Ci pensa Bonucci

Pep Guardiola stravede per lui e non ne ha mai fatto mistero. A vedere gli ultimi anni di carriera, tra il bianconero della Juventus e l’azzurro della Nazionale, viene difficile non dare ragione al tecnico spagnolo. A 29 anni Leonardo Bonucci è tra i migliori (e per molti addetti ai lavori il migliore) difensori a livello mondiale. 

Per molti tuttavia si tratta di un traguardo raggiunto troppo tardi, in un calcio così competitivo e pieno di giovani fenomeni come quello moderno, i suoi detrattori lo vedono prossimo già a mollare il passo per fare spazio a qualche giovane promessa. Ma non lo dicano a lui, ad un giocatore coraggioso che ha combattuto critiche e continui dubbi sulle sue reali potenzialità, ad un giovane che dopo essere partito dalla città natale (Viterbo) ha attraversato montagne e discese fino ad arrivare in cima alle gerarchie difensive.

Nato come centrocampista centrale, già ai tempi della giovani della Viterbese si avvicinò al ruolo che lo ha portato alla ribalta del calcio mondiale, quello di difensore centrale. Con il tempo ha cominciato a svolgere un ruolo atipico per il calcio dei giorni nostri, caricandosi di posizione e funzioni tipiche di quello che una volta veniva chiamato “libero”, ruolo che venne ricoperto egregiamente da Franz Beckenbauer, a cui Leonardo è stato spesso – correttamente o a sproposito – accostato.

L’aspetto che rende Bonucci uno dei migliori difensori al mondo è la mentalità. Il carisma del difensore juventino lo rende un leader in campo, capace di coprirsi di responsabilità che ne fanno un punto di riferimento nello spogliatoio. È proprio la sua personalità quella che nel tempo gli ha fatto guadagnare numerosi estimatori, ma anche diversi detrattori. Amore e odio, pareri discordanti: essere il migliore vuol dire anche dividere le masse.

Abile a districarsi fra elogi e critiche, mostra ambivalenza anche sul terreno di gioco. A una fase difensiva caratterizzata da uno stile ruvido, con contrasti e colpi di testa al limite, abbina una fase offensiva  fatta di lanci lunghi degni del miglior regista e di inserimenti negli spazi da centravanti puro.

BONUCCI ASSISTMAN

Il suo percorso, soprattutto in serie A, non è stato tutto rose e fiori. Ha esordito nella nostra massima serie con la maglia nerazzurra nell’ultima partita del campionato 2005-06 (Cagliari-Inter 2-2), venendo premiato con lo scudetto “di cartone” tolto alla Juve in seguito all’inchiesta di Calciopoli. L’Inter è il primo club a credere in lui, ma dimostra di avere poca pazienza. Dopo averlo fatto crescere nella Primavera, lo manda in prestito a in B, per poi cederlo nell’estate del 2009 al Genoa, nell’affare che porta all’ombra della Madonnina Milito e Thiago Motta. Pochi giorni dopo il Grifone lo cede in comproprietà al Bari. Qua prende il via la parabola Bonucci. Con la maglia dei galletti infatti si conquista l’interesse della Juve, nonché l’entrata nel giro della Nazionale. In maglia bianconera in 5 anni conquista 5 scudetti, conditi da 2 coppe Italia e 3 supercoppe italiane.
Sotto la direzione di Conte prima e Allegri poi, Bonucci è cresciuto molto, affilando le sue doti come lame utili per affrontare al meglio la giungla della Champions, che vede sfumare come tutto il popolo bianconero a un soffio dal traguardo nel 2015. Ma sono sempre le sconfitte a forgiare i guerrieri, a renderli più forti per il futuro.

In maglia azzurra il suo percorso è stato graduale. Come da tradizione della nostra Nazionale la formazione è costituita da un gruppo di titolari inamovibili affiancati di volta in volta da giovani o rivelazioni del momento. Leo non è sfuggito a questo meccanismo, salvo poi diventare punto fermo con l’arrivo sotto la Mole, andando così a costituire il gruppo di difesa ormai soprannominato “Ital-Juve”. È stato protagonista nella cavalcata azzurra di Euro 2012, conclusasi con una sconfitta oltremodo pesante contro la Spagna. È stato presente alle ultime 2 debacle nei Mondiali, da panchinaro agli ordini di Lippi, da perno imprescindibile nella difesa di Cesare Prandelli. Ma è nell’ultimo Europeo che Bonucci si è affacciato sulla scena del calcio europeo, conquistando critica e addetti ai lavori. Partenza da incorniciare con la partita contro il Belgio (oltre all’assist per Giaccherini, difesa puntuale su un reparto d’attacco giovane e tecnico), nelle partite del girone contro Svezia e Irlanda si dimostra il leader di una difesa tra le più solide e apprezzate del torneo, nonché motivatore in campo della Nazionale. Ma è nella fase ad eliminazione diretta che si erge a vero uomo ovunque, sia a livello tattico sia a livello mentale. Eletto migliore in campo dalla UEFA nella vittoria entusiasmante dell’Italia sulla Spagna, contro la Germania dimostra la sua personalità incaricandosi di calciare il rigore (generosamente regalato da Jerome Boateng) e segnandolo con sconvolgente freddezza. Ha poi di che pentirsi però, sbagliando uno dei rigori finali, decisivi per l’eliminazione azzurra. Errore che non cancella dagli occhi dei suoi numerosi estimatori il suo anno fenomenale tra club e Nazionale.

Una carriera fatta di alti e bassi, quella di Leo. Già il nome, Leonardo, richiama quella combinazione tra genio e sregolatezza che è riscontrabile in tutto il suo percorso. Ma se nei primi anni, anche in serie A, le “bonucciate” non sono mai mancate, con l’approdo a Torino, soprattutto grazie alla disciplina del sergente di ferro Antonio Conte, il difensore classe 1989 ha fatto della costanza e della precisione i suoi punti di forza, eliminando cali di concentrazione e leggerezze. Come detto, Pep Guardiola stravede per lui. Lo voleva a Monaco di Baviera, ne è rimasto abbagliato nell’ottavo di finale dell’ultima Champions League. Lo vuole tuttora a Manchester, dove col ricco borsello dei proprietari del City sarebbe disposto a ricoprirlo d’oro (e a renderlo il difensore dal trasferimento più pagato di sempre). Ma anche i Diavoli Rossi, quelli che hanno accolto Mourinho come salvatore della patria, stanno pensando di strapparlo alla concorrenza, magari  inserendolo nella trattativa già avviata per il ritorno al Manchester United di Paul Pogba.
Per ora Bonucci resta fedele alla causa juventina e ad un ambiente che lo ha reso grande, grandissimo. Perché sarà anche “sporco, brutto e cattivo” ma per ora è il migliore in circolazione. E nessuno può negarlo, nemmeno i suoi detrattori.

 

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