Quando si è sul punto di portare a termine una lettura, in particolar modo se questa è stata piacevole, subentra spesso la percezione di aver metaforicamente concluso, all’interno dei capitoli del libro, un vero e proprio capitolo della vita.
Le ultime pagine hanno un sapore inevitabilmente diverso rispetto a quelle iniziali: scorrono in maniera più fluida, non ce le perderemmo per nulla al mondo e, nella maggior parte dei casi, rappresentano l’attestato ufficiale di arricchimento, risultato raggiunto tramite un processo che – teniamo a precisarlo – viene compiuto e non subìto. A meno che la lettura non sia stata affrontata passivamente, ma sicuramente non si tratta del nostro caso.
Alzi la mano chi, nell’ultimo mese, non ha sentito parlare neppure una volta di Duellanti.
Sembrerebbero poche, zero all’incirca, ma proprio quelle zero mani alzate forniscono un assist meraviglioso per introdurre il (complesso) concetto di tematica all’interno del racconto. Non è effettivamente un romanzo, né tantomeno un banalissimo diario tenuto in occasione della 18 giorni sportiva più incisiva, a livello mediatico, dell’ultimo decennio. A dire la verità, Duellanti non è neanche un’accurata analisi del rapporto tra i due allenatori più contrastanti che il calcio moderno ricordi. No, non soltanto.
Semplicemente, Duellanti è tutto questo. È un romanzo calcistico che pone le sue basi sullo studio incredibilmente minuzioso del rapporto di cui sopra, ma che contemporaneamente non manca di analizzare a fondo le figure più influenti nella vita privata di entrambi i protagonisti e, ancora, arricchisce il tutto con l’immancabile pizzico di riferimenti autobiografici che, fra l’altro, è perfettamente dosato.
Mourinho e Guardiola, sì, ma anche Valdano, Estiarte, Jorge Mendes, Sandro Rosell, Florentino Perez. Una miriade di mini-descrizioni all’interno di una soltanto, e ciascuna logicamente connessa all’altra. Un intreccio dalla precisione maniacale, in cui tutto è al suo posto e niente è per caso. Il primo capitolo – che, pur privo della trascurabile invocazione alla musa, svolge a tutti gli effetti il ruolo di proemio – ammonisce il lettore istantaneamente. Ci si aspetterebbe un inizio con il botto, un bel duello introduttivo, invece no: il primo personaggio menzionato – Luis Fernandez – non è altro che una comparsa, o poco più.
“Luis Fernandez non è mai stato il tipo col quale prendersela”, scrive Condò per presentare l’artefice involontario di quello che sarà, nel corso del libro, il Duello tra Mou e Pep. Non sveleremo nient’altro, più per la consapevolezza che difficilmente chi legge potrebbe non essere a conoscenza del seguito piuttosto che per incentivare alla lettura.
Un altro aspetto particolarmente caratteristico, in Duellanti, consiste in un vero e proprio paradosso: i personaggi secondari recitano una parte fondamentale, e Luis Fernandez non è altro che il primo di tanti. Mourinho ha screzi con Valdano (cui viene dedicato praticamente un capitolo), Pep si rifugia nell’amico Estiarte – il classico aiutante, proprio come nelle favole – per trovare conforto, ed entrambi hanno costruito, col tempo, un rapporto tutto loro con i rispettivi presidenti. Per non parlare di quello con i giocatori, ben noto anche in superficie: José non guarda in faccia nessuno e, ad esempio, affronta le quattro gare contro il Barça lasciando in panchina gente del calibro di Benzema, Higuaìn e Kakà (a quest’ultimo viene dedicato un aneddoto che la dice lunga sull’influenza dell’aspetto psicologico del portoghese), mentre a Guardiola vengono riconosciuti tratti più umani.
Ciò che colpisce in questo senso è il rapporto del tecnico catalano con Messi, che passa da due punti chiave: l’SMS polemico inviato da Leo a Pep direttamente dalle ultime file del Pullman della squadra (“Noto con dispiacere che non sono più il tuo giocatore preferito”) e il permessi straordinario pro-Argentina concesso da Guardiola ad una Pulga ancora giovanissima. I due sono legati in maniera quasi viscerale, e Condò lo lascia intendere nel migliore dei modi.
Al termine della lettura (ma si intuisce molto prima) si ha l’esatta percezione del Mourinho che tutti conoscono: aggressivo, costantemente turbato e sempre, o quasi, sopra le righe. Guardiola, al contrario, appare pacato e riservato, non disdegna lo studio solitario e raramente risponde per le rime al proprio rivale. Già, niente di nuovo. In tutto ciò, Duellanti riesce alla perfezione nello scopo di dimostrare passo dopo passo ciascun atteggiamento, spiegandolo con i fatti tramite una visione oggettiva e soprattutto concreta. L’autore è sul posto, vive le situazioni e le racconta.
La descrizione delle conferenze stampa è per ovvie ragioni fondata sulla ricerca del dettaglio, e il merito di Condò sta proprio in questo: lascia trasparire emozioni, reazioni e stato d’animo attraverso non una, ma ben due barriere. Una prima, che si trova tra lui stesso e il protagonista che gli è davanti in un determinato momento, e una seconda, che divide invece il lettore da ciò che l’autore riesce a trasmettere. Duellanti le sfonda entrambe, e ci teletrasporta in sala stampa, faccia a faccia con Mourinho e Guardiola, di fronte alla tensione, alle fronti sudate e alla impareggiabile padronanza retorica che, a prescindere dalla totale opposizione delle due personalità, li accomuna.
Mourinho è il manipolatore più capace mai visto nel mondo del calcio.
Per tutta la durata della narrazione Condò si appoggia a due apprezzabili leitmotiv, delineanti l’altezza di uno stile che difficilmente sarebbe potuto essere più azzeccato. Limitatamente al mondo del calcio, il rapporto, o meglio, la rivalità tra Mourinho e Guardiola è un qualcosa di trascendentale: va oltre il singolo scontro sul terreno di gioco, non si ferma al risultato in sé, ed è per questo motivo che soltanto il pensiero di poter dare vita ad un qualcosa di talmente elaborato lascia a bocca aperta.
Il primo topos consiste nella ricerca di opinioni esterne da parte di colleghi dello stesso Condò: i giornalisti conoscono Pep e Mou meglio dell’autore, che lo ammette tra le righe. L’apice di questa simil-sottomissione sul posto di lavoro viene raggiunto quando, in occasione della gara d’andata di Champions League (la terza delle quattro gare nei 18 giorni, tempo della narrazione), Condò viene fatto sistemare assieme ai colleghi italiani in una delle posizioni peggiori della tribuna stampa.
Il criterio di scelta è inattaccabile. L’Italia non è coinvolta in alcun modo.
Si accomoda dunque al quinto piano, in una di quelle poltroncine che vengono solitamente vendute ai tifosi nelle gare di Liga. Non ha di fronte il minischermo per i replay, né il comfort dei colleghi stranieri. D’altronde c’è poco da fare: nessun calciatore italiano prenderà parte alla gara, ed è naturale che siano i giornalisti delle nazioni rappresentate in campo a godere dei posti migliori.
L’autore fa spesso riferimento agli interventi dei periodistas spagnoli in sala stampa, ma mai senza una reale motivazione: ad ogni domanda/osservazione avanzata dalla stampa consegue una particolare reazione del protagonista, che viene puntualmente – ed eccoci al punto di partenza – catturata alla perfezione e riportata nei minimi dettagli.
Il secondo dei due topos, invece, è il mezzo tramite cui Condò accompagna i temi fondanti della narrazione, e consiste in riferimenti extra calcistici di un certo spessore. Tra tutti il più lampante è quello che dà origine al titolo del libro, e che vede protagonisti i tenenti Armand D’Hubert e Gabriel Féraud agli albori del governo napoleonico. Come racconta Joseph Conrad ne I Duellanti, i due, di pari grado ma dalle origini socialmente opposte, si sfidano in una serie di duelli lunga circa sedici anni, manifestando un’accesissima rivalità (pur maggiormente tendente dalla parte del secondo) anche quando, dopo essersi persi di vista per diverso tempo, tornano ad incrociare le loro spade quasi per caso. La conclusione della vicenda vede D’Hubert uscire da vincitore, e non è un caso che in Duellanti la figura del tenente alto-borghese (Guardiola) trionfi su quella dello spregiudicato e mai pago Féraud (Mourinho).
Nella parte finale del libro, in occasione del terzo Clasico, Condò si serve di queste esatte parole per descrivere l’atmosfera.
Una partita di questo livello è come un quadro di Rembrandt, il celebre Ronda di Notte, dove molti personaggi perfettamente definiti affollano la scena con le loro storie individuali, e tutti assieme compongono il grande affresco.
Duellanti è probabilmente uno dei primi esempi di romanzo totale, e soltanto per via di qualche particolare di troppo nella fase di descrizione delle gare non può essere rivolto anche ad un pubblico che vive il mondo del calcio in maniera disinteressata. Il merito maggiore dell’autore consiste probabilmente nell’aver avvicinato una volta di più lo sport al contesto della letteratura senza tradire al contempo il lettore medio, prevalentemente interessato al contenuto superficiale. Un duplice risultato da lasciare letteralmente a bocca aperta.
Chi scrive è troppo giovane anche soltanto per ipotizzare che cosa dovesse significare vivere al tempo dei Brera; allo stesso tempo, però, è perfettamente a conoscenza di che cosa significhi vivere al tempo dei Condò. E non è poco.
