Fede, che succede?

Domanda da un milione di dollari, non immediata ma neppure impossibile: che cosa hanno in comune Chievo Verona, Genoa e PAOK Salonicco? Pensateci. Poi, quando vi sarete stancati di farlo invano, continuate pure a leggere.

Chi conosce la risposta probabilmente meglio di chiunque altro è Federico Bernardeschi, che le tre partite della sua Fiorentina contro le squadre sopracitate se le è gustate tutte dalla panchina. Un record per il ragazzo di Carrara, il cui nome non figurava fuori dalla lista dei titolari per più di due partite consecutive da oltre un anno. Ovvero dal periodo (aprile 2015) in cui stava lentamente rientrando dall’infortunio che gli precluse la prima stagione in pianta stabile in prima squadra, rimandandola all’anno successivo.

Novanta i minuti in occasione dell’esordio stagionale allo Juventus Stadium, appena un terzo quelli accumulati otto giorni dopo a Firenze contro il Chievo. Dopodiché panchina anche nel match di Marassi – sospeso alla mezz’ora della prima frazione – così come in quello del Toumba Stadium di Salonicco, nella gara di Europa League contro il PAOK. In realtà contro i greci è poi sceso in campo nel quarto d’ora finale, e proprio in seguito a ciò è scaturita la simil-polemica che è poi il vero motivo per cui stiamo scrivendo.

Bernardeschi è cambiato?

Bella domanda.

C’è da dire che il termine di cui si serve Sousa per puntare il dito contro Bernardeschi, quel confuso che suona come una chiara accusa, è in un certo senso bilaterale, in quanto lo stesso tecnico portoghese ha dato l’impressione di essere tutto fuorché sicuro di sé e delle sue scelte in questo inizio di campionato. Tuttavia, fino a quando le redini della squadra saranno nelle sue mani ci sarà poco da discutere in questo senso.

In molti si sono chiesti spiegazioni in merito ad una vicenda che un anno fa, di questi tempi, nessuno si sarebbe mai aspettato. In altrettanti hanno provato a rispondere, puntando il dito contro motivazioni giustificate ma probabilmente non del tutto conformi alla realtà. Il calo di Bernardeschi è stato attribuito, ad esempio, alla compagna Veronica Ciardi, che in un’intervista di circa un mese fa spiegò invece di voler rimanere il più possibile dietro le quinte proprio per non essere di intralcio al prosieguo mediatico della sua carriera.

C’è chi si è inoltre aggrappato al successo riscosso dal 10 viola nel campo degli sponsor (recentissimo il video promozionale girato dalla Nike, in cui il ciuffo biondo di un Berna dall’espressione sostenuta svolazza dal cappuccio della felpa), o chi ancora ha puntato i piedi sull’atteggiamento meno generoso nei confronti dei compagni durante la gara.

 Ricorda un po’ Goku (poco) Supersayan

Quel che è certo è che a Firenze tutti si sono chiesti, o si stanno chiedendo, se Federico Bernardeschi sia cambiato. Se si sia realmente montato la testa, se abbia davvero accumulato quella presunzione che dodici mesi fa gli consentiva di distinguersi dalla massa dei giocatori offensivi talentuosi, sì, ma con poco carattere. Dato che lui, di quella presunzione, non ne aveva neppure un briciolo.

Se prima una delle sue peculiarità consisteva nel servire il compagno al momento giusto, adesso la lentezza nel farlo è uno dei maggiori difetti che lo contraddistinguono. Bernardeschi predilige ora ricevere la palla con le spalle alla porta, fatica a girarsi, lo fa raramente e, quando ciò accade, abbassa la testa e si trova in difficoltà nel dialogare con i compagni. Si tratta di un mix di singoli errori di dimensioni preoccupanti, che ha inevitabilmente portato a riflettere. La conclusione? Sì, po’ cambiato lo è.

A questo punto del discorso si vengono solitamente a formare due fazioni. Una prima, che vede schierati i paladini del moralismo nonché fedeli sostenitori del calciatore, che tradotto significa coloro che ritengono comprensibile il calo del livello delle prestazioni di un ragazzo che, come molti altri ragazzi, deve ancora maturare definitivamente. Una seconda, della quale fanno parte i critici incalliti, quelli per cui non esistono vie di mezzo e che si professano fermi sostenitori dell’arte della continuità.

Vi lascio indovinare da quale parte chi scrive è solito schierarsi, in questo come in molti altri casi simili e non. Indizio: in medio stat virtus, hanno detto – in varie forme e in varie lingue – alcune delle figure più illustri dell’antichità classica.

Ma questo Bernardeschi è forte o no?

Partiamo da un presupposto: Bernardeschi non è un fuoriclasse. È un’affermazione pesante, ma legittima: chi sostiene il contrario mente per convenienza, o è esageratamente fiducioso in ottica futura. Ha dimostrato di valere, di essere un calciatore funzionale e di poter far parte senza sfigurare della maggior parte degli organici dei club europei. Il rischio, se vogliamo, è che il Bernardeschi è confuso utilizzato da Sousa possa essere interpretato come un Bernardeschi potrebbe rendere dieci volte tanto che sarebbe assolutamente dannoso per il giocatore stesso. Se da una parte è infatti vero che, per quanto Firenze ha avuto modo di vedere durante i primi due terzi della scorsa stagione, il 10 viola è una delle pedine più importanti dello scacchiere di Sousa, è altrettanto vero come il suo apporto dal punto di vista dei numeri non sia mai stato propriamente eccelso.

Che poi, ad essere sinceri, a livello tecnico non è altro che un buonissimo giocatore. Potrebbe suonare come un controsenso, mi spiego: se Bernardeschi ha riscosso tanto successo con il passare dei mesi è sì merito del proprio valore, ma è anche grazie ad uno spirito di sacrificio fuori dal comune e ad una carenza sconfortante di giovani talenti nel nostro campionato. La sensazione, ad ora, è che la statuetta dorata del numero 10 sia stata innalzata leggermente al di sopra della reale caratura dai masticatori di calcio.

Parliamo di un giocatore veloce, ma che raramente abbiamo visto superare l’uomo in campo aperto facendo leva sulla velocità pura. Parliamo di un giocatore con un piede notevole, al quale raramente abbiamo visto tuttavia segnare gol belli nel vero senso della parola. Breve excursus. Il sinistro di Bernardeschi è particolare: non dà esattamente l’impressione di essere fatato (sembra più un piede da assist piuttosto che da gol), ma è tremendamente efficace. Per questo motivo le sue reti sono apprezzabili pur non essendo oggettivamente belle (restano comunque poche, 9 in 54 partite in maglia viola). Allo stesso tempo parliamo di un giocatore agile, equilibrato (barcolla, ma non molla mai), e su questo punto nessuno potrà mai obiettare: il dribbling, nel suo caso, è un must intoccabile.

In sostanza si ha la percezione di un calciatore sicuramente regredito,  totalmente immerso da qualche settimana nel limbo del vorrei ma non posso.

E il ruolo?

Bernardeschi non ha mai nascosto, nel corso delle varie interviste rilasciate durante l’ultimo anno, di preferire una posizione più avanzata. Si è però sempre trattenuto, precisando che avrebbe accettato di buon grado qualsiasi decisione lui riguardante e, soprattutto, che si sarebbe impegnato per fare passi avanti in quanto a realizzazioni anche nel ruolo di esterno di centrocampo.

 Nostalgia di un sorriso che non c’è più

A prima impressione l’effetto è stato contrario: oltre ad essere praticamente nullo in fase offensiva, il Bernardeschi versione 2016/17 si è sin qui rivelato latente anche in quella difensiva, tanto che, come anticipato nell’introduzione, gli sono via via stati preferiti sia Tello che Tomovic. Due che, tra l’altro, non sono soliti offrire prestazioni di alto livello.

bernardeschi-statistiche

Nella Heat Map sopra raffigurata, gentilmente concessaci da WyScout, si evince chiaramente come un fattore chiave nel contesto del ruolo sia la versatilità di Bernardeschi. Il significato? Può giocare o ha giocato come terzino dx, esterno a tutto campo dx, esterno offensivo sx, esterno offensivo dx, trequartista dx, trequartista sx, seconda punta. Una caratteristica lodevole, che in pochissimi classe ’94 possono vantare nel loro repertorio, ma che con il passare del tempo potrebbe tramutarsi in una arma a doppio taglio.

Il giocatore che si sa adattare piace, ed è naturale che sia così, ma snaturare un giovane non ancora totalmente formato in un singolo ruolo non deve essere a tutti i costi visto come un fatto positivo, anzi. I più versatili tra i giocatori in attività (Milner su tutti) hanno compiuto il passo in linea con i tempi e con delle certezze, quelle stesse certezze che a Bernardeschi (o a Florenzi, per fare un altro esempio di situazione simile) mancano ancora. Per il principio aristotelico di non contraddizione, se ci sono pochi giocatori versatili devono esserci necessariamente pochi giocatori versatili di livello assoluto. Ed è questa una delle ragioni per cui difficilmente (a meno di colpi di scena che ci auguriamo con tutto il cuore) Bernardeschi potrà migliorare a tal punto da raggiungere livelli esageratamente superiori a quelli attuali.

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