Fanta-follia

Premessa: se avete aperto questo pezzo, anche solo un nanosecondo, il fantacalcio s’è impossessato di voi. Forse non ve ne rendete conto, forse sì, ma è così; una cellula minacciosa, manipolatrice, che negli ultimi anni si è propagata in maniera esponenziale. Mai come in Italia, il fantacalcio è così permeato nella cultura – sportiva e non – del paese; e allora, ecco servito il tema per questo appuntamento con (fanta) Calcio e cultura. Un tema tanto gettonato quanto poco affrontato.

Già, perché dietro la più piccola retina organizzativa di questo subdolo giogo si nasconde l’incapacità di ammettere le proprie responsabilità, ammettere che nel nostro paese assume una sfumatura sinistra, diseducativa, più rilevante di quanto in realtà dovrebbe essere; non te ne accorgi, ma ti porta alla follia.

Questo trapela dallo sguardo di Alessandro Canepa, amico, confidente e storico fantallenatore della mia lega. Ne abbiamo passate tante, insieme, in un certo senso il fantacalcio ha messo in vetrina pregi e difetti nostri, ma anche un’amicizia rafforzata da questa folle battaglia. Lo si evince dal suo sguardo, scavato ma anche emozionato, conscio di un’agglomerato di momenti che attraversa come una freccia la sua pelle; difficile rimuovere alcune pillole della sua avventura fantacalcistica, dallo studio intenso dell’asta sul listone della Gazzetta al rammarico per aver rilanciato Guarin a 40. Il fantacalcio ti lascia sempre qualcosa, ma soprattutto va a braccetto con alcuni episodi della tua esistenza, quasi la accompagna.

Mi racconta di questo gol, uno dei punti più alti di Guarin con la maglia dell’Inter. Mi racconta anche di un’anonima domenica sera, 10 maggio 2015, in cui dal maxischermo di un pub il Profeta Hernanes gli permise di vincere lo scontro diretto al fantacalcio; poi non servì a niente, perché lo sconfissi la giornata seguente. Vedete, si susseguono centinaia di ricordi che, come un puzzle, uniscono, eppure si perdono; già, alcuni non riesci a trovarli, rovinati e sgretolati dall’intemperanza e l’incoscienza del fantallenatore medio.

Oltrepassare il limite

Qui Alessandro vacilla. Sa di essersi comportato male, sa di aver mancato di rispetto a calciatori ma soprattutto a persone care; talvolta il fantacalcio è una forza che non possiamo controllare, come il destino, quell’insolita catena di eventi che tanto ci spaventa. Mi spaventa, il suo sguardo, lo conosco bene; litigammo parecchio, a che prezzo poi. Litigò pure con suo fratello, una delle rare volte; prevalere sull’altro, alle volte, conta più di qualunque altra cosa. Ci sono fantallenatori che perdono lucidità cognitiva, che sragionano, sembra impossibile; tutte emozioni psicosomatiche che rintracciamo tranquillamente nel calcio giocato, sintomo che ormai i due ambiti si sono pericolosamente mischiati. È crollata la barriera tra calcio e fantacalcio.

E, diciamolo, il contesto italiano alimenta questa follia. Ricerchiamo ossessivamente l’affermazione personale, pur affossando qualcuno che non se lo meriterebbe, anche nelle questioni più frivole; Alessandro concorda con questa visione, e aggiunge un aspetto interessante, sempre a proposito della barriera. Sembra quasi che a volte avvenga un cambiamento di priorità; diventare il miglior fantallenatore del globo è più importante di una vittoria della propria squadra del cuore. Traspare in alcuni individui questa percezione, non proprio surreale, vissuta sulla nostra pelle almeno una volta; ammettiamolo, tutti abbiamo pensato che una vittoria al fantacalcio potesse allietare una giornata sportiva da dimenticare. Nulla di pericolante, fin qui.

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Ed è proprio qui, che Alessandro mi ferma. Ripensa a una pagina nera del calcio italiano, macchiata ancor di più da una manciata di parole esposte nella propria lega: “Ma ragazzi, per il fantacalcio come facciamo?”. Affermò con azzardo un ragazzo pochi minuti dopo l’aver appreso la notizia della scomparsa di Davide Astori; pensiero legittimo, ma non era il momento. Alessandro lo ricorda col sorriso stampato, occhi un po’ lucidi e dilatati, ricchi di soddisfazioni per averlo avuto in squadra, per aver deciso di tenerlo con sé fino alla fine della stagione, per sempre; per lui, rappresentava un’istituzione, un simbolo, uno di quei atleti che incarna perfettamente il rapporto tra un fantallenatore e un suo giocatore.

Nessuno può apprenderlo, se non ha allenato una squadra al fantacalcio. Il dolce sapore di una scoperta, un talento su cui nessuno voleva scommettere ma che tutti ti invidieranno pochi mesi più tardi, e via dicendo; queste, sono le piccole gioie di un format che ha mobilitato la firm della cultura 2.0, quella del web.

A partire da SOS Fanta, progetto nato nel luglio 2015 che trova pieni consensi fra i fantallenatori di tutta Italia; passione, questo è il concetto su cui fanno leva. Già, quella smodata passione nel controllare maniacalmente i risultati, preparare la formazione stritolato da dubbi come fossero serpenti a sonagli, fino alle gioie per i +3, gli assist non convalidati, le teorie complottiste meticolosamente spiegate al nostro avversario durante le partite. Sono queste, le piccole scaglie che rendono il gioco più appetitoso; peccato, che la degenerazione sia dietro l’angolo.

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Borriello non ebbe grandi estimatori alla Spal.

Difficile comprendere realmente il motivo scatenante di questa rabbia. Forse manca un’educazione, mi dice Alessandro, una sana e rigida educazione al gioco, oltre che ai social; uno strumento potenzialmente nocivo, specie per quell’individuo che trainato dall’emotività del momento non riesce a contenersi. Deve sfogarsi, in qualche modo, e trova più fruibile e immediato scaricare le responsabilità al suo giocatore.

E così, in una manciata di attimi, svanisce il confine fra realtà e irrealtà. Alle volte vediamo scene irreali, difficili da immaginare, eppure ci sono; Alessandro prova a dipingerne alcune sfumature, seppur confuse, forse troppo confuse pure per chi vive in questa dimensione ansiogena da parecchi anni. Ma non può liberarsene, il fantacalcio ha deposto le sue uova negli angoli più reconditi della sua psiche, del suo animo ormai perduto fra un 5 di Simeone e un gol subito da Sirigu. Non può farne a meno, affascinato dall’impatto sociale che ancora riesce a esercitare a distanza di anni. Probabilmente, senza il fantacalcio a far da collante sociale, il nostro gruppo di riferimento sarebbe svanito, non avrebbe un’ancora a cui aggrapparsi nei momenti vacui; d’altronde, con quel gioco, siamo cresciuti.

Crescita

Il fantacalcio mi ha fatto crescere, in fondo. Me lo dice con fermezza, e credetemi, non l’ho mai visto così fermo nelle sue affermazioni; immobile, non come Ciro, che qualche anno avrebbe fatto esorcizzare pur di evitare un suo bonus. Eppure, si sente cresciuto, sa che il fantacalcio lo ha accompagnato nel processo di crescita personale, aiutandolo a mantenere un delicato self-control, oltre che ad attribuire la giusta valenza alle cose; ma soprattutto, a muovere i primi passi nel giornalismo, o quantomeno all’universo della scrittura. Già, approfittare del fantacalcio come pretesto per buttare giù qualcosa, per scrivere, per dare libero sfogo a una narrazione sportiva ancora troppo ruvida e ingenua. Quel che forse non sapeva, è che il fantacalcio era il pilastro che sorreggeva un’attività che, magari, si sarebbe ammuffita negli angoli più decrepiti degli armadi. Magari sarebbe resistita, ma in questo modo si è solidificata; passo dopo passo, 65.5 dopo 65.5, uno di quei numeri che già vi farà scattare una preventiva molla da serial killer. Quanti si svegliano male se non hanno raggiunto il 66? Forse negli anni, Alessandro, ha saputo gestire l’emotività, la tensione, ma soprattutto percepire il momento in cui deporre l’ascia di guerra e viverla in maniera differente.

Ricorda ancora uno di quei momenti, quelli che ti fanno perdere il senno. Minuto 91′, basta un gol di Perisic per farlo vincere, un gol di Icardi per farlo perdere; il croato salta abilmente Borja Valero, si presenta in area ma Tatarusanu risponde presente. Chi potrà mai arrivare sulla ribattuta? Lui, il mattatore di una sconfitta emblematica in un gioco paradossale. Alle volte custodiamo gelosamente particolari come fossero fotografie, gioielli che non darete via come il Preziosi di turno. Ve li tenete stretti, proprio come alcuni giocatori che credete di aver cullato, amato, trattato con rispetto; una mera illusione, forse.

Amori fatali

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Quanto gli piaceva il Candreva della Lazio. Un giocatore posseduto da pura onnipotenza sportiva, spesso decisivo, a tratti anarchico ma efficace; quando gli partiva la vena creativa, dipingeva traiettorie prelibate. Era uno dei suoi pupilli, forse il pupillo più grande, irrinunciabile; disposto a tutto per acquistarlo, Dio solo sa cosa sarebbe successo se non l’avesse preso. Ai tempi biancocelesti, rappresentava l’ormai figura mitologica del centrocampista da bonus garantiti, un top; in quelle 151 presenze dilazionate tra il 2012 e il 2016, abbiamo ammirato il miglior Candreva, ormai sepolto nei ricordi di Alessandro. Lui, che ha dovuto rinunciare al suo acquisto quando si trasferì all’Inter, probabilmente consapevole che l’idillio poteva anche interrompersi, che non avrebbe più garantito quell’effervescenza dei bei tempi andati.

E in effetti, così fu. Ci sono amori fatali che vanno lasciati liberi, come Pepito Rossi che al suo ritorno in Serie A ha intrigato tutti; ennesima illusione, come il Pipita che scappa a Londra dopo aver fallito a Milano: intanto Alessandro ride, pensando a quella volta in cui acquistò Paloschi a 43 fantamilioni. Follie, stavolta ingenue.

Paloschi fantacalcio | Numerosette Magazine
43 milioni per me? Ho letto bene

Ora, forse vi ho spiazzati. Vi aspettavate un pezzo più culturale, una bomba, e forse siete rimasti delusi; forse state ripensando alle vostre avventure fantacalcistiche, si sta risvegliando in voi l’impulso di mettere la formazione sull’app di Fantagazzetta, o di raccontarci le vostre bizzarrie. Forse ho scelto una tematica più calcistica che culturale, ma in un certo senso questo gioco tocca più aspetti culturali di quanto si pensi. O semplicemente, la follia mi ha attraversato durante tutta la stesura del pezzo; Alessandro penserà che io sia un folle, lo pensa già.

Lo saluto, ringraziandolo per le sue testimonianze sincere, talmente sincere che sembravano essere mie. Ed effettivamente, lo erano; Alessandro, è solo la reincernazione della mia personalità fantacalcistica, quell’alter ego che ancora si emoziona parlando dei suoi innesti e dei suoi dolori di un gioco che lo accompagna da tanti anni. Lo ama e al tempo stesso lo odia, una concezione catulliana che si sposa perfettamente con il suo essere doppiamente folle, doppiamente passionale, e fortemente enigmatico; d’altronde, il fantacalcio traina alla follia, a quelle deprecabili sfumature dell’animo umano che non vorremmo mai vedere, a quella perdita del controllo di se stessi che danneggia prima di tutto l’individuo in questione.

Nel frattempo continua a espandersi, come una cellula ben definita del tessuto culturale italiano, così grezza e ludica, passionale e operaia, simbolo di una forte aspirazione manageriale dei tifosi, di quelli che vogliono rendersi ancor più partecipi di un sistema che crolla dalle fondamenta ma non si distrugge.

Evidentemente, ci piace vivere nella follia.

Bonus Track

Chi dimentica è complice.

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