La partita più pazza dell’anno

La carriera di Pep Guardiola come allenatore si trova in un punto del piano cartesiano decisamente paradossale. Tutti gli appassionati di calcio – perlomeno quelli che hanno un minimo di onestà intellettuale – guardando al tecnico del Manchester City, devono riconoscere il prestigio delle panchine sulle quali si è seduto, l’impatto rivoluzionario che ha dato al gioco e le imprese leggendarie conseguite in particolare durante il suo periodo alla guida del Barcellona. D’altro canto però, pur avendo il rispetto di tutta la comunità calcistica, Guardiola non è mai riuscito ad alzare il trofeo europeo più prestigioso fuori dalla Catalogna. Quest’ultimo è un dato: non deve portare da nessuna parte, non può far propendere il giudizio verso un’imputazione di colpe che non avrebbe fondamenta solide. Ma è un dato, confermato dalla – amara – vittoria del Manchester City nel ritorno dei quarti di finale di ieri sera contro il Tottenham e la conseguente eliminazione dalla Champions League.

Venti minuti di fuoco

I primi venti minuti di Manchester City-Tottenham hanno rappresentato una vera e propria epopea. Dentro a questo piccolo anfratto temporale si può trovare tutto ciò che rende una storia epica, straordinaria, affascinante. Un racconto dal ritmo cadenzato, a tratti violento, accelerato, cinetico, intenso e reso ancora più coinvolgente da un pubblico esplosivo. Guardiola ha deciso di affrontare gli Spurs con tutti i suoi eroi offensivi in campo – ad esclusione di Sané, entrato nella ripresa – e in particolare ha potuto schierare dal primo minuto De Bruyne, rimasto fuori all’andata. Il belga è emerso come il giocatore probabilmente più in grado di fare la differenza tra i fenomeni di cui può godere il City. Fin da subito infatti il suo impatto è stato detonante per l’attacco della squadra: dopo pochi giri di orologio ha propiziato il primo gol di Sterling, servendo con un passaggio in diagonale sotto le gambe di Alli il movimento incontro di Aguero e attaccando lo spazio libero per chiudere il triangolo e servire l’ala inglese sulla fascia sinistra. In un gioco di possesso come quello del City è necessaria la presenza di giocatori di grande qualità tecnica e molto portati a prendersi rischi. De Bruyne in questo senso rappresenta tutto ciò a cui il City non può rinunciare: visione verticale, forza fisica, capacità di risalire il campo tramite la conduzione del pallone.

De Bruyne ieri con il Manchester City | Numerosette Magazine

A volte però anche all’interno del complesso meccanismo che governa una partita di calcio bisogna considerare elementi più semplici e individuali. La mancata solidità difensiva del City è stata una condanna che si è resa ben visibile negli errori di Laporte. Lo spagnolo prima ha respinto maldestramente il pallone sui piedi di Son a pochi metri dalla porta (1-1) e poco dopo ha controllato malissimo un passaggio arretrato di Bernardo Silva, aprendo il campo alla doppietta del coreano e al vantaggio degli Spurs. Un fattore che sicuramente ha pesato, e che curiosamente ha coinvolto due buchi nell’acqua dello stesso centrale nel giro di qualche minuto.

Quando c’era da attaccare l’area avversaria è andata sicuramente molto meglio per il City, che ha mostrato una capacità di movimento negli spazi che gli appartiene, ma era rimasta un po’ in disparte nella partita d’andata. Le posizioni intermedie delle mezzali David Silva e De Bruyne hanno fatto letteralmente la differenza – se così si può dire dopo un’eliminazione – all’Etihad Stadium: lo spagnolo grazie al suo senso della posizione e alla visione di gioco nello stretto, il belga per le sue accelerazioni e la lucidità in ogni singolo gesto svolto sul campo.

Nell’altra metà campo c’era però una squadra compatta, intelligente e forse un po’ sottovalutata. Il Tottenham è stato innanzitutto ipercinico, sfruttando al meglio gli errori difensivi della squadra di Guardiola e gli spazi in verticale che venivano lasciati nei momenti di massimo sbilanciamento dei Citizens. In più si potrebbe dire che gli Spurs rappresentano l’identikit della formazione che può dare più filo da torcere al City. Pochettino può vantare un bel ventaglio di giocatori fisici che sanno essere efficaci e densi quando giocano una fase di non possesso posizionale, situazione che i Citizens soffrono storicamente. Ricordate il Monaco di Jardim? Due stagioni fa il club di Manchester uscì agli ottavi proprio contro i francesi, che potevano vantare la presenza in campo di alcuni armadi come Bakayoko, Mendy, Fabinho – e, più in generale, una solidità difensiva invidiabile. La storia si ripete, in un certo senso.

In quel City giocavano Sagna e Clichy: il primo un anno fa lottava per non retrocedere in Italia con il Benevento, l’altro gioca a Istanbul dall’estate 2017. Ah, nel Monaco c’era Mbappé.

Episodi

Come si diceva sopra, però, a volte il calcio è beffardo e di fronte alla bellissima tortuosità di una partita di calcio dà soluzioni più banali di quelle che ci si potrebbe aspettare. E così una partita meravigliosa come quella di ieri sera viene decisa da un gol – quello di Llorente – segnato con il fianco destro e su cui è stato necessario un controllo VAR per un dubbio tocco di mano. È la parte irrazionale del calcio, quella che non si può prevedere. Una famosa citazione di Tommaso Moro, scrittore inglese del XVI secolo, diceva questo.

Abbi la forza di cambiare ciò che può essere cambiato, la pazienza di accettare quello che non si può cambiare e l’intelligenza di distinguere l’uno dall’altro.

Il Manchester City ha pagato principalmente i suoi errori e disattenzioni, prima ancora di un quantitativo di sfortuna che ha avuto un impatto marginale nell’ottica del doppio confronto.

Il gol annullato a Sterling per il Manchester City | Numerosette Magazine
Illusione, delusione.

La più grande colpa della squadra di Guardiola è stata sicuramente quella di aver toppato la partita d’andata, in cui ha giocato una fase di possesso molto compassata, mostrando poco movimento lontano dal pallone e non dando mai quella sensazione di dominio del gioco che appartiene alle squadre del tecnico catalano. Mancanze che hanno azzerato gli effetti della tensione verticale che resta insita in praticamente tutti i giocatori del Manchester City, e ha causato ad esempio la produzione di soli 7 passaggi chiave contro i quasi 14 prodotti in media dalla squadra in Champions League, durante questa stagione.

La maledizione di Pep

Se consideriamo una delle prestazioni più brillanti della stagione del City, quella del 3 gennaio contro il Liverpool, si può tranquillamente capire cos’è mancato in questi 180 minuti. Quella squadra era andata in campo con aggressività, pressando gli avversari fin quando il pallone finiva nei piedi di Alisson; aveva resistito al pressing eseguendo la fase di possesso sempre con lucidità e precisione; era in grado di attaccare la profondità con gli esterni serviti dai difensori centrali come lo stesso Laporte o dai chirurgici passaggi di Fernandinho. E, più in generale, aveva mantenuto un muro più solido di fronte alla porta di Ederson di quello un po’ farraginoso visto ieri sera. La sensazione è che sia proprio la continuità e la concentrazione che mancano un po’ a questa squadra – se si vuole trovare il pelo nell’uovo a un gruppo che sta lottando per vincere la Premier League – a causa di alcuni blackout che la colpiscono e hanno conseguenze difficilmente riparabili in un contesto ultracompetitivo e che concede poche chance come quello della Champions League.

In tutto ciò ovviamente c’è tanto merito del Tottenham, che ha giocato due partite di altissimo livello alternando momenti di pressing ad altri di difesa posizionale, correndo in verticale ogni volta che è stato possibile e prendendo qualunque briciola il Manchester City lasciasse distrattamente cadere per terra.

Son in Manchester City-Tottenham | Numerosette Magazine

Per Guardiola è la terza eliminazione dalle fasi finali della Champions League da quando siede sulla panchina del Manchester City. Nel selvaggio mondo là fuori, ne sono certo, ci sarà qualcuno che oggi sarà così coraggioso da mettere in dubbio la bontà dei suoi principi di gioco e la possibilità di vincere – senza Messi – con la sua filosofia calcistica. Dopo una partita come quella di ieri, però, sarebbe fantastico parlare solamente di quanto il calcio possa produrre bellezza. E, magari, prendere coscienza del fatto che possiamo controllare ciò che succede su un campo da calcio solo fino ad un certo punto.

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