7 domande per il post All Star Game

L’NBA è più in forma che mai. L’All Star Game 2018 è stato un successo in primis sportivo, grazie al nuovo format che ha generato più competitività nei giocatori in campo, oltre a un livello di attenzione mediatica il cui volume è stato accresciuto dal fatto che l’esibizione si svolgeva in una big city come Los Angeles. L’incontro delle stelle segna sempre il punto di metà stagione, chiudendo il capitolo della prima parte e aprendo quello successivo, quello più teso, pieno di colpi di scena, nel quale troveremo il tanto atteso finale. Per approcciarci a questa fase, allora, abbiamo risposto a sette domande che bisognerà tenere bene a mente in questi mesi.

1. Houston riuscirà a mettere in crisi l’egemonia degli Warriors nella Western Conference?

Mike D’Antoni detiene il titolo di Coach of The Year in carica, e non è un caso. I Rockets continuano a migliorare da quando l’ex-Olimpia Milano siede sulla loro panchina. Sono arrivati addirittura a fare lo scalpo agli onnipotenti Warriors, superandoli in classifica per il primo posto nella Western Conference grazie a una serie ancora aperta di 10 vittorie consecutive.

Ora: nessuno è qui a fare il funerale agli Warriors, sia chiaro. Però è doveroso notare che Houston ha battuto due volte su tre Golden State in stagione e che sembra avere le caratteristiche giuste (due campioni, diversi ottimi difensori, un sistema di gioco rodato e ben funzionante) per poter perlomeno provare a scalfire l’armatura dorata che avvolge la squadra di coach Kerr.
Gli Warriors in questi anni di dominio hanno avuto due avversari che li hanno messi in qualche modo in difficoltà, i Thunder quando Durant non aveva ancora iniziato il suo “next chapter” e gli Spurs del 2017, prima che il piede di Pachulia si frapponesse tra il parquet e il mancino di Leonard, costringendolo a non mettere più piede in campo nella serie di finale di Conference.
Entrambe le squadre avevano atletismo, ottimi corpi da utilizzare in difesa e grandi campioni da sguinzagliare in attacco. Entrambe hanno fatto sudare Curry e compagni più del dovuto.

Di due cose, se non ci saranno infortuni o catastrofi particolari in Texas, possiamo essere sicuri: in primis Golden State non arriverà alle Finals con un record di 12-0 nei playoff, e poi, finalmente, avremo una serie interessante prima di arrivare al periodo in cui suona l’ultima campanella a scuola.

2. Cosa succederà ai Cleveland Cavs? Continuerà la sfida infinita con gli Warriors?

In Ohio si sono accorti che a questi mesi primaverili che stanno per arrivare, al contrario di ciò che accade in natura, poteva non far seguito una sbocciatura di tutti i suoi fiori. I Cavs hanno vissuto sulle montagne russe i primi mesi di stagione, alternando ottime strisce (ad esempio tra dicembre e gennaio), a momenti catastrofici, come buona parte delle partite dal momento in cui Thomas è tornato sul parquet in seguito al recupero dall’infortunio all’anca.

Poi, poche ore prima che la Trade Deadline sancisse il termine per imbastire degli scambi, il GM Koby Altman ha deciso di tagliare il tronco e di seminare ancora, questa volta producendo una piantina molto più funzionale rispetto a quella precedente. Quel giorno sono arrivati, a far compagnia a LeBron, Jordan Clarkson, Larry Nance Jr, Rodney Hood e George Hill, e hanno fatto le valigie Wade, Rose, Iman Shumpert, Channing Frye e Jae Crowder, oltre ad Isaiah Thomas.

I Cavaliers ora sono in una situazione decisamente migliore: i giocatori ceduti o erano ai margini delle rotazioni, o erano disastrosi in campo.
Inoltre, non avevano le caratteristiche migliori per far rendere al meglio LeBron, che preferisce avere attorno tiratori che aprano l’area, piuttosto che ball-handler che puntano ad avvicinarsi il più possibile al ferro avversario.
Il lavoro della dirigenza aveva come obiettivo, oltre a quello di rinforzare la franchigia per questa stagione, quello prioritario per i Cavs: tenere James anche dopo questa stagione.
Le scelte prese per il momento sembrano essere più che giuste, dato che hanno portato un equilibrio nuovo sia in campo che fuori, con la squadra che sembra essere tornata quella che non faceva prigionieri ad Est.
Gli avversari sono forse più solidi rispetto alle passate annate, ma è sempre difficile intromettersi nel rapporto personalissimo tra LeBron James e le Finals.

A quello che succederà dopo giugno, probabilmente, ci deve le pensare ancora pure lui.

3. Chi è favorito per il titolo di MVP?

La corsa per l’MVP è sempre uno degli argomenti più caldi nella NBA, tanto da spingere il commissario Adam Silver a creare un vero e proprio show, diretto da Drake, per l’assegnazione di questo e altri premi al termine della stagione passata.
L’anno scorso Westbrook aveva dominato la classifica, disputando una stagione da tripla doppia di media, per dimostrare al mondo che ce la poteva fare anche senza il “traditoreKD.

Il titolo del 2018 sembra essere un discorso tra Harden, Durant, Curry e LeBron, con il primo nettamente favorito, sia per la continuità con cui sta distruggendo tutte le difese della lega (31 punti di media, con il picco della tripla doppia da 60 punti del 30 gennaio contro i Magic), sia per la capacità di elevare ulteriormente il livello della franchigia.
Gli altri tre stanno vivendo stagioni di livello: Durant si sta dimostrando sempre più un’eccellenza anche a livello difensivo, come dimostrano ad esempio le 1.9 stoppate, massimo in carriera; Curry e James stanno sfoggiando grandissime performance, ma tutto sommato nella norma rispetto al range a cui ci hanno abituati.

Nella NBA 2016/2017 la corsa a questo premio era stata incalzante, con un’intera nazione che tifava per le triple doppie di Westbrook e con un hype nei suoi confronti che la lega stessa era riuscita a fomentare.
Interessante comunque notare come Russ sia a soli 0,6 rimbalzi dalla tripla doppia di media, ma sia incredibilmente snobbato da tutti. Quando si dice abituarsi allo straordinario.

4. I Toronto Raptors e i Boston Celtics si sono divisi il primo posto nella Eastern Conference negli ultimi mesi. I primi hanno storici problemi ai playoff, i secondi stanno faticando a segnare canestri. Ci sono possibilità che arrivino fino in fondo?

Da quando LeBron James ha deciso di tornare nell’Ohio, le avversarie per la vetta a Est sono sempre state spazzate via senza troppo sforzo dai Cavs.
Nel 2015 gli Hawks, l’anno dopo i Raptors e infine nel giugno 2017 i Celtics, per un totale di sole tre sconfitte in altrettante serie. Questo risultato è stato il prodotto di un livello che si è abbassato negli ultimi anni nella Conference orientale dell’NBA, ma anche ovviamente della forza della squadra di LBJ.

In questa stagione però sembrano esserci interessanti segnali che potrebbero dare vita a una finale più competitiva. I Raptors infatti non sono più quelli degli ultimi anni: il roster è rimasto pressoché uguale, ma hanno cambiato filosofia di gioco, grazie soprattutto alla crescita di DeRozan a livello di decision making e, in particolare, riguardo al suo tiro da tre punti.
Il prodotto di USC era sempre stato un grande giocatore di isolamento, ma aveva la tendenza a giocare solo dentro all’area, tirando tantissimo da due punti in controtendenza con l’intera NBA.
Questo ai PlayOff causava un comportamento particolare delle difese che si chiudevano in area e mettevano in difficoltà il suo gioco, senza che si potesse creare alternative. Il nativo di Compton quest’anno ha messo assieme buoni numeri dalla lunga distanza: ha raddoppiato il numero di tentativi (da 1.7 a 3.5) e ha migliorato la percentuale (da 26% a 33%).
Non numeri da capogiro, ma comunque una crescita che ha aperto molto di più il campo ai Raptors, che ora si passano più la palla (più del 50% dei canestri sono assistiti) e ha reso più proficue anche altre parti del gioco di DeRozan, come l’amato tiro dalla mid range (che ora segna quasi nel 50% dei casi).
I canadesi quindi sono sicuramente più pronti di un anno fa, per provare ad arrivare più avanti possibile.

I Celtics, oggi, sono alquanto dipendenti da Kyrie Irving, almeno in fase offensiva. I numeri dei verdi si alzano quando l’ex-guardia di Cleveland è in campo, con 107 punti OffRtg con lui sul parquet, contro i 104.4 di media della squadra.
Guardando oltre Irving poi, i migliori relizzatori sono due giocatori alle prime armi con l’NBA, come Brown e Tatum.
Gli altri sono più efficaci in altre parti del gioco (Horford negli assist e nei rimbalzi, Smart e Rozier nella difesa). Nelle tre sfide disputate contro i Cavs, la squadra di coach Stevens è andata ko in due occasioni, tra cui una abbastanza plateale qualche giorno fa, nel primo match di Cleveland con i nuovi arrivati. Per ora, sembrano un gradino sotto rispetto ai Raptors.

Certo, se ci fosse stato Hayward…

5. Quali sono state le sorprese e le delusioni della stagioni finora?

Le due squadre scelte come sorpresa e delusione avevano due status parecchio diversi a inizio stagione, ma si  sono mosse su binari paralleli e opposti.
Gli Indiana Pacers, dopo l’addio di Paul George in direzione Oklahoma, avevano dato ufficialmente il via al rebuilding, ottenendo nello scambio che includeva il suo miglior giocatore due giovani da sviluppare che, per la verità, non avevano riscaldato gli animi di nessuno.
Oladipo sembrava un contratto pesante legato a un giocatore troppo ondivago per diventare la stella di una squadra; Sabonis era poco più di un role player.

I Memphis Grizzlies, invece, dopo la free agency estiva erano rimasti più o meno intatti e, senza le cessioni della colonna vertebrale della squadra formata da Conley e Marc Gasol, pareva che potessero disputare la solita buona stagione intorno al quinto posto, che gli avrebbe consentito un altro giro ai PlayOff.

I Pacers al momento sono quinti nella Eastern Conference, sono abbastanza sicuri di giocare la postseason e sono a mezza vittoria dal quarto posto dei Wizards, privi di John Wall, mentre i Grizzlies rantolano nei bassifondi dell’ovest. Oladipo è andato all’All Star Game e sarà un’ottima base su cui i Pacers proveranno a costruire qualcosa di importante, vicino al talento di Turner pescato dal Draft 2015.
Per la squadra di Memphis, invece, sarà difficile trattenere entrambe le sue stelle nella prossima estate.

6. Come procede la crescita dei 76ers (a cui si è da poco unito Marco Belinelli)?

I Sixers sono sani, o almeno in parte.
Dopo gli anni di attesa per vedere Embiid in campo e l’infortunio di Simmons che lo ha costretto fuori nel suo primo anno di NBA, la sfortuna ha continuato ad agitarsi sopra Philadelphia, costringendo Fultz a solo quattro apparizioni e a una serie di problemi anche misteriosi, che probabilmente lo terranno fuori per tutta la regular season. Così, per ora bisogna accontentarsi di vedere in campo solo due dei potenziali Big Three di cui dispone coach Brown, che comunque, non sono niente male. Simmons ed Embiid sono pronti a dominare la lega, salvo infortuni, e stanno cercando di portare, finalmente The Process ai PlayOff, dopo sei anni di assenza.
Attorno hanno tanti giocatori utili, come Dario Saric e la schiera di tiratori capitanti da Reddick, a cui si aggiungono Covington e Belinelli. Per quest’anno, il massimo sembra essere un settimo posto e un giro ai PlayOff. Ma in Pennsylvania stanno preparando tutto per divertirsi parecchio nelle prossime stagioni.

7. La Draft Class del 2018 si prospetta essere molto ricca. Quale squadra tankerà di più e quali sono i talenti più interessanti che passeranno in NBA a fine giugno?

La metà della stagione è anche il periodo migliore per tracciare una riga e per fare un passo indietro. Se i PlayOff sembrano irraggiungibili, meglio iniziare a perdere e sperare di arrivare più in basso possibile, per avere più possibilità di ricevere una chiamata nella parte alta del Draft. I Sixers, citati sopra, su questa pratica hanno fondato i loro successi attuali e futuri.

In questa stagione verranno chiamati al Draft Luka Doncic, giovane talento del Real Madrid già visto in azione nei vittoriosi Europei 2017 con la sua Slovenia, poi Trae Young, la cosa più simile a Curry uscita dal College BasketDeAndre Ayton, che potrebbe dominare già oggi e Marvin Bagley, tra gli altri.

Gli indiziati tra i team che punteranno a perdere il più possibile sono i Knicks, che hanno vinto troppo quando avevano ancora Porzingis in salute ed ora rischiano di non poter scendere più di tanto, i Brooklyn Nets, che sono protagonisti di una striscia attiva di sette sconfitte consecutive, ma che non avranno la possibilità di usare la loro scelta, che appartiene ai Cavaliers e i Phoenix Suns, che possono vantare Devin Booker tra le loro fila, i quali si giocheranno la maglia nera della lega assieme agli Atlanta Hawks, cercando di uscire vincitori dalla Lottery.

Che poi associare Booker a Doncic o Young dovrebbe essere illegale, ma a Phoenix sembrano non considerarlo.

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