Dalla Norvegia con furore

Oslo, luglio 1992. Michael Jackson fa letteralmente venire giù Valle Hodin, grondante di sudore e amore platonico per il celebre cantante e il suo “Dangerous Tour”: una serata indimenticabile, spettacolo puro. Chi lo scrive avrebbe voluto assistere ad un suo concerto, che dai suoi video oserebbe definire più uno “show”.

Torniamo indietro di qualche mese. Siamo a gennaio, nella fredda e “commerciale” Oslo: non è un posto facile. Il 15 gennaio la capitale norvegese diede i natali a Joshua King, attaccante in forza al Bournemouth.
King è cresciuto in una città fredda, in tutti i sensi: per starci, devi amare incondizionatamente i cappotti. E soprattutto devi amare, o meglio, accettare il modo di porsi dei norvegesi, talvolta freddi e distaccati, quasi come se conoscerli fino in fondo richieda uno sforzo maggiore. Come se per entrare in comunicazione con loro sia necessario un piede di porco. Naturalmente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.

Joshua è cresciuto nel sobborgo di Romsås, dichiarato patrimonio ed esempio purissimo di città pianificata: sembra di vedere una foresta. Una foresta dispersa nei meandri di Oslo, dove King farà i primi passi a livello calcistico. Siamo nel 1998, anno in cui la Norvegia disputerà i Mondiali in Francia, riuscendo pure a vincere con il Brasile.

Tore Andre Flo, ed è subito nostalmagia.

Scusate, la pillola nostalgica era necessaria. Doverosa, se parliamo di una delle migliori punte norvegesi assieme a Carew: King potrebbe diventarlo. Ripartiamo sulle note di una delle canzoni più nostalgiche di quell’anno.

Spirito Rap

Non è un norvegese tipico, questo lo avete capito: le origini gambiane aiutano. Non lo è neanche spiritualmente, anzi, si sente quasi un rap dentro. Da un momento all’altro può sparare un freestyle alla Snoop Dogg, che nascondono gioia, divertimento, ma anche oppressione e marginalità tipiche del rap americano, che Joshua ascolta.

 “Calma calma, ora parto con un freestyle!”

Qui siamo nel campo prediletto da King – oltre a quello da calcio, ci mancherebbe altro – cresciuto con il mito di 50 Cent, e “follower” di alcuni artisti emergenti (Future Hendrix, David Correy). Insomma, Joshua è un ragazzo semplice ma forte, determinato, che esprime la sua poesia rap in campo, versi d’alta scuola che denotano un grande avvenire. Chissà quanta voglia avrebbe di impugnare un microfono e cantare la sua voglia di rivalsa contro il mondo, o forse contro qualche infortunio di troppo che gli ha tarpato le ali. Ha avuto la forza di rispiegarle, quelle ali, dopo che il Diavolo aveva bussato alla sua porta, così tentatore e dissuasore: d’altronde, come si fa a rifiutare il Manchester United? Insomma, è come se la Canalis irrompesse nella vostra vita.

La vita, quella di King, cambia radicalmente. O meglio, poteva cambiare: sarà l’inizio di una serie agglomerata di rimpianti, allo United avrà pochissimo spazio per esprimersi. Eppure il tutto era poetico: Solskjaer, leggenda norvegese dello United, intravide qualcosa di importante nel ragazzo, e in effetti ci aveva visto giusto. Serviva, però, un input per estrapolare le sue qualità, che non vennero fuori: il Teatro dei Sogni si trasformò in incubo, e dovette girovagare senza meta.

Tanti prestiti, accomunati da un forte senso di agonia e smarrimento delle proprie capacità: King aveva un fuoco dentro pronto a bruciare, solo che rimaneva lì. Rimaneva lì, quasi come se mancasse la legna per scatenarlo: una fiamma inespressa. Chi se lo sarebbe immaginato che la fredda e uggiosa Blackburn avrebbe stimolato questo incessante fuoco ad uscire?

Joshua King Blackburn | Numerosette Magazine

King non si arrende, e riparte da una nobile decaduta: si, avete capito bene. Il Blackburn, una delle squadre più romantiche del calcio inglese recente che nel 1994/95 vinse la Premier League con Shearer capocannoniere (34 gol). Era l’ambiente ideale per riaccendere i motori, per incidere il suo disco più importante.

Avete presente quel periodo in cui nulla sembra andare per il verso giusto, e le vostre certezze si sgretolano come briciole di pane? E’ uno dei momenti più significativi dell’esistenza, un momento in cui ti accorgi di aver toccato il fondo: proprio lì puoi ripartire. King l’ha fatto, e piano piano si è allontanato dagli abissi che tentavano di affogarlo in un mare di confusione e solitudine: le gioie, poi, furono consequenziali. La consacrazione nella Nazionale maggiore, e la chiamata in Premier League. E, beh, suo figlio Noah.

Eccoti

“Eccoti, sai ti stavo proprio aspettando”

Usciamo per un attimo dalla logica tipicamente british, dando un pochino di pepe italiano: che poi, abbiamo fatto invasione pure in Inghilterra.

L’1 marzo 2016 nasce Noah King. Se dovessimo chiedere a King la gioia principale della sua vita, probabilmente ci direbbe lui: il suo profilo Instagram brulica di foto per il suo angioletto, che ci toccano un po’ il cuore. Due occhioni raggianti che brillano solo per il papà, che intanto ha trovato la sua dimensione a Bournemouth. Al Vitality Stadium ha preso vita tutto il suo talento.

C’è, forse, una gioia equiparabile al giorno in cui divenne papà: il primo gol contro il Manchester United. Ha il sapore di rivalsa, di resurrezione, insomma, liberazione. Lui che aveva tanto agognato il salto di qualità in maglia Red Devil, ma forse non era adatto a quella dimensione, adatto a sopportare l’ingente e insopportabile peso della pressione. Era una maglia troppo greve.

Aveva bisogno di una pace dei sensi, che solo il meraviglioso Dorset può regalare: King trova il suo equilibrio, e pugnala una difesa che di equilibrio ha ben poco. Della serie “Se non ci fosse stato De Gea, alcune imbarcate sarebbero state nette”. Lo spagnolo non può nulla sul tiro del norvegese, che si avventa sul pallone con tutto se stesso.

Suo figlio non era ancora nato, eppure già si intravedeva una luce in fondo al tunnel nella carriera di King: ora poteva decollare davvero. Riesce a togliersi qualche soddisfazione importante, tutto sommato la prima stagione in Premier è decorosa. Come un alpinista King prosegue la sua salita verso il monte della Conferma, del Salto di qualità: parliamo comunque di un classe ’92, ma non vuole aspettare. Capita a tanti giovani di voler tutto e subito, senza aspettare, ma d’altronde la vita è breve e bisogna goderne l’essenza, berne il nettare finché possiamo.

King si ubriaca del nettare di vita, e fa ubriacare i difensori: chiaro, non è un goleador nato e non detiene le caratteristiche di quel bomber da 20/25 gol stagionali. Giocatore possente ma veloce, un buon compagno di reparto da affiancare ad una punta più fisica e determinante in zona gol: Howe ha trovato la soluzione, e si chiama Benik Afobe. I due combaciano alla perfezione, come Champions League e birra, un binomio decisamente accattivante. Detto questo, King ci ha stupito quest’anno, denotando una certa cattiveria sotto porta difficilmente rintracciabile nella sua prima fase della carriera, e a Bournemouth: nel gol al Chelsea si intravede una maturazione, un fiuto diverso.

La sua media è decisamente accattivante: 31 presenze, 13 gol e 2 assist. La sua prima stagione in doppia cifra, chiaro segno che qualcosa sta cambiando: in divenire.

Dalla foresta di Romsås alla spiaggia di Bournemouth, King è cresciuto. È caduto tante volte, tantissime, ha girovagato senza quasi mai lasciare il segno, ma non ha mollato, anche grazie al suo “spirito rap” battagliero e imponente. Una scorza dura, insomma, che si scioglie al solo batter ciglia di Magdalene e, beh, Noah. A 25 anni ha raggiunto la maturazione che agognava, ma non sembra voler mettere la parola fine a questa cavalcata: stavolta non c’è Diavolo che tenga, al Bournemouth si sente in Paradiso.

Joshua King, dalla Norvegia con furore.

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