Bar Europa

Facciamo così: parliamone. A quattr’occhi.

Parliamone come fanno i pensionati la mattina, quando ci fermiamo sotto casa a fare colazione. Niente di serio, ma “chiacchiere da bar”. Ognuna che dice la sua, alzando la voce e tocchettando con il dito indice sulla manica del giubbotto dell’interlocutore, per catturare la sua attenzione. Quelle conversazioni non ce le toglierà mai nessuno: sono come il cappuccino con la brioche, o il tè con i biscotti. Fanno parte di noi.

Parliamone, insomma. Bando alle ciance.

FRATELLI D’ITALIA

Si sono conclusi i sedicesimi di Europa League, e questo è un dato di fatto. Fondamentalmente, tutte le squadre più forti – o perlomeno, le più rinomate – hanno passato il turno, e si sono qualificate agli ottavi di finale: anche questo è un dato di fatto. Sono passati l’Atletico e l’Athlethic, il Lione ha ruggito e l’OM ha suonato la marsigliese ed il treno della Lokomotiv ha fatto una fermata anche a San Pietroburgo prima di tornare nell’Europa occidentale. Tutto come da copione: un dato di fatto, si potrebbe dire.

Guardando in casa nostra, l’Italia è rimasta a metà tra il s’è desta e il dov’è la vittoria.

Tra le quattro squadre impegnate, la migliore è stata senza alcun dubbio il Milan, la schiuma del nostro cappuccino, che si è presa gioco del Ludogorets: non era cosa impossibile, diremmo noi che facciamo “chiacchiere da bar”, ma la figuraccia può nascondersi sempre dietro all’angolo. Lo 0-3 in Bulgaria e l’1-0 a San Siro hanno fatto vedere che la cura Gattuso funziona: negli anni precedenti, soprattutto al Pisa, le squadre di Ringhio segnavano poco, e subivano ancora di meno. Nelle 17 partite alla guida dei rossoneri, sono 24 i gol fatti e 13 quelli subiti, con 9 partite vinte e “solo” 3 perse: ora, arriveranno le difficoltà, e soprattutto avversari più dignitosi di Ludogorets, Austria Vienna e Rijeka.

Sul podio c’è poi la Lazio: l’Aquila vola, più tra i confini nazionali che in quelli della vecchia Dacia. L’andata era stata probabilmente presa sottogamba dai biancocelesti, anche se il risultato era stato frutto di una serie coincidenze incredibili che avevano fatto vincere la Steaua: insomma, se Caceres prova il tap-in da dentro l’area piccola e la palla gli rimane sotto il piede, vuol davvero dire che, per quella sera, non c’era niente da fare. Come per il Milan, però, la qualificazione non è mai stata in discussione, e quando Felipe Anderson decide di giocare per bene non ce n’è per nessuno; la Steaua è crollata psicologicamente dopo il gol di Bastos – chi non l’avrebbe fatto? – ma quello che fa più arrabbiare noi, che chiacchieriamo al bar, è l’ennesima tripletta di Immobile, arrivato a quota 31 reti stagionali: il Mondiale non l’avremmo vinto lo stesso, ma che rimpianto!

Siamo anche usciti, come italiani, ma ci abbiamo messo del nostro. Non tanto per l’Atalanta, che ha fatto due partite meravigliose ma che ha pagato per l’esperienza. Il risultato dell’andata aveva lasciato più di uno spiraglio aperto per la Dea, che al ritorno sembrava appunto diventata invincibile dopo il vantaggio di Toloi. E quando i megafoni del Mapei Stadium erano pronti ad intonare un Atalanta, Atalanta uber alles, è arrivata la doccia fredda: fa male uscire, non si sa se più per la mezza papera di Berisha o per il gol di Schmelzer, uno che di solito non segna nemmeno se ce la butta con le mani. I nerazzurri di Bergamo ci hanno fatto credere che i potenti possono essere veramente sconfitti, che i cavalieri alla fine vincono davvero contro i draghi; che il biscotto non sempre si scioglie nel caffè latte che sta sotto la schiuma del nostro cappuccino. Resta, però, un’immensa stagione – forse irripetibile – dai caratteri divini, celestiali: Gasperini s’è già preso la sua rivincita. L’Atalanta siamo tutti noi, che facciamo bene ma che potremmo comunque fare di più.

C’è, poi, quella che in gergo viene chiamata fondata: il rimasuglio che nessuno raccatta nella tazza – del cappuccino, o di qualsiasi altra bevanda: a Napoli il caffè è sacro, ma questo non vuol dire che lo debba essere anche la fondata. I partenopei hanno fatto una discreta figuraccia tra le mura amiche, dappertutto additata come una prestazione senza voglia e carattere: senza troppa fatica, invece, la partita a Lipsia è stata letteralmente dominata dagli scugnizzi di De Laurentiis. La fondata è, quindi, meritatissima: in molti, lì al bar, pensano che Sarri l’abbia fatto per concentrarsi solo sul campionato, e su quella vittoria in Serie A che manca da più di 20 anni – a pensare male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca. Se però lo scudetto svanisse anche quest’anno? Ma soprattutto, chi lo dice a Umbertone?

MOLTO FORTI, INCREDIBILMENTE LONTANI

Perché? Perché non riusciamo a vincere mai l’Europa League?

Ovviamente, per quest’anno non è ancora detto niente, visto che siamo solo agli ottavi di finale, ed il torneo terminerà solo a maggio. Ma quante possibilità reali hanno Milan e Lazio di arrivare in fondo alla competizione?

Diciamo la verità: le squadre italiane, sulla carta, fanno sempre paura a tutti: spesso, però, si rivelano degli agnellini; ma, come recitava una frase di un famoso film di qualche anno fa, “gli agnelli diverranno leoni”: solo superando le proprie potenzialità, torneremo ad essere grandi anche in Europa. Il Milan difficilmente vincerà l’EL, per com’è oggi: ma Di Matteo, qualche anno fa, da ex calciatore del Chelsea portò i Blues alla conquista della Champions League con un gioco tutto tranne che spumeggiante – e se…? La Lazio avrebbe tutte le credenziali per alzare la coppa, ma non riesce mai a mettere nero su bianco quelle che sono le aspettative di milioni di italiani. Il dato rilevante è che noi italiani potremmo vincere ogni anno l’Europa League, se le squadre del vecchio stivale non prendessero troppo sottogamba il torneo. Se il Napoli giocasse in Europa come fa in campionato, non ci sarebbe trippa per gatti; se Fiorentina, Roma e Juventus, nel corso degli anni, avessero fatto di più, a quest’ora potremmo vantarci di aver vinto diversi trofei in più. L’Italia – come nazione – infatti non vince, in questa competizione, dal ’99, quando il Parma alzò al cielo la vecchia Coppa Uefa. Perché siamo sempre molto forti ma incredibilmente lontani – parafrasando il titolo di un libro recente – dalla vittoria finale? Per noi, l’Europa League è un cappuccino senza la schiuma montata: un’eterna via di mezzo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *