Numerologia: chi è realmente Callejon

1.

Me lo immagino mentre dondola le gambe seduto su di un ramo. Intorno ha le vigne terrazzate, da lontano sembrano scalini. Il ragazzo ha i capelli alzati per natura, e il sorriso plastico. Suo fratello gemello corre zigzagando tra il verde, coordinato come un compasso. Se si guarda avanti, il sole iberico divora l’orizzonte. C’è il mare da qualche parte. Dietro il ragazzo, un uomo arranca, vestito canottiera e bretelle, ha i peli sulle spalle, a ciuffi, e grida frasi in spagnolo che, anche a non capirle, lasciano sdegno. Il ragazzo che corre non sembra aver paura, ha in mano un grappolo di uva, viola come uno sguardo sull’universo, e opaco. Ogni tanto si guarda indietro e ingoia un acino, ride che pare uno sberleffo, poi torna a correre. Non va troppo veloce, ma è agile, instancabile, dà l’illusione di essere rapido come il vento. Va avanti così finché l’uomo non ce la fa più, e si ferma, con le mani arrese sulle ginocchia, lo guarda, lo maledice, lancia insulti tipici e gestacci universali. Anche a suo fratello. «¡José! ¡Juan!»

Quest’ultimo, dal ramo, si butta. Inizia a correre e segue il gemello. Gli passano dietro, alle spalle, l’uomo e disorientato. Poi, come fosse un coro, come fossero perfettamente allineati, tutti e tre, gridano: «¡Hijos de puta que sois!»

2.

Chissà cosa pensa Callejón quando di lui non si fa una questione di talento, ma di impegno. Chissà cosa risponde. Se risponde, o sorride. Che poi, a pensarci bene, ci vuole talento anche a impegnarsi, a portare la forza di volontà in spalla, come sacchi di calce. Non siamo tutti calciatori, e non tutti i calciatori si impegnano allo stesso modo.

Callejón nasce nell’anno dei Simpson, ancora si fanno processi a ex-ufficiali nazisti, l’anno in cui il Porto vince la sua prima Coppa dei campioni, in finale contro il Bayern Monaco di Rumenigge calciatore. È il 1987. Callejón nasce a Motril, nella provincia di Granada, parte della costa tropical, figlia della catena montuosa della Sierra Nevada. Il primo club della città risale al 1915, ma non sopravvive alla guerra civile del ’36. Quando ancora neanche i genitori di Callejón sono nati, Picasso dipinge Guernica. La versione più recente del club nasce nel ‘84, e muore nel 2012, quando, intanto, Calleti è un galacticos.

È cresciuto in un quartiere omonimo, che si chiama Callejón, ma non c’è alcun collegamento. I suoi genitori erano titolari di un banco di frutta, famiglia merengues, suo padre capitanava la formazione locale: da lì la passione per il calcio. Ma quando gli chiedono di Motril, o della sua infanzia in generale, José non si sofferma tanto sulla città, non sta a descriverla. Il ricordo lo riporta alle strade in cui giocava da bambino, e poi, subito, al fratello. Non sta eludendo la domanda, sta parlando della cosa più importante.

3.

José Maria ha un gemello un po’ uguale. Si chiama Juan Miguel (JM-JM) e anche lui, per mestiere, fa il calciatore. Hanno entrambi fatto parte delle sezioni giovanili del Real Madrid, ma il talento è sconfinato come l’oceano, e tra chi cammina sulle acque, chi nuota, e chi finisce per affondare, Juan Miguel, detto Juanmi, è destinato alla terza opzione, nelle acque buie delle categorie dei campionati inferiori. Però cosmopolita. Grecia, Bolivia. Juan Carlos Garrido, ex-allenatore del Villareal, lo convince a trasferirsi in Medio Oriente, all’Al-Ettifaq, affascinato, credo, dal progetto, o dal significato dei soldi.

Si dice che ai tempi delle giovanili madrileñe un arbitro ammonì uno al posto dell’altro perché li confuse. Sono quasi indistinguibili, in effetti. Juanmi ha i lineamenti più operai, il sorriso ugualmente plastico, ma meno graziato. Su un campo da calcio, però, la genetica non lascia tracce: per quanto siano due attaccanti, sono due Callejón diversi. Ma una cosa hanno in comune, a patto della differenza di talento prima discussa, entrambi non sono giocatori che, superficialmente, dalla massa verrebbero definiti forti. Veramente forti.

Il massimo che raggiunge José Maria su Fifa è 89: un punto meno del 90. Simbolico.

Non si sa bene com’è che un giocatore si possa definire forte. Alcuni sono fondamentali per le loro squadre, altri agiscono sottotraccia ma in modo efficace. Essere forte, però, è un’altra cosa, qualcosa che riguarda più l’immagine che il merito, la forma piuttosto che la sostanza. Xavi è forte, Busquets no. Sterling è forte, Milner no. Robben è forte, Kuyt no. Maldini era veramente tanto forte, Costacurta, forse, no.

È questo il destino di Callejón. In una squadra piena di nomi, Mertens, Insigne, Hamsik, Zielinski, piena di talento, Callejón fa la figura dell’anello debole, del sacrificabile, del futuro messo-da-parte allo scoccare della prossima sessione di mercato. Questo, almeno, prima che Sarri ne cambiasse la visione. Oltre un paio di maniche lunghe, capelli ingellati, e uno scatto potenzialmente inutile, sul filo del fuorigioco, per attaccare il lato debole.

La visione. Sua, e nostra.

4.

Quel signore del vigneto me lo immagino come Sarri. Ora che ci penso, l’ho immaginato fin da subito come lui. Il naso a patata, i peli sul capo, la pelle rovinata da migliaia di soli. Mancano giusto i baffi e le scarpe rotte.

Le parole suonano come premure, come le difese di un padre. Lo definisce fondamentale in fase difensiva. Uno che sa giocare senza palla, ma che pochi notano. E lancia la frase come se fosse tutto normale, con il tono nasale e la cadenza toscana: «Callejón è il nostro equilibratore»

Va bene. Cosa vuol dire?

Giussani disse: «L’equilibrio nel potere umano è una bilancia. Nel potere divino è un essere, una vita» Nel potere sportivo è un’amore. Non è il sacrificabile, Callejón. Non è anello debole, o futuro messo-da-parte. È uno tra i più forti giocatori non forti che ci siano in circolazione. Uno che non ha avuto il dono di camminare sulle acque, ma ha dovuto imparare a stare a galla e non bere mai. Callejón è un nuotatore dalle spalle strette. Un equilibratore.

5.

Nel basket, quello che José Maria ama fare, lo chiamano taglio dietro, o backdoor, porta sul retro, un movimento offensivo che approfitta del lato cieco del difensore, cioè le spalle, per tagliare verso l’obbiettivo, porta o canestro che sia, e segnare. E si basa sul fondamentale, abbastanza palese, che l’avversario non è in grado di guardare contemporaneamente la palla e il tuo movimento.

Callejón lo sa fare da una vita, ma da un anno a questa parte, anche grazie a una serie di fattori che prima, sia a Napoli che a Madrid, o a Barcellona, erano mancati, e adesso invece sono prepotenti, uno su tutti il fattore Insigne, quel movimento lì, almeno in Serie A, ha preso il suo nome. Come una teoria scientifica, una scoperta medica o un amaro artigianale prendono nome da chi li ha ideati, un tipico movimento può prendere il nome da chi lo innalza a valore assoluto. Il taglio Callejón.

Armonia

Sembra banale, in fondo è solo correre. Ma non lo è. C’è una concentrazione quasi zen nel ripetere un movimento fino all’ossessione pur sapendo che, almeno nel 70-80% dei casi sarà del tutto inutile, e stancante. L’ansia del guardalinee, del pallone corto, o lungo, del terzino bravo in diagonale, del portiere che apre la mano. Quanti giocatori sono capaci di sopportare questo per una carriera? Quanti sono disposti a farlo per 13 goal a stagione, per  9 assist, per non staccare mai i piedi dal verde. Per non bere, e affondare.

Sarebbe facile imbastire il discorso su ciò che divide un calciatore talentuoso ma pigro da uno normale ma pieno d’intraprendenza. Callejón, però, non è quel tipo di calciatore: il suo talento è tanto presente quanto intangibile, astratto come un pensiero positivo. Ci vuole talento anche a impegnarsi, in fondo.

6.

Realizzare il proprio sogno, ovvero quella vulcanica voglia di fare che ti accompagna fin da bambino, è un privilegio. E Callejón è stato bravo a prenderselo (Lui dice fortunato). Quando parla degli anni vissuti al Madrid si nota nelle parole e nei periodi un misto di soddisfazione e pentimento, residui realisti di orgoglio e consapevolezza dei propri limiti. «Se domani dovessi segnare, non riuscirei ad esultare. Ho troppo rispetto per il Real Madrid» Dà l’idea di un uomo innamorato che, pur vedendo lei con un altro, non riuscirebbe a odiarla più del dovuto. Dà l’idea di un uomo maturo.

La sua canzone preferita gli ricorda il periodo più intimo con la moglie. Delicatezza e romanticismo.

La maturità è una forte componente del metodo di gioco di Calleti. Per esempio: a differenza dei suoi compagni di reparto, affetti da una mania ossessivo compulsiva del tiro in porta, Callejon è più posato: ha calciato 86 volte quest’anno, contro le 88 di Hamsik, le 148 di Mertens e le 147 di Insigne. Tira in media 2.3 volte a partita, centrando lo specchio il 39% delle volte. Osservando la lista di attaccanti con più di 20 presenze in Serie A per dribbling riusciti, Callejon figura il penultimo. 0.2 a partita, quanto Pellissier.

Il dribbling è forse la più alta forma di egoismo del gioco del calcio. Non passare la palla, ma trattenerla fino a superare l’uomo, il prossimo uomo e il prossimo ancora. Il dribbling è il gesto più esaltante del calcio, e Callejón, per sua natura, di tutto questo si distacca in maniera perentoria. Non fanno parte del bagaglio tecnico, e di vita. Nel bene e nel male, e con tutto ciò che questo comporta: cioè a un giocatore che sa fare alcune cose benissimo e  altre malissimo, in un equilibrio pazzesco. Surrealista, ma reale, come un quadro di Picasso.

7. 

Per un utente spagnolo su Youtube, José Maria Callejón è stato il miglior 12 della storia del Real Madrid. Per un altro adesso gioca nel Bolivar.

Non è un giocatore antipatico, ma non è neanche uno di quelli pieno di estimatori, cioè fan. Quanti tifosi del Napoli sceglierebbero lui al posto di una delle tante stelline? Chi lo preferirebbe alla cresta di Marekiaro, o all’elettricità di Mertens, al tocco vellutato di Insigne. Quanti preferiscono un equilibratore a un estremista?

La forza dell’equilibrio è come un caos calmo. Qualcosa di inarrestabile, irresistibile, ma serafico come un frate. I movimenti di Callejón sono come versi sussurrati, come mani giunte in preghiera.  Anche nei difetti, anche nei più palesi spigoli del suo io, Callejón mantiene una certa dignità. Anche nelle proteste, anche nelle simulazioni, il gesto più antisportivo del calcio, anche quando ti sta sui coglioni, Callejón fai fatica a odiarlo.

E poi c’è sempre, più di tutti gli altri. Anche più del portiere. Da quando è arrivato in Italia è il primo per presenze stagionali davanti a Bonucci, Buffon e Hamsik. Il terzo per presenze da titolare, il terzo per minuti giocati, sempre in contrasto con i due della Juventus (o ex-Juventus) citati prima.

Uno che alla quantità, di per sé utile ma no, abbina anche una qualità sottile, affilata. Callejón, giudicando le statistiche della stagione ormai conclusa, ormai vecchia, figura come il secondo miglior attaccante per goal nell’area piccola (8), dietro Belotti (11). Ottavo per passaggi chiave a partita (1.9, quanto Suso, più di Dybala). E il migliore, in definitiva, per assist vincenti (11) su un totale di 26. Il migliore in tutta la Serie A.

Come un dardo. E tunnel a Donnarumma.

Callejón è arrivato a quella che è stata la sua migliore stagione della carriera finora, e forse di sempre. Calcolata secondo logiche non realizzative, ma totalitarie. È arrivato a 30 anni, e non può fermarsi, non può sperare di fare suicidi per la fascia ancora per molto. Il nuotatore è un mestiere difficile.

Callejón, forse, per il suo essere così normale, finirà nel dimenticatoio. Un calciatore che tra quarant’anni non ricorderà nessuno. O quasi. E quando sbiadirà quell’istantanea nostalgica di un paio di maniche lunghe, di capelli ingellati, e uno scatto potenzialmente inutile, sul filo del fuorigioco, per attaccare quell’amato lato debole, non resterà che accontentarsi del ricordo di quelli forti. Banalmente forti.

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