Draft 2017, welcome to the jungle

Benvenuti nella giungla

Addio College. Addio a quegli anni passati tra i campi delle Università del Paese. Addio all’allenatore che ha scoperto tutto di te, che ti ha lanciato nel basket che conta e, soprattutto, addio alla popolarità tra le teenagers. Per chi è stato scelto al Draft 2017, adesso le cose si fanno serie, come camminare in una giungla dove solo il più forte sopravvive.

Tutto – o quasi – secondo i piani. The Process is almost done nella Città dell’Amore Fraterno, Boston si prende il rischio del secolo, i Lakers puntano su chi da sempre bleeds purple and gold. Questi i titoli di testa del Draft 2017, andato in scena giovedì notte al Barclays’ Center di Brooklyn.

Se per quanto riguarda le chiamate sono state rispettate le previsioni, sul fronte scambi non c’è stato tempo per annoiarsi: la bomba è arrivata poco dopo la quinta scelta, quando ESPN ha annunciato l’approdo di Jimmy Butler – e della sedicesima scelta, Justin Patton – in maglia TWolves in cambio di Kris Dunn, Zach LaVine e la settima scelta, tale Lauri Markkanen da Vantaa, Finlandia.

Il ragazzo di Tomball ritrova nel Great North il suo mentore Tom Thibodeau: Butler può essere fiero di essere l’unico rookie di coach Thibs ad aver ottenuto subito la sua piena fiducia, e in questo un ruolo fondamentale l’ha giocato la sua difesa da First Team.

Nel branco di Minnie si aggiunge un già due volte All Star, difensore clamoroso, leader e con grande killer istinct, oltre alla capacità di crearsi sempre un tiro. Jimmy non voleva lasciare Chicago, pare abbia addirittura rifiutato Cleveland, e la sua lettera lo dimostra; ma per i Bulls era tempo di guardare avanti.

Certo, quello in arrivo nella Windy City è un pacchetto interessante, ma Butler era chiaramente il giocatore più ricercato nella Lega: quest’anno era difficile ottenere di più, ovvero il giusto, il vero errore di Forman e Paxson è stato quello di rinviare la ricostruzione almeno due anni di troppo e andare avanti, anche con un fenomeno come Jimmy G. Buckets, avebbe significato soltanto prolungare un’agonia di mediocrità.

Il Draft: la top 10

#1 Markelle Fultz, Washington Huskies, Philadelphia 76ers (Sg)

At Fultz speed. Il prodotto di Washington raggiunge nella città di Rocky Saric, Embiid e Simmons. The Process è pronto per cominciare a far vedere i primi germogli, e ora i tifosi rossoblu, a confermare la loro storica cultura sportiva, non dimenticano l’architetto di questa lucida follia Sam Hinkie.

Questo classe ’98 ha la testa giusta e combina come non si vedeva tempo atletismo esplosivo e facilità di tiro. Ha un discreto range, capacità di leadership e voglia di aiutare la squadra in ogni modo, il tutto unito ad una buona capacità di gestire il ritmo. Chissà se Boston dovrà pentirsene…

#2, Lonzo Ball, UCLA, Los Angeles Lakers (Pg)

Come nella migliore notte di Hollywood, tutto da copione. Il ragazzo cresciuto a Chino Hills sognando la 24 di Kobe e studiando Magic, dopo un anno di perfezionamento nella meravigliosa UCLA approda ai Lakers, scelto proprio dall’ex n.32, lo stesso che gli ha consegnato subito le chiavi della squadra, mandando in esilio ai Nets un tracotante D’Angelo Russell.

Playmaking che gli esce dalle mani come i dollari escono dalle tasche su Venice Beach, tiro unico nel suo genere ma finora molto efficace, leadership e voglia di vivere il proprio sogno.

Tralasciando mr. Lavar, del quale dobbiamo ancora capire se sia affetto da qualche rara forma di demenza o se si tratta di un cosciente genio del marketing, nella partita decisiva della sua UCLA Lonzo è sparito. Bisognerà quindi acquisire il prima possibile la Mamba Mentality, oltre che lavorare molto su fisico e difesa. A prescindere da tutto però, allo Staples aspettano solo lui.

#3 Jayson Tatum, Duke, Boston Celtics (F)

Farà bene ad essere un fenomeno‘, penseranno i tifosi Celtics. Per lui – e per scelte future, Ainge conferma di avere orizzonti ampi – si è rinunciato a Butler – paziente e ben celata attesa del declino di LeBron – e a Fultz. Tuttavia, c’è anche da guadagnare: il ragazzo è probabilmente il miglior attaccante puro del Draft, ottimo range, fisico e atletismo già pronti per il piano di sopra.

Anche lui dovrà migliorare difensivamente, ma se arrivi a Boston con l’etichetta di Pierce 2.0 e l’etica lavorativa di un ragazzo da Duke University, hai il mondo in mano.

#4 Josh Jackson, Kansas Jayhawks, Phoenix Suns (Sf)

Il two-way player cucito su misura per il futuro della Lega, dopo aver rifiutato per ragioni solo a lui note il workout con i Celtics, va ad unirsi a una delle squadre più atletiche e più bisognose di una star come linfa vitale.

Capacità insensata di andare al ferro, intensità in difesa e tiro già rispettabile. Versatile su ambo i lati de campo e ben compatibile non solo con l’altro astro nascente – Devin Booker – ma anche con Chriss e Bender.

#5 De’Aaron Fox, Kentucky Wildcats, Sacramento Kings (Pg)

Non si tratta di ironia, anche se è difficile da credere. Probabilmente i Sacramento Kings sono i vincitori di questo Draft. Fox è un playmaker come ormai se ne trovano pochi, combina creatività di passaggio e una rapidità alla John Wall, mentre sul piano tattico si va tranquilli. Allievo prediletto di coach Calipari, il suo nuovo coach – Joerger – non dovrà pensarci molto (vista la scarsa concorrenza) a dargli le chiavi della squadra e, per quanto si possano avere dubbi sul suo tiro, bisogna anche notare come ci si possa lavorare.

Oltre a lui i Kings hanno scambiato con Portland la scelta n.10 per la 15 e la 20, pescando quindi l’alpha di North Carolina, Justin Jackson. Ala dalla stazza importante, tiratore vero in ogni situazione, difensore attento ed efficace anche a rimbalzo. Se aggiunti a Buddy Hield e a Cauley Stein, nella capitale californiana hanno un ottimo young core da cui ripartire. Aspettando le cessioni di Evans e Gay e, soprattutto, l’oggetto misterioso Papagiannis.

#6 Jonathan Isaac, Florida State, Orlando Magic (F)

Sul fisico e sull’atletismo, nulla da eccepire: 2,08 x 95 kg, apertura alare e stacco imperiosi, mentalità difensiva avanzata. Dev’essere questo che ha fatto colpo su coach Frank Vogel, che ha tra le mani del talento da addestrare (Payton, Vucevic) ma davvero poca consistenza sull’altro lato del campo, ad eccezione di Gordon. Proprio con quest’ultimo, Isaac potrebbe formare una coppia difensiva clamorosa, mentre in attacco è tutto da scoprire: potrebbe essere la nuova frontiera del 3&d, e con quel telaio attaccare il ferro non dovrebbe essere un problema.

#7 Lauri Markkanen, Arizona Wildcats, Chicago Bulls (Pf)

Nell’epoca dei lunghi tiratori, questo finlandese atipico – sorride molto più di un Raikkonen – potrebbe essere il prototipo definitivo: carabina vera, sorprende per agilità e facilità di palleggio, anche con la mancina. Può migliorare ma è già efficace a rimbalzo e muove ottimamente i piedi in difesa. C’è però molto da cambiare a livello di letture, di movimenti in post e di uso del fisico, troppo poco sfruttato rispetto alla sua imponenza. Al contrario di quanto si possa pensare, probabilmente avrà giorni duri più un deludente Mirotic che il miglior lungo tiratore di questo draft.

#8 Frank Ntilikina, Strasbourg, New York Knicks (Sg)

Altra, rischiosa ma probabilmente geniale pescata dello Zen Master, Phil Jackson. Il ragazzo è il più giovane del Draft – classe ’99 – ha doti atletiche e difensive importanti e sembra fatto su misura per il triangolo. Il suo punto di forza è la versatilità, e subito dopo il Draft è volato a Chalon per giocare gara 5 di finale scudetto persa dal suo Strasburgo.

#9 Dennis Smith Jr., North Carolina State, Dallas Mavericks (Pg)

Atleta totale, giocatore eccitante. Da valutare le misure ridotte – 188 cm – e la continuità al tiro, ma l’intensità rara che mette sul parquet in ogni aspetto del suo gioco, unito al sopra citato altetsmo esorbitante, lo rendono forse il più pronto al grande salto. E’ la prima lottery pick di Dallas nell’era Cuban, e sarà importante da subito che si adatti al credo dogmatico di coach Carlisle. Per i Mavs e, soprattutto, per lui.

#10 Zach Collins, Gonzaga Bulldogs, Portland Trail Blazers (C)

Se una squadra relativamente vicina a diventare una contender sacrifica per te due scelte del primo giro, puoi diventare qualcuno. Zach Collins, fiore all’occhiello della splendida Gonzaga di quest’anno, fa della mobilità il suo forte e sa essere fondamentale grazie alla sua tecnica su ambo i lati del campo. Partirà dietro a Nurkic, il progetto di rinnovamento del frontcourt iniziato con la cessione di Plumlee e lo sviluppo di Meyers Leonard è quasi completo.

Menzioni speciali

#11, Malik Monk, Kentucky Wildcats, Charlotte Hornets (Sg)

Tiratore insensato, già esperto tatticamente, buon difensore e anche buon passatore. Questo è Malik Monk, che durante la Madness ha dimostrato anche di potersi prendere tiri importanti. Era pronosticato in top 10, poi le scelte di New York e Dallas hanno fatto la felicità di Charlotte. Immaginiamo che ad His Airness e a coach Clifford, che fa del penetra e scarica il suo credo, non dispiaccia il back-court Walker-Monk.

#12, Luke Kennard, Duke, Detroit Pistons (Sg)

Situazione complicata, quella di Detroit: senza una late pick di vero talento nei prossimi anni, diventare una contender potrebbe rivelarsi impossibile. Kennard può essere un primo passo: affidabilissimo da oltre l’arco, capace di letture intelligenti per i compagni e buon ball-handler. Dubbi sulla tenuta difensiva, per ragioni fisiche.

#29, Derrick White, Colorado State, San Antonio Spurs (Pg)

Dopo l’high school, ha avuto una sola offerta: in due anni è riuscito a farsi prendere al primo giro, dalla squadra che per molti si rivela la vera accademia: White è un playmaker capace di gestire il ritmo, efficace sul pick & roll e dotato di buona mano: occhio perché Buford non sbaglia da parecchio tempo.

#41 Tyler Dorsey, Oregon Ducks, Atlanta Hawks (Sg)

Il classe ’96 di Pasadena è stato senza dubbio la sorpresa del torneo: 26 di media e tiri pesanti sempre a segno, ogni volta con la stessa naturalezza. Guardia che grazie al grande atletismo ha ottimi numeri a rimbalzo e può giocare anche da ala, si è dimostrato vero leader mettendo in ritmo i compagni con facilità: interessante nel sistema di Budenholzer.

#48 Sindarius Thornwell, South Carolina, Milwaukee Bucks (Sg)

Altro leader, capace di caricarsi i suoi sulle spalle e di portare South Carolina dove non era mai arrivata, alle Final Four. E per lui, nato a Lancaster, dev’essere stata un’emozione indimenticabile. Tiratore con margini di miglioramento, sa usare molto bene il fisico e finire nel traffico, oltre ad essere un gran difensore. Interessante vedere quanto potrà crescere sotto l’ala di Jason Kidd, in un ruolo dove a Milwaukee c’è il solo Kris Middleton.

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