positivo, e a ottenere ottimi risultati sul campo. Il settore giovanile era infatti integrato da qualche cessione di lusso e da acquisti incredibilmente efficaci nel lungo termine.

Lacazette Arsenal | numerosette.eu
Dopo anni di gavetta al Lione, il centravanti classe 1991 è arrivato all’Arsenal dietro compenso di 60 milioni di euro. Il più caro della storia del club.

Il problema sorge nel 2013, quando lo United passa da Nike ad Arsenal e invade il mercato gonfiandone i prezzi. Poco dopo tocca al City di Guardiola, che per la difesa spende un budget da Ministero di un Paese in via di modernizzazione: oltre duecento milioni di sterline per quattro giocatori. Coi prezzi inflazionati, l’ecosistema di Wenger va in crisi. La barriera corallina subisce l’erosione di oceani sempre più instabili. I giovani possono essere svalutati in pochi mesi, e i calciatori affermati, invece, costano un occhio della testa. Lo squilibrio è totale: basti pensare che l’acquisto più oneroso della storia del club, Alexandre Lacazette, è arrivato per completare un reparto già fortissimo, e non è riuscito ancora a integrarsi del tutto.

Il re è nudo

Come nella famosa fiaba di Andersen, Wenger si è scoperto nudo. O meglio, solo. Confinato in una cavernosa sterilità tecnico-tattica che difficilmente rivedrà la luce del sole. L’Arsenal di questa stagione vive grazie all’inerzia tipica delle grandi squadre; ma i suoi limiti sono evidenti, e nonostante il recente 4-1 contro il Crystal Palace il tracollo sembra dietro l’angolo.

Wenger Arsenal | numerosette.eu
Il 2017 poteva diventare l’annus horribilis di Wenger. La vittoria prestigiosa della FA Cup gli ha però tolto le castagne dal fuoco.

A partire dalla tattica, c’è ben poco di chiaro nell’ultimo sistema Wenger, che assomiglia molto a uno stadio terminale del progetto. Il 3-4-2-1 con cui i Gunners scendono in campo è frutto della necessità. La difesa a tre cerca di imitare la solidità difensiva di Conte, che l’anno scorso ha dimostrato di saper vincere la Premier con idee tattiche piuttosto intransigenti. La cessione di Coquelin, invece, costringe Wenger a schierare sempre giocatori di qualità in mezzo al campo (Xhaka e Whilshere – due mancini – i più quotati) laddove occorrerebbe equilibrio e dinamismo. Sulle fasce, poi, giocano dei terzini adattati (leggasi Bellerin, che peraltro sta ricoprendo benissimo il ruolo) o degli esterni castrati in fase offensiva (come Maitland-Niles). Davanti, invece, è l’anarchia. Con Olivier Giroud esiliato in panchina, solamente Ozil sembra esaltarsi nel clima sregolato che regna in fase offensiva.

Cech
Monreal
Mustafi
Chambers
Kolasinac
Xhaka
Wilshere
Bellerin
Iwobi
Ozil
Lacazette

Bisogna però ricordare che nell’ultima uscita Wenger è tornato a una difesa a 4, che garantisce storicamente una maggiore solidità tattica in Premier. Contro il Crystal Palace, Nacho Monreal (tornato terzino a sinistra dopo anni da centrale) ha siglato una rete e due assist in dodici minuti, prima di abbandonare il campo per infortunio.

#WengerIn o #WengerOut?

La domanda, ormai, è una sola. Per quanto ancora Wenger potrà prolungare il proprio contratto, rimanendo al comando di un club unico al mondo come l’Arsenal? Ma soprattutto, chi potrebbe mai ereditarne il trono?

Sostituire Wenger non sarà facile, perché il sistema Arsenal del nuovo millennio è strettamente connaturato alla sua persona. Senza Wenger, sparisce l’Arsenal così come lo conosciamo. Per fare un esempio più vicino e più piccolo, possiamo pensare all’Udinese di Guidolin, che era basata su un ecosistema simile a quello dei Gunners. I risultati (salvezza a parte) venivano dopo la sanità economica del club.

Trovare un sostituto sarà altrettanto difficile: Manchester United docet. Viviamo in tempi in cui gli allenatori si fermano per un massimo di tre stagioni sulla stessa panchina; tornare alla contemporaneità, per i Red Devils orfani di Ferguson, è stato uno choc da cui si stanno riprendendo solo ora, grazie alle cure autoritarie di Mourinho. All’Arsenal la situazione sarà simile. E si ha l’impressione che tutti, in casa Gunners, stiano facendo il possibile per allontanare il tramonto di Wenger. Semplicemente, ciò che attende oltre la notte fa più paura dell’agonia del presente.

Jack Wilshere Arsenal Captain | numerosette.eu
Con o senza Wenger, l’Arsenal dovrà ricominciare un nuovo ciclo. E magari potrà contare sugli ultimi veterani superstiti, tra cui Jack Wilshere, che dopo anni di infortuni sembra tornato in ottime condizioni.

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