Storie: Daniele De Rossi

Amleto se ne sta lì, solo nella stanza dopo essersi guardato allo specchio ed aver fatto l’ennesimo l’esame di coscienza: tiene in mano qualcosa, fissa intensamente l’oggetto cercando una risposta. L’appuntamento con la storia della letteratura è ad un passo, Shakespeare ce lo ha portato ma adesso sta a lui: “Essere o non essere“, inizia il principe, che non fa in tempo a continuare poichè una voce irrompe nel momentaneo silenzio.

Esserci“: Amleto si guarda intorno attonito e lascia cadere ciò che teneva in mano, cercando di capire chi si nasconda nella penombra. “Aò, guarda che quando cado mi rialzo sempre“, dice il pezzo di carta finito sul pavimento.

È la figurina di Daniele De Rossi, l’uomo che più di tutti sa quanto conta essere. Anzi, come detto, esserci. Così, mentre anche Shakespeare cerca di riordinare gli appunti Amleto mette da parte, almeno per un attimo i suoi dubbi esistenziali.

Ragazzo, conta esserci più di ogni altra cosa: non importa se ti sottovaluteranno, neanche se ti daranno di finito o di incompiuto, anche se nasci all’ombra di qualcun’altro l’importante è cercare di emanciparti a tuo modo – spiega Daniele – perchè al netto delle scelte e delle parole saranno i fatti a parlare per te“.

 “Mo nun je faccio er cucchiaio”

È difficile non innamorarsi di Shakespeare ma lo è ancor di più non esserlo di De Rossi: al di là della fede calcistica, provate ad immaginare una Nazionale senza di lui. Ci aveva provato Conte ma, vuoi per la carneficina di centrocampisti, vuoi perchè si deve fare di necessità virtù, alla fine non ci è riuscito neanche lui. Perchè quel 24 luglio 1983 a Roma non nacque certamente un bambino “pio” come Enea ma certamente una leggenda come Romolo. Potrà non piacere, ma quell’aggettivo non è dato senza meriti: De Rossi è una colonna fatta di tecnica, tattica e numeri, sia calcistici che statistici, che lo incoronano come il sesto giocatore con più presenze in maglia azzurra ed il secondo per apparizioni con i giallorossi. Già, la squadra della Lupa, la sua vita: “Ho solo un rimpianto, poter donare solo una carriera alla Roma”, disse un giorno, nonostante qualche volta sia stato vicino a lasciarla per incomprensioni e retroscena ingrati.

Gioca con una manica più lunga dell’altra poichè un giorno durante una partita di Champions League un avversario gli strappò parte della sua maglietta: quella gara venne vinta dalla sua squadra e per scaramanzia ha clonato questo nuovo stile. Una superstizione che certamente non ha accompagnato il suo soprannome, artefice di magie nere e negative sulla sua carriera: tutta colpa di Tonino Cagnucci, giornalista che lo chiamò “Capitan Futuro”, vedendo in lui l’erede di Totti al timone della Roma. Una definizione iconoclasta che lo ha forse sminuito negli anni: chi di voi non ha mai detto “De Rossi tra un pò si ritira ed è ancora capitan futuro“?

Daniele De Rossi in rete contro il Bayer Leverkusen

Resta il fatto che negli anni si è consacrato come uno dei migliori centrocampisti del mondo, arretrando con il passare del tempo la sua posizione, talvolta agendo anche da difensore centrale, ruolo nel quale il sottoscritto si è innamorato di lui. La sua duttilità è dovuta alla tecnica oscura che possiede, spesso offuscata dai compiti difensivi che ne limitano l’impostazione e la visione di gioco. Ha sempre peccato di continuità, mancando gli appuntamenti con la Storia solamente con la maglia della sua città: in Nazionale, Daniele è un faro che non smette mai di produrre luce. E’ una risorsa continua, dentro e fuori dal campo: nella sua carriera ha vinto poco rispetto al suo valore, ma la notte del 9 luglio 2006 era lì a Berlino, dopo aver saltato quasi tutti il Mondiale per una espulsione contro gli USA ed aver realizzato uno dei rigori che consegnarono la truppa di Lippi alla gloria.

  Daniele De Rossi contro Bertolacci: mai mollare!

Esserci, nei momenti bui ed in quelli trionfali: dalle sette “sberle” prese dal Manchester United ai tanti scudetti persi, dal trionfo tedesco ai grandi risultati con la maglia dell’Italia, spinta quasi sempre oltre le aspettative ed i limiti. Un campionato vinto seppur da interprete marginale a diciassette anni, quando osservava Tommasi ed Emerson cercando di rubare loro tutto ciò che servisse. Un amore viscerale per le sue radici, l’identità che si specchia nel Tevere e nella quale si possono riconoscere i tratti di quello che è più di un giocatore.

Una storia fatta di due colori, il rosso e l’azzurro, sempre lì nel mezzo a lottare ed a sudare. Ma senza mai mollare. Immagini leggendarie, l’attaccamento ai suoi due grandi amore, la Roma e l’Italia dove, nonostante tutto, sarà sempre una bandiera. Una storia concreta e continua negli anni, senza tante sfumature ma con la consapevolezza che le scelte fatte hanno portato De Rossi a ringiovanire quando tutti lo pensavano invecchiato: ha saputo riciclarsi, sfruttando le aspettative che si abbassavano per decentralizzare l’attenzione su di sè rimanendo comunque un leader dentro e fuori dal campo e lavorando sugli aspetti che avrebbero potuto rilanciarlo. Perchè l’importante è esserci, nel bene e nel male. Il gladiatore, venuto da Roma per difendere.

I duri hanno due cuori: lui lo è ma è buono, è un condottieri sorridente nonostante il viso lasci pensare ad altro. L’immagine che trapela di De Rossi è quella di un ragazzo pulito che mette ordine nel campo ma mai pienamente riconosciuto per quello che fa: ha saputo completarsi con il crescere, facendo dell’ecletticità il suo antidoto contro gli scettici.

Si.

 “Ma tu sei, tu sei dell’Unicredit” Beh, in un certo senso (nota del cr)

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