Essere Nasri

Diciamola una cosa: Samir Nasri è una delle cotte calcistiche più insopportabili del ventunesimo secolo.
Il francese appartiene a una delle categorie più ampie e amare della storia del calcio, quella dei what if: quei personaggi che potevano, ma non hanno fatto. Quei giocatori snervanti, perché sai che avrebbero potuto spaccare il mondo.
Quella di Nasri è una storia particolare non tanto per il personaggio in sé – la classica testa calda con un talento fuori dal comune – quanto per il modo in cui la vita continui a concedergli l’occasione di rifarsi, come se “mamma” calcio non volesse privarsi di uno dei suoi figli prediletti.

Dopo aver fallito tante occasioni per ripartire, aver girato mezza Europa e passato qualsiasi tipo di disavventura è tornato in Inghilterra, dove è stato per la prima volta grande. Il West Ham, squadra al suo livello di instabilità, potrebbe rappresentare un nuovo inizio come la tappa definitiva del suo viaggio.
Essere Nasri può significare tutto e niente: significa essere arroganti, baciati da un talento quasi anormale, ambire ad avere tutto e trovarsi con nulla in mano, ma soprattutto significa continuare a provarci fino a quando la vita concede seconde occasioni.

Partenza

Potremmo pensare alla carriera di Nasri come ad un pendolo che oscilla tra momenti di assoluta onnipotenza sportiva, passando per inattese e deludenti fasi di stallo, fino a raggiungere tonfi colossali per poi ripartire da capo. La stessa differenza che c’è tra il Duvan Zapata degli ultimi due mesi e quello di inizio campionato, tanto per intenderci.

L’inizio del moto di questo pendolo ha luogo a Marsiglia, il punto cardine della sua vita, quello che lo farà crescere e che gli darà i primi assaggi del mondo reale.
Inizia a giocare per l’OM a 9 anni, incanta in tutte le categorie giovanili fino ad esordire in prima squadra neanche maggiorenne. Fin dai primi minuti giocati rappresenta molto più di un talento pronto a spiccare il volo, lui è una nuova speranza per il calcio francese: insieme a Benzema, Ben Arfa, Menez e altri compone la generazione dell’87, quella che aveva fatto il buono e cattivo tempo agli europei di categoria del 2004 e 2005 e che si apprestava a riportare la Francia sul tetto del mondo.
Leggendo ora questi nomi – facendo eccezione per Benzema – viene quasi da ridere, ma ai tempi l’impressione era davvero quella di trovarsi al cospetto di un gruppo pronto a sconvolgere il mondo del calcio e Nasri ne era uno dei migliori rappresentanti, uno dei diamanti più belli e preziosi in una collana dal valore inestimabile.

Nasri, Benzema e Ben Arfa agli europei U17 del 2004 | Numerosette Magazine
Talenti sprecati. E Benzema.

Con la maglia dell’Olympique gioca ad ottimi livelli, inserendosi alla perfezione in una squadra costantemente tra le prime 3 del campionato e inizia a farsi le ossa anche in Europa. Il primo Nasri è un giocatore acerbo ma che mette in mostra una duttilità tecnica e tattica quasi mai vista prima: gioca bene in ogni posizione del campo, sa come muoversi senza palla e quando ne entra in possesso sa regalare attimi di estasi assoluta.

Fin dal suo esordio è palese come Marsiglia sarà solo una tappa momentanea nella sua carriera, è destinato a partire perché un giocatore come lui fa gola a tante squadre – praticamente chiunque possa permetterselo – e l’OM non è nelle condizioni economiche di poterlo tenere a lungo. Prima di andarsene lascia parecchie cartoline al suo popolo, almeno per rendere meno amara la sua partenza.

Ascesa inarrestabile

Corteggiato da mezza Europa, Samir decide di andare nella realtà che più di tutte può far splendere il suo talento, l’Arsenal di Wenger, che gli garantisce la titolarità, ma soprattutto un ambiente relativamente calmo nel quale poter anche sbagliare entro certi limiti.
Il suo primo periodo inglese corrisponde alla fase di maggior ascesa del moto del pendolo, le tre stagioni passate con i Gunners sono un susseguirsi di prestazioni di alto livello che non fanno altro che nobilitare il suo pedigree: nel nord di Londra Nasri esce definitivamente dal bozzolo e si rivela un giocatore di livello internazionale, in tutto e per tutto. Poteva essere davvero un punto di svolta.

Wenger decide di europeizzare il suo nuovo gioiellino, rimuovendo quella parte del gioco che Samir si portava dietro fin dalla sua infanzia. Il primo cambiamento applicato dall’alsaziano riguarda il ruolo in campo: il suo raggio d’azione viene spostato in avanti di 20-30 metri, ora non è più una mezzala con la licenza di offendere ma a tutti gli effetti uno dei principali terminali offensivi della squadra. Ha la facoltà di variare su tutto il fronte offensivo, predilige giocare sull’esterno per poter dar sbocco alla manovra o per accentrarsi, ma riesce ad essere molto efficace anche quando gioca dietro la prima punta.
L’azione non parte prettamente da lui, ma in un modo o nell’altro deve passarci, il suo compito ora è quello di creare imprevedibilità e far funzionare la manovra d’attacco, soprattutto contro difese chiuse. Il suo vasto repertorio di soluzioni offensive, unito ad una strabiliante dote nell’1vs1 è in tutto e per tutto un cheat code da utilizzare nelle situazioni più difficili da sbloccare.

Nasri viene travolto da un’irresistibile onnipotenza tecnica, a Londra: abbiamo visto tante giocate, dall’assolo in Champions in una goleada contro il Porto – goal considerato ancora oggi tra i migliori segnati dall’Arsenal nella massima competizione europea – a una doppietta rifilata al Fulham, ma è in particolare il secondo goal ad essere un’opera d’arte in movimento difficilmente replicabile.

Nasri deve rimanere all’Arsenal, per se stesso, per evitare di cadere in un baratro di invisibilità che lo avrebbe danneggiato più di quanto non si aspettava. È cresciuto in maniera esponenziale e potrebbe continuare a farlo, ma questa realtà non gli garantisce di vincere nel breve-medio periodo e quindi la volontà di migrare verso lidi più fortunati si fa sempre più forte.
Il suo addio si palesa al termine dell’estate del 2011, il Manchester City si assicura le sue prestazioni dopo una telenovela lunga tutta l’estate. Questa nuova esperienza potrebbe essere il punto di arrivo della sua carriera, ma si rivelerà uno stop inatteso: il momento in cui tutto inizia ad andare storto.

Stallo

Con gli Skyblues vince qualcosa per la prima volta in carriera, ma si ha da subito l’impressione che le cose non vadano come debbano andare. Il primo anno gioca con continuità ed è parte integrante della squadra che vince lo storico primo titolo dopo 44 anni, dal secondo anno in poi si ha però l’impressione che si sia spento qualcosa: non ha la stessa brillantezza delle stagioni passate e spesso e volentieri non riesce a tangere la partita, risultando un corpo estraneo al resto della squadra.

Questo è il primo momento di stallo del suo viaggio, semplicemente smette di migliorare e cade lentamente in una mediocrità che non può appartenergli. In poco tempo viene surclassato nelle gerarchie da praticamente chiunque, quello che sarebbe dovuto essere uno degli ingranaggi chiave di una macchina perfetta si ritrova ad essere una normale ruota di scorta.
A Manchester il suo mondo si ferma e inizia una lenta regressione tecnica, tattica e mentale, ora è solo l’ombra del fantasista brillante che aveva fatto tremare le difese di tutta l’Inghilterra.

Nelle cinque stagioni passate con i Citizens succede praticamente di tutto: la scarsa resa sul campo si riflette anche fuori, in poco tempo inizia a fare leva sul suo non semplicissimo carattere.
Uno degli episodi più eclatanti è il confronto tra lui e Deschamps a seguito della sua esclusione dai mondiali del 2014 – con tanto di ritiro di Nasri dal calcio internazionale: la ciliegina su una torta amara, troppo amara. Siamo arrivati all’ora dei saluti.

Questa avventura però non è totalmente fallimentare. L’avvento di Pellegrini in panchina riesce poco, ma comunque qualcosa: il cileno, da grande maestro di calcio quale è, riconosce la specialità del suo giocatore e riesce ad estrarre qualche ultimo sprazzo dei suoi, almeno per mostrare al resto del mondo che Samir può dare ancora qualcosa. Il goal segnato nei gironi di Champions League alla Roma di Garcia è un autentico SOS lanciato dal suo talento verso il calcio.

Discesa

Sembra la fine, per Nasri: non c’è più spazio per lui in Premier League, l’occasione va ritrovata in altri lidi. E allora ecco l’utopico Siviglia di Sampaoli, preso da un’incontenibile smania di trequartisti. La prima seconda occasione della sua carriera.

Tutto sembra andare per il verso giusto. Sampaoli, esattamente come Pellegrini, non può che stravedere per lui: è il giocatore dei suoi sogni, tecnico e imprevedibile. Il nuovo sistema nel quale si trova gli permette di dedicarsi quasi unicamente alla fase propositiva del gioco e la Liga è il campionato perfetto per ripartire, competitivo al punto giusto ma con ritmi totalmente diversi da quelli asfissianti del calcio inglese.

Proprio quando le cose sembrano mettersi a posto, ecco che quanto di buono fatto fino a quel momento viene spazzato via. Sul campo, gli stessi problemi di Manchester: non riesce più ad essere dominante e la sue doti non sembrano sufficienti a superare questo blocco, nel giro di pochi mesi svanisce la fiducia di ambiente e allenatore, ritrovandosi così al punto di partenza. L’amore tra lui e l’Andalusia si spegne con la stessa tempestività con la quale era iniziato.

Siviglia non è la fine, ma rappresenta comunque un altro serio stop.

Nasri e Monchi | Numerosette Magazine
Monchi ha sempre avuto un debole per i giocatori tecnici, scostanti e imprevedibili

Scappa dalla Spagna e avrebbe anche l’occasione di ripartire dalla Superlig turca, all’Antalyaspor, dove tutto sommato non gioca male e da l’impressione di poter tornare a livelli quantomeno decenti. L’imprevisto però è sempre dietro l’angolo, o meglio l’ennesimo errore: un dosaggio sbagliato in una trasfusione intravenosa lo porta al centro di uno scandalo di doping.
Rischia 4 anni di squalifica, ma alla fine un briciolo di fortuna si materializza e dovrà stare lontano dai campi per sei mesi.

Se gli avvenimenti precedenti non hanno portato alla fine di questo viaggio, questi ci vanno decisamente più vicini. Nasri è sempre più invisibile.

Nasri sarà

In un modo o nell’altro la vita, il destino o la semplice fortuna non lasciano cadere Samir totalmente nell’oblio. Negli ultimi mesi di squalifica si vocifera tanto di un suo possibile ritorno in Premier e l’1 gennaio viene concretizzato tutto: il West Ham di Pellegrini gli offre un appiglio a cui aggrapparsi per non andare a fondo, un contratto di 6 mesi con opzione per l’anno di successivo che può significare riscatto.

È logico chiedersi se e quale impatto può avere il franco-algerino nella sua nuova avventura, in particolare se sarà in grado di adattarsi ad una Premier diventata sempre più intensa nel corso degli anni.
Pellegrini non ha dimenticato le stagioni passate con lui, ma è consapevole di avere a che fare con un giocatore ben lontano dalla sua migliore forma atletica: non può essere il giocatore a cui affidarsi sulle ripartenze o per accelerazioni improvvise, ma può sicuramente innescare punta ed esterni con la sua visione che sembra non essersene mai andata.
Non è più una valida soluzione offensiva, ma un solido fluidificatore di gioco. Nelle prime 3 partite giocate con gli Irons è stato impegato da trequartista dietro l’unica punta, dando un ottima impressione soprattutto nel decision-making risultando il playmaker che sembrava mancare ad una squadra improntata sul ritmo.

 

Nel frattempo ha regalato la prima gioia in campionato a Declan Rice.

Tanti interrogativi, troppi; solo il tempo potrà dirci se si tratta di un’altra ascesa o di un altro – e stavolta definitivo – strapiombo.

Perciò, cosa sarà Nasri? Probabilmente un rimpianto, è destinato a esserlo, destinato a vivere nell’ombra; già, perché l’ombra non guarda in faccia nessuno. Nemmeno se hai un talento fuori dal comune.

 

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