Cosa succede alla Roma?

Che aria si respirasse a Roma poco meno di sei mesi fa, il 10 aprile 2018, lo possiamo solo immaginare, carpendo le emozioni dai video su YouTube che inquadrano caroselli festosi e persone fuori controllo per le strade della Capitale. Il gol di Manolas, il trionfo dei ragazzi di Di Francesco contro una delle squadre più forti al mondo nei quarti di finale di Champions League e le poche possibilità che un evento così straordinario si verificasse avevano scoperto il lato emotivo della città, quel famoso elemento passionale che renderebbe difficile la costruzione di un progetto sportivo di matrice vincente sul lungo periodo in quel di Trigoria.

Sarà una di quelle cose che si dicono al bar giusto per non stare zitti, direte voi. Possibile, nel calcio come nella vita, però, non si vive di sole emozioni. Anzi: l’attività cerebrale legata a esse e, soprattutto, al loro ricordo si resetta automaticamente al termine di ogni stagione. In più, prima che riparta il campionato ogni tifoso – non solo della Maggica, proprio tutti quelli che vogliono andare allo stadio – si sottopongono volontariamente all’iniezione di una sostanza che facilita le reazioni umorali, istintive e che genera anche un po’ di mal di stomaco diffuso, così, per aumentare il nervoso.

Dopo un numero di mesi che si possono contare sulle dita d’una mano da uno dei momenti più emozionanti della storia recente della Roma, quindi, la squadra è in crisi, i romanisti sono incarogniti, la società traballa, Di Francesco pure, i calciatori vengono fischiati. Beh, forse quella leggenda di cui sopra non era così campata per aria.

i problemi di Di Francesco

Umori della piazza a parte, i problemi della Roma, sono evidenti e innegabili, e sicuramente non fanno ben sperare per il proseguo della stagione. In particolare sembrano esserci falle strutturali, sia legate agli uomini a disposizione di Di Francesco, sia alla filosofia di gioco che l’ex-allenatore del Sassuolo sta facendo applicare ai suoi giocatori. DiFra non sta trovando la combinazione giusta tra le pedine che deve muovere e il senso logico con cui vuole compiere questi spostamenti. L’anno scorso la Roma funzionava su delle basi semplici: gioco ultra-dinamico, squadra sempre offensiva, pressing, baricentro alto, ripartenze sferzanti grazie ad ali veloci e centrocampisti che occupavano lo spazio offensivo intelligentemente.

Il centrocampo, in particolare, era uno snodo fondamentale della struttura giallorossa. Per questo motivo, la cessione delle due mezzali che hanno accumulato più minuti nella scorsa stagione – Nainggolan e Strootman – sembra aver tolto parecchie certezze a tutta la colonna vertebrale romanista. La coppia era ben assortita: il belga è un giocatore completo, impenetrabile in fase difensiva e con una spiccata propensione verticale; l’olandese ha intelligenza posizionale, ottime doti di rottura e sa rendersi utile anche in costruzione.

Il loro addio ha scompigliato le carte, costringendo Di Francesco a ripensare ad una nuova linea mediana inevitabilmente diversa per caratteristiche, che a catena ha causato modificazioni nei principi di gioco seguiti dalla squadra. Oggi i più utilizzati in quelle posizioni sono Cristante e Pellegrini – anche a causa dell’infortunio che ha tenuto fuori Pastore per due settimane – cioè due giocatori differenti: il primo ha un impatto offensivo importante, ma sta soffrendo incredibilmente quando bisogna correre all’indietro; l’ex-giocatore del Sassuolo è una mezzala di possesso, ma più proiettata verso l’area offensiva che verso la propria.

Patata bollente

La Roma è più sbilanciata in avanti e ha meno anticorpi e soluzioni utili per arginare gli attacchi avversari, soprattutto se essi si sviluppano principalmente attraverso transizioni. Con il Bologna, ad esempio, sono apparse evidenti in diversi momenti di gioco le problematiche relative alla posizione degli interpreti in campo, sempre poco attenti alle marcature preventive e scarsamente propensi a sprintare dietro gli avversari quando il pallone veniva perso con diversi giocatori nella metà campo offensiva. Per questo la rabbia dei tifosi – basta tenere gli occhi aperti su internet – si sta scagliando soprattutto su Monchi, colpevole delle cessioni traumatiche di cui parlavamo – a cui va aggiunta anche quella di Alisson – e di non aver trovato sostituti adeguati nel solito mercato entropico che caratterizza il lavoro del ds spagnolo da sempre.

Ad ogni modo, sta di fatto che ora la patata bollente è nelle mani di Di Francesco e non è semplice capire come proverà a cavarsela. Di fatto, in questo clima di confusione, possiamo solo azzardare delle ipotesi su quelle che saranno le sue decisioni.

Di Francesco | numerosette

Appunti

Alla Roma, per esempio, manca una guida intelligente e saggia che bilanci offensività ed equilibrio. Un profilo che al momento sembra non esserci tra i giocatori provati al fianco di De Rossi o N’Zonzi nella mediana a tre. Di Francesco potrebbe allora  considerare l’idea di riportare Florenzi a centrocampo. Del resto, già in Nazionale gioca lì, in passato veniva schierato mezzala anche nella Roma, e avrebbe l’intraprendenza e lo spirito giusto per rincorrere gli avversari e sgommare nei corridoi centrali, tagliando verso l’area di rigore o in zone esterne quando le ali vengono dentro al campo, nella tipica giocata che gli viene chiesta da Di Francesco.

Certo, si scoprirebbe un po’ la coperta nel ruolo di terzino destro, slot storicamente complicato da occupare negli ultimi anni a Roma. Al suo posto potrebbero giocare Karsdorp – che però è stato punito con due tribune consecutive a Madrid e Bologna, e di cui non si sa il futuro – o Santon, anche se quest’ultimo nell’Inter raramente ha offerto stabilità nel ruolo. Florenzi comunque potrebbe sostenere il terzino prescelto in fase difensiva e coprirne le eventuali mancanze. Insomma, sarebbe una scelta pericolosa, ma che potrebbe dare i suoi frutti. Anche perchè sarebbe triste veder sprecato, in particolare, il potenziale di Karsdorp, che non ha letteralmente mai avuto chance di mostrare il suo valore.
Quindi, perchè non rischiare?

Un altro obiettivo fondamentale che la Roma dovrebbe darsi in campo è quello di tornare, almeno in fase di non possesso, al gioco che Di Francesco aveva impostato l’anno passato: aggressività, recupero alto del pallone, pressing. Uno stile arrembante permetterebbe di nascondere le problematiche di ritmo e gestione dello spazio in fase di impostazione, che oggi appare piuttosto stagnante, oltre a dare maggior entusiasmo a tutto l’ambiente, tramite il famoso concetto di “maglia sudata” che tutti i tifosi vorrebbero vedere al termine dei novanta minuti.

Certo, la mancanza di un agonista come Nainggolan rende il tutto meno semplice, Cristante ha però un background con Gasperini che gli può permettere di svolgere questo tipo di ruolo, e giocatori giovani come Pellegrini o Zaniolo – che sembra ancora più adeguato – potrebbero essere educati a dare un brio diverso in fase di pressione, un momento del gioco che oggi è gestito dalla squadra in modo piuttosto sciatto.

L’idea di tentare il recupero del pallone molto in alto toglierebbe fiches dal tavolo di Pastore, pensato a inizio stagione come mezzala di possesso – un esperimento affascinante, che per ora sembra naufragato – ma potrebbe ridare luce al giocatore argentino in un ruolo più offensivo come quello di trequartista o esterno alto, posizioni in cui l’ex-PSG è sicuramente più a suo agio e libero di inventare.

Anche al PSG ha ricoperto il ruolo di mezzala, ma con compiti difensivi molto minori, il che gli permetteva, finché ha giocato, di essere libero di inventare.

La Roma ha costruito la squadra in base al metodo di lavoro di Monchi: non uno sciamano del calciomercato, come credono in molti, ma un direttore sportivo attento alle offerte del mercato e alla valorizzazione dei giocatori giovani. Questo atteggiamento ha portato ad una rosa diversa da quella della scorsa stagione ma che, soprattutto in un momento di panico generale come questo, necessita di tornare a sviluppare principi di gioco conosciuti come quelli applicati lo scorso anno. Gli ingredienti – un po’ nascosti, nella dispensa – si possono trovare: la ricetta, però, deve venire dalle mani dello chef.

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