Gli scozzesi hanno fame di calcio

Celtic e Rangers non sono divisi solo dalla rivalità, ma dal mito.

Ma finalmente Zeus, pensa e ripensa: «Se non erro, dice, ce l’ho l’espediente perché gli uomini, pur continuando a esistere ma divenuti più deboli, smettano questa tracotanza. Ora li taglierò in due e così saranno più deboli, e nello stesso tempo più utili a noi per via che saranno aumentati di numero. […]» Ciò detto prese a spaccare gli uomini in due, come quelli che tagliano le sorbe per conservarle o quelli che dividono le uova con un crine.

Non puoi sfuggire al destino: ci provi, ti dimeni. Volgi lo sguardo altrove: ma dov’è “altrove”, se non dove sei destinato a guardare? In un puro atto di coscienza, spingi le mani sulla superficie mistica di uno specchio, prova inconfutabile dinanzi al processo del passato, del presente e del futuro: o sei biancoverde, o sei royal blue. A Glasgow non può esserci via di mezzo. Lo sei perché lo è stato tuo padre, tuo fratello, tuo nonno, tuo zio. Famiglie intere: divise, come Zeus divise gli uomini, in momento di lucidità. “Come quelli che dividono le uova con un crine”, con un filo: tra il Paradise e Ibrox ce n’è uno, ed è il Clyde. In mezzo ad esso nuotano i sogni degli Hoops e dei Gers. Tramonti di un calcio che li ha visti trionfare, o quasi, in Europa: speranza d’alba, dopo la notte più lunga che la storia di questo sport abbia mai raccontato, in Scozia.

Lotta agli usurpatori

Ciò che il Clyde non racconta, però, sono gli ultimi anni vissuti negli otto chilometri che separano i due templi. Al Celtic Park gli dèi hanno perso il loro potere, usurpati dai reietti della Premier. Brendan Rodgers, l’ultimo tra questi, scappato via a fine febbraio, valigie in mano e con una fretta matta di ripetere il “dilly ding dilly dong” di Ranieriana memoria in quel di Leicester. «Se avessi fatto parlare il cuore, sarei rimasto a vita al Celtic»: sì, e se mia nonna aveva… conosciamo tutti la fine. Suvvia, Brendan: degli usurpatori il Celtic può fare benissimo a meno. Dalle parti del Paradise, comunque, un titolo vale sempre un titolo. Questo è ciò che importa. Buon promemoria per la Serie A.

Dopo l’addio di Rodgers la dirigenza degli Hoops ha richiamato Neil Lennon, l’uomo del miracolo contro il Barça nel 2012: e benché si possa dire proprio tutto di e su Brendan, il suo addio non è stato un bel colpo per l’immagine del club. Non ce ne voglia Allegri: qui non contano i trofei vinti, ma il percorso di crescita sportiva portato avanti da un uomo che sì, vero, è riuscito a buttar via – più o meno – una Premier League con il Liverpool, ma che del calcio parla comunque il verbo migliore.

Rodgers al Liverpool, prima di approdare ai Celtic | Numerosette Magazine

Quasi a voler ribadire il suo infinito potere nel tessere trame e muovere i fili, il gioco più bello del mondo ci ha rimesso lo zampino. Perché dall’altra parte del Clyde, dal 2012 ad oggi sarà anche successo di tutto – fallimento compreso -, ma che il primo vero momento d’instabilità nel progetto degli eterni rivali coincida con la prima stagione in Scozia di Steven Gerrard – che con Rodgers condivide l’incubo più grande, quello di Stamford Bridge – non può certo essere casuale. A chi affidare se non a lui, uno che ha “sulla coscienza” – in positivo – una delle rimonte migliori che la storia recente della Champions ricordi, il piano della resistenza? Della redenzione?

In Europa va male, malissimo. Per entrambe. L’ultima foto di una finale con una scozzese protagonista viene conservata in un videofonino UMTS, appena un mese prima della presentazione dell’iPhone 3G. Rimpianti a tinte viola, per noi italiani. Ah, le giocate di Adrian Mutu… Un’eternità. Peccato. Tornando al presente, i Rangers sono stati eliminati ai gironi di Europa League, conquistando una sola vittoria contro il Rapid Vienna. Al Celtic è andata “meglio”, laddove per “meglio” si intende eliminati dal Valencia ai sedicesimi di EL, dopo essere stati buttati fuori ai preliminari di Champions dall’AEK Atene, a metà agosto. L’Old Firm, almeno quello, rimette tutto a posto: la terza sfida tra le due metà di Glasgow riassume il concetto stesso di calcio scozzese. In una parola: guerra. Calcistica, sportiva, etica. All’andata 1-0 Celtic, al ritorno 1-0 Rangers: poi di nuovo al Paradise. Edouard porta in vantaggio gli Hoops dopo una cavalcata di settanta metri. Morelos rifila una gomitata a Scott Brown e Gerrard va su tutte le furie. Rangers in dieci, ma Kent pareggia. Il Celtic Park si innervosisce. Forrest raccoglie una palla d’oro servita da Edouard e riporta avanti i padroni di casa. Kent perde la testa e assesta un pugno al volto di Brown, reo di averlo provocato. Signore e signori, l’Old Firm, e non solo, in novanta minuti.

Spunti di (ri)nascita

Parlando di brand, però, i Rangers non ci sono. O comunque non sono tra le migliori cinquanta in quanto a valore e forza del marchio. Comprensibile. Non deve essere facile essere l’unica squadra in Scozia a poter vantare più di cinquanta titoli vinti e vedere i cugini strisciati nella Top 50 stilata annualmente da Brand Finance, ma tant’è. Gerrard avrà pure restituito lustro: il resto lo diranno gli anni.

Il Celtic è 42esimo come brand | Numerosette Magazine

Ciò che salta all’occhio, nella graduatoria ordinata per brand, è la potenzialità infinita che un marchio come quello del Celtic offre, per la Scozia e il suo calcio. Nella relazione datata maggio 2018, un anno fa, gli Hoops – new entry in classifica dopo svariati anni – vantavano un onestissimo quarantaduesimo posto, con un valore del brand 137 milioni di dollari – 112 milioni di euro -, uno in più della nostra Dea. Dati da aggiornare, anche in virtù dei risultati sportivi. La brandizzazione avvenuta nel 2013 dalla creazione di un’associazione unica, che parte dalla Scottish Premiership e arriva alla Scottish League Two, passando per la Championship e la League One – tutto sotto il nome di Scottish Professional Footbal League -,  ha favorito non solo la vendita di un pacchetto completo che, chissà, può darsi, in futuro potrà tornare appetibile e soprattutto “bello e pronto”, ma anche la crescita, in termini di forza, del brand del Celtic, al venticinquesimo posto, appena preceduti dall’Ajax. E qui viene il bello.

Il Celtic 25esimo per forza del brand | Numerosette Magazine

Nosotros: nos-otros, “noi” e “gli altri”

Per Ortega y Gasset, spagnolo di nascita e di sangue filosofico, non è possibile definire un uomo senza l’altro: la questione dell’alterità è un fatto puramente umano, e non ha tutti i torti. Il mondo comincia, per noi, per voi, come mondo composto da uomini: siamo altruisti fino al midollo e anche più. A nativitate, aperti all’altro: e ciò vuol dire che c’è un altro, dall’altra parte, che mi risponde e mi corrisponde. Ce ne prendiamo cura. Di questo “primo fatto sociale”, però, che della compravendita e dello scambio reciproco fa il suo pane quotidiano, in Scozia, nel calcio, ne hanno perso memoria. Della questione dell’alterità hanno assunto il senso più ultimo, quello della nostridad: siamo Nosotros. Nos-otros: “noi”, io e tu, insieme, e “gli altri” fuori. Lo siamo, io e tu, perché siamo intimi e prossimi: ma gli altri? Lontani. Geograficamente: sportivamente. Cosa c’è che non va, da quelle parti? Niente: solo non si vince più. Solo, non si convince più: almeno in Europa. Ma se per i risultatisti questo basta e avanza per ridurre il calcio scozzese al solo Old Firm, e anche se può non piacere ai romantici, la realtà fa a pugni con i progetti che, in altre zone d’Europa, a seconda dei casi continuano o attecchiscono sul terreno fertile del futuro. E no, non parliamo solo dell’Ajax, se ve lo state chiedendo.

È chiaro che, però, il paragone con i lancieri viene spontaneo: in fin dei conti, al di là del numero di squadre, l’Eredivisie può o no essere considerata più competitiva della Scottish Premiership? Sì? E di quanto? Nel pieno dibattito sulle possibilità infinite di far crescere i propri giovani in Olanda, con la tranquillità e la spinta offerta da un campionato tranquillo, che puoi vincere come puoi, invece, buttar via, ha o non ha per niente senso discutere delle potenzialità del pallone scozzese? Il senso c’è: la praticabilità di una strada già in un certo verso battuta pure. Ma quale verso?

Con buona pace di Johan, in Scozia il calcio ha fatto più volte tappa, bagnando di leggenda le acque del Clyde. La pioggia, però, l’ha spazzata via. Il Celtic è primo, ai Playoff ed è vicinissimo alla vittoria del cinquantesimo campionato. La stagione dei Rangers è andata meglio rispetto a quella dello scorso anno: un po’ per la voglia di tornare ad impensierire “gli altri”, un po’ perché l’Aberdeen non è riuscita a ripetersi, complice la crescita esponenziale del Kilmarnock. In linea di massima, la Scottish Premiership ha confermato quanto visto nel recentissimo passato: le squadre qualificate alla post-season sono le stesse di un anno fa.

Il Celtic sempre più candidato al titolo | Numerosette Magazine

Resta un barlume di speranza, affidata a chi da quella terra non vuole solo succhiare la linfa giusta per il rilancio in Premier League o sfruttarne la vetrina. C’è chi riesce a fare epoché, rialzando la china: un gol è sempre un gol. Anche in Scozia. Anche al Rugby Park, ad Ibrox o al Paradise, dove a dispetto delle delusioni e dei paragoni europei più o meno immaginati con Tadic e compagni, i tifosi degli Hoops riescono a piangere al gol di Simunovic conro i Killies, che avvicina il Celtic al titolo. L’ennesimo. Sì, è proprio vero. Gli scozzesi hanno ancora, e nonostante tutto, fame di calcio.

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