Fabián Ruiz, calcio e flamenco

L’Andalusia è senza ombra di dubbio una delle tante meraviglie che la Spagna ha da offrire al resto del mondo, una regione veramente caratteristica e speciale dai mille risvolti infinitamente affascinanti.
Potremmo citare centinaia di motivi per i quali questa regione è considerata un autentico tesoro a livello globale, ma in fin dei conti l’Andalusia è la patria del flamenco.

Il flamenco nasce come un canto al quale viene poi aggiunto un accompagnamento di danza, ma col tempo è diventato decisamente molto di più. Rappresenta la tradizione e lo spirito andaluso come nient’altro, con le sue note sa raccontare la lunga storia che l’ha portato ad essere il simbolo di un popolo.
Assume un ritmo tutto suo: parte calmo – come se volesse trasmettere nostalgia a chi guarda o ascolta – per poi accendersi improvvisamente, come un alternarsi di abbracci e schiaffi, un turbine vertiginoso di passione.

Ora prendete questa descrizione e provate ad applicarla in ambito calcistico, ottenendo così un giocatore che vive nel suo mondo e quasi estraneo a ciò che accade attorno a lui, ma incredibilmente fondamentale ed imprescindibile per il gioco della sua squadra.

Questo ritratto calza a pennello Fabián Ruiz Peña, il nuovo gioiellino andaluso del Betis.

Fabian Ruiz giganteggia a tutto campo | numerosette.eu

Un talento ben coltivato

Cresce calcisticamente nelle giovanili del Betis che punta fin da giovanissimo su di lui, lo accompagna nella sua crescita gestendo alla perfezione il suo utilizzo dall’approdo in prima squadra. Quello dei Biancoverdi è l’ambiente perfetto per Ruiz: una piazza abbastanza grande per conferirgli le attenzioni che merita e che lo mette per la prima volta sotto le luci dei riflettori, ma anche capace di essere paziente e di limitare le pressioni.

La sua storia tra i professionisti parte nella prima metà del 2016, in concomitanza dell’esonero dalla panchina del Betis di Pepe Mel. Fabián aveva già esordito in Liga un anno prima, solo per qualche minuto in partite dal prestigio piuttosto scarno, ma il cambio di panchina lo porta ad essere considerato – un po’ per necessità ed un po’ per il suo effettivo talento – come uno dei “grandi”: da gennaio a fine campionato vede il campo con molta più frequenza, comincia a sentirsi responsabilizzato e comincia a far intravedere sprazzi del suo intuito calcistico.

La crescita viene leggermente frenata nella stagione 2016/17 con l’arrivo di Poyet sulla panchina dei Beticos, allenatore troppo prudente e difensivista per le sue caratteristiche, che lo porta ad una necessaria cessione in prestito per 6 mesi all’Elche, in Segunda Division.
Questo rallentamento sembra avere però un effetto galvanizzante sul ragazzo, all’Elche gioca bene e dalle parti del Benito Villamarín la cosa non passa inosservata: mette in mostra una enorme versatilità accompagnata da una notevole maturità per un ragazzo di soli 21 anni, doti che lo renderanno il giocatore perfetto su cui basare l’ambiziosissimo progetto del Betis versione 2017-18.

L'Elche accoglie per sei mesi Fabián Ruiz | numerosette.eu

L’incontro perfetto

Al suo ritorno a casa trova pronto ad accoglierlo l’allenatore perfetto per le sue caratteristiche, Quique Setién, l’uomo che solo qualche mese prima aveva incantato tutta la Liga con lo spettacolo del suo Las Palmas.
Setién ha delle idee calcistiche molto chiare che si sposano a meraviglia con il giocatore che è diventato Fabián Ruiz: nel suo calcio basato sul palleggio e sulla gestione quasi maniacale degli spazi serve un giocatore universale, capace di essere mezzala, trequartista e pure regista e l’andaluso sembra essere nato per ricoprire questo ruolo.

Questa squadra e questo sistema sono costruiti su di lui e sulle sue intuizioni, il suo talento ha finalmente il modo per essere mostrato al mondo.

In questa nuova realtà Ruiz ha completato la propria metamorfosi, sia per quanto riguarda il ruolo che per quanto riguarda il modo di stare in campo. Non ha una posizione ben definita, viene messo nelle condizioni di essere sempre e comunque al centro della manovra, sostanzialmente tocca il pallone in ogni azione offensiva dei suoi.
E’ il metronomo della squadra ed ha una “mancanza” di ruolo che lo rende formidabile: sa essere sia un 10 che un 8, Setién ha estrapolato la sua natura spagnola/andalusa del gioco – quella basata sulla tecnica ed il palleggio – unendola ad uno stile di gioco quasi boxtobox. E’ difficilissimo da leggere per le difese avversarie, con questa sua grande capacità di far male pur partendo da lontano, ed è importante per i suoi facendo anche da “tappabuchi” all’evenienza.

Fabián ha messo fin dalle prime partite in pratica questi nuovi insegnamenti, iscrivendosi alla lista dei maggiori talenti della nuova leva calcistica spagnola – lista che comprende gente come Asensio e Ceballos, tra gli altri. Il suo rendimento è stato decisamente alto e costante, ma ci sono due partite in particolare da prendere come esempio per capire al meglio in cosa l’abbia trasformato la curaSetién.

La prima è la prestazione magistrale contro il Madrid al Bernabeu dove non segna ma impressiona comunque, gioca con una tranquillità disarmante anche contro i mostri sacri del centrocampo dei Blancos. Domina la partita in entrambe le estremità del campo, questi 90 minuti sono la sua vera consacrazione.

La seconda è La partita, El Gran Derbi, Siviglia-Betis. Segna un goal che riassume alla perfezione la sua natura calcistica: arriva per primo su una palla vagante ed in un attimo tira insaccando il pallone alle spalle di Sergio Rico, velocità di pensiero ed esecuzione da fenomeno.

Fabián Ruiz è un andaluso DOC, sia per motivi geografici – nato a pochi chilometri da Siviglia – che per lo spirito che incarna ogni volta che mette piede nel rettangolo di gioco. L’esultanza dopo la rete rifilata ai cugini è emblematica: lo sguardo di uno che vuole essere ricordato dalla propria gente, di chi trasuda da ogni poro spirito d’appartenenza.
E’ nella squadra e nell’ambiente giusto per proseguire questa sua vertiginosa crescita, sempre cauto però degli imprevisti che il futuro può riservargli: ora tocca a Fabián gestire il suo immenso talento e saperlo indirizzare verso la retta via.

Proprio come il flamenco, Fabián rappresenta nostalgicamente il passato – nel suo caso nello stile di gioco –  ma è capace di lampi di genio, di ribellione, dove squarcia la monotonia rimanendo impresso nella mente di chi guarda e ammira un tale genio applicato al calcio.

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