Incastro perfetto

La stagione della Lazio è difficile da interpretare. In Europa la squadra di Inzaghi è uscita malconcia nel doppio confronto con il Siviglia mentre in campionato – con una partita da recuperare rispetto alle altre – ha ancora nel mirino il quarto posto attualmente occupato dall’Inter. La qualificazione alla Champions, insomma, sembra alla portata. Eppure, tutti i suoi giocatori offensivi più peculiari stanno rendendo meno rispetto a dodici mesi fa. Milinkovic-Savic fatica tremendamente a ripetere le prestazioni da MVP snocciolate durante la scorsa edizione della Serie A, Luis Alberto ha smarrito la creatività che gli permetteva di segnare gol come questo, Immobile è ben lontano dai 30 gol sfiorati nell’ultima classifica marcatori. Alcuni degli oneri nella metà campo avversaria sono quindi dovuti passare sulle spalle di altri giocatori. Caicedo è sceso in campo al fianco di Immobile in varie occasioni e ha già segnato 4 gol in campionato, ma chi più sta spiccando per il suo talento brillante è sicuramente Joaquín Correa.

Intuizioni

Il primo ad essersene accorto è stato Simone Inzaghi, che lo ha utilizzato progressivamente con maggiore continuità nel corso dei mesi. Ad agosto Correa sembrava poco più di un buon backup di Luis Alberto – dopo essere arrivato in estate dal Siviglia per 17 milioni – ma con le prestazioni opache dello spagnolo le gerarchie si sono parzialmente ribaltate e l’argentino è partito titolare in otto occasioni nelle ultime dieci partite di campionato. Contro la Fiorentina, ieri sera, Correa ha ancora una volta confermato la fiducia che gli viene attribuita dal suo allenatore ed è stato uno dei migliori in campo.

 

Nel primo tempo il Tucu ha svariato su tutta la trequarti con lo scopo di creare corridoi per i passaggi dei compagni e di farsi trovare nella posizione migliore per potersi girare ed attaccare la porta. Una delle capacità straordinarie di Correa, infatti, è quella di muoversi senza palla tra le linee avversarie, creando un cono di luce che possa portare la palla tra i suoi piedi. A metà del primo tempo, ad esempio, l’ex-trequartista del Siviglia segue una percussione palla al piede di Luis Alberto – che ha giocato come mezz’ala sinistra, con buoni risultati – e si allarga per ricevere il pallone. Correa a questo punto entra dentro il campo e serve con ottimo tempismo l’accorrente Milinkovic-Savic, che a sua volta imbuca splendidamente per Immobile che centra il palo. In quest’azione – dopo soli 20’ all’interno della partita – si può già vedere in luce un trademark tipico dell’argentino: l’abilità di farsi ispirare da un’intuizione che possa tradurre la fase di possesso in quella di rifinitura.Correa inventa per la Lazio | Numerosette Magazine

Libertà & combinazioni

I biancocelesti seguono la filosofia del loro tecnico e giocano quindi una fase d’attacco piuttosto anarchica, basata sulle libere connessioni tra gli attaccanti e sulla loro immaginazione. In un contesto di questo tipo Correa non può che trovarsi completamente a suo agio: contro la Viola è passato da posizioni larghe ad altre maggiormente accentrate, producendo movimenti simili a quelli di una fisarmonica senza dare nessun punto di riferimento ai difensori avversari. Correa non può stare fermo, come fosse una particella all’interno del famoso acceleratore costruito al CERN di Ginevra, e i suoi passi sono eleganti e cadenzati, ricordano un ballo latineggiante caloroso e sentimentale.

Non è una corsa, è una danza.

L’ha detto Adani durante la telecronaca di domenica sera: bisogna fidarsi di uno che di calcio sudamericano, e in particolare argentino, se ne intende.

Le combinazioni con i compagni di reparto, poi, funzionano splendidamente. Il gol di Immobile ad esempio nasce da un uno-due rapidissimo tra il Tucu e l’attaccante di Torre Annunziata: Correa si fa trovare dietro le spalle di Veretout – colpevole assieme al centrocampo della Fiorentina, a maglie troppo larghe in questa situazione – e serve di prima Immobile, che fa da sponda per poi tagliare in velocità verso la porta della Viola. L’argentino intanto attacca frontalmente Pezzella, anticipando il suo intervento con un esterno delicato che permette al centravanti di calciare con spazio e di portare avanti i biancocelesti.

L'assist di Correa per Immobile | Numerosette Magazine

Una cosa simile era successa anche nel derby in cui uno dei segreti della Lazio è stata proprio l’applicazione di tecnica e velocità del Tucu. Il fallo subito dall’11 – che ha prodotto il rigore con cui la Lazio ha firmato il doppio vantaggio contro la Roma – è nato da una diversa stesura di un copione analogo: questa volta è Correa che – partendo dalla fascia e muovendosi a mezza luna verso il centro del campo – attacca lo spazio in profondità mentre Immobile indossa i panni del rifinitore, servendolo con un lancio ben calibrato.

Il rigore procurato da Correa contro la Roma | Numerosette Magazine

Correa non è solo accelerazioni, sprint e visione di gioco. Nello stretto è in grado di creare superiorità numerica (2 dribbling a partita in Serie A) e di inventarsi giocate da campione, come quella che ha portato al secondo gol nella partita contro l’Udinese di qualche mese fa.

Discontinuità

Il talento di Correa è però ancora caratterizzato da strappi, giocate che rubano l’occhio dello spettatore ma che rischiano di restare casi isolati durante la partita. Ieri sera, nel secondo tempo, l’argentino ha inciso meno in attacco anche a causa del suo dirottamento sulla fascia sinistra in cui Inzaghi gli ha chiesto un’interpretazione maggiormente conservativa. La qualità del Tucu infatti è anche quella di sapersi adattare a varie disposizioni, anche se ovviamente quando viene allontanato dall’area avversaria riesce ad essere molto meno decisivo. Per questo il ruolo più indicato sembra essere quello di trequartista o seconda punta accanto ad un numero 9 che possa concretizzare le sue idee illuminanti.

Correa ha 24 anni, un’età in cui – almeno nel mondo del calcio – si è ancora giovani ma con le spalle al muro: bisogna iniziare a dimostrare che tipo di giocatore si vuole essere, gli errori pesano di più e sono meno tollerati. La prima stagione della sua seconda vita italiana si sta srotolando nel modo migliore: chissà che un allenatore in grado di far letteralmente esplodere negli ultimi anni  i giocatori più offensivi della sua squadra come Inzaghi – dopo un anno di conoscenza reciproca – non possa lanciare definitivamente la carriera di un grande talento che finora è rimasto a metà del guado. Esiste letteralmente un girone dell’Inferno che racchiude tutti questi giocatori, popolato da esterni fumosi ma belli da vedere come Ménez o da amori traditi come Bojan Krkic. Tucu, non vorrai mica finirci anche tu, vero?

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