Éver Banega, El Tanguito

Nascere a Rosario, in Argentina, dopo il 24 Giugno 1987 può essere considerata un’enorme sfortuna.

Nella suddetta data la città, capoluogo dell’omonimo dipartimento, ha dato i natali ad un certo Lionel Messi, incosapevole del brillante – per usare un eufemismo – futuro della pulce.

Poco più di un anno dopo, il 29 Giugno per la precisione, il Paranà benedice, a suo modo, la nascita di un secondo prodigio, decidendo tuttavia di scherzare un po’ col destino.

L’infinito archivio contenente le più intriganti leggende urbane ci consegna l’interessante narrazione di un derby, famoso in tutta Rosario, tra la Pulga ed il Tanguito – conosciuto così per la somiglianza con Josè Alberto Iglesias, cantautore argentino con grande seguito a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 – ovvero i due talenti argentini più brillanti della loro generazione, a detta degli osservatori.

La formazione calcistica e conseguenti primi anni da titolare al Boca Juniors lo mettono in luce attirando le attenzioni di Real, Barça, Juventus ed Inter. Tutto regolare quando si parla di possibili crack, specialmente se argentini.

A spuntarla è il Valencia, la miglior offerente, che a Gennaio del 2008 si porta a casa il futuro – o presunto tale – faro del centrocampo albiceleste. Tutte le incertezze sul suo talento, apparentemente sconfinato considerate le cifre ed i nomi delle società, emergono nel duro approccio con il calcio europeo.

A Valencia trova un giovanissimo Unay Emery che – ironia della sorte – non sembra apprezzarne le qualità, considerandolo acerbo ed incostante. Arriva dunque l’Atletico Madrid con la formula del prestito con diritto di riscatto che, dopo una stagione da 4 presenze, non viene esercitato.

Banega dopo un anno e mezzo sembra già una meteora, un incompiuto. Il ritorno al Valencia invece è una parziale rinascita: Éver si impone come uno dei centrocampisti più tecnici d’Europa convincendo Emery, che ha il merito di non averlo abbandonato.

La partenza del suo mentore coincide con la sfortuna: si rompe tibia e perone facendo rifornimento alla macchina sulla quale si era dimenticato di mettere il freno a mano. Tornato dall’infortunio che lo tiene fuori mezza stagione, Banega non è più lo stesso. Opta dunque per un ritorno in patria, in prestito, puntando a recuperare la tranquillità e ottenere la convocazione per il Mondiale 2014, non riuscendo nel suo intento.

La seconda caduta è terribile: si parla di depressione ed isolamento oltre che di un’inchiesta giornalistica che lo fotografa di fronte ad un murales ritraente un boss di un quartiere controllato dai narcotrafficanti.

Banega a questo punto riceve il più grande regalo della sua vita, una terza occasione. Emery, a Siviglia ormai da due anni, orchestra la sua rinascita, recuperando un giocatore finito e rendendolo uno dei registi più brillanti su piazza, per la seconda volta.

"In piazza cumann' io Banè"
“In piazza cumann’ io Banè”

Vinte due Europa League di seguito con la casacca biancorossa l’argentino va in scadenza, probabilmente conoscendo già il destino del suo mentore, e accetta la corte dell’Inter che lo acquista a parametro zero mettendo sotto contratto uno degli ultimi registi puri su piazza e, contemporaneamente, uno dei primi esponenti della nobile arte della regia mobile.

Banega heatmap

Nell’era più tattica ed agonistica del calcio, con partite che somigliano sempre più a sfide scacchistiche tra i maestri del mestiere seduti in panchina, Banega mantiene un’aura nostalgica degna di quei giocatori che piano piano stanno scomparendo dalla piazza, riuscendo contemporaneamente a reinventarsi come giocatore molto più che moderno.

Nel momento storico dominato dai falsi centravanti, il cui primo esponente è quel Leo Messi suo rivale in gioventù, Banega è stato molto spesso definito un “falso 10”, un giocatore molto mobile alla pari dei trequartisti, ma più radicato alla mediana e meno portato all’inserimento, lasciando i compiti offensivi ai compagni.

L’estetica del suo gioco è puramente nostalgica per la sua innata abilità di vedere prima degli altri cosa succede intorno a lui ed ancora più rapidamente scegliere la soluzione più adatta al contesto.

Se poi queste soluzioni sono spesso e volentieri lanci da stropicciarsi gli occhi, beh, capirete perché a 20 anni mezza Europa si era innamorata di lui.

Passaggio, scarico, testa alzata e lancio millimetrico. Da manuale, applausi.
Passaggio, scarico, testa alzata e lancio millimetrico. Da manuale, applausi.

La sua conversione al calcio che intorno a lui continua a cambiare, divenendo stagione dopo stagione sempre più dinamico, è stata facilitata dalla cattiveria agonistica, tratto distintivo ereditato delle sue origini, unito alla fantasia e alla tecnica sopraffina che lo caratterizzano.

Della serie: "non si molla un cazzo". Notare la difficoltà nel riprendere la corsa una volta completato il passaggio, è stravolto.
Della serie: “non si molla un cazzo”. Notare la difficoltà nel riprendere la corsa una volta completato il passaggio, è stravolto.

La velocità non al top e la scarsa vena realizzativa, unite a un carattere fin troppo umorale, non gli hanno mai permesso di sfondare la dura parete che separa gli ottimi giocatori da quelli straordinari, confinandolo ad un livello di “normalità” che non rende giustizia alle sue doti straordinarie.

A 28 anni appena compiuti, Éver affronta la sfida più difficile della sua carriera: crescere. Dimostrare che anche la lontananza del suo mentore può essere vinta, permettendoci di godere del suo talento fragile come il suo carattere, cristallino come quello dei fenomeni.

Nella nuova Inter dagli occhi a mandorla Banega va a occupare la casella maledetta, quella del regista, grande assente della scorsa stagione. Il ruolo, tanto caro al dimissionario Mancini, avrà importanza anche con De Boer che, nonostante la fama di eccentrico, cura molto il possesso palla prediligendo peraltro il 4-2-3-1, modulo utilizzato da Emery a Siviglia.

Il futuro di Banega, ad ogni modo, resta un rebus. Le qualità tecniche potrebbero permettergli di rimanere in campo per ancora una decina d’anni, la testa invece è un puzzle, con il costante pericolo di vederlo tornare loco da un momento all’altro. Vedremo se la lontananza da Emery sarà determinante oppure se, alla soglia dei 30 anni, l’argentino deciderà di diventare adulto sotto tutti i punti di vista.

Continua a cercare la maturità, Éver, noi nel frattempo ci godiamo dal vivo i tuoi lanci lunghi, così perfetti da sembrare eredi di un’altra epoca, proprio come te.

 

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