Canto di Natale di Zamparini

Erano decenni che a Palermo non nevicava così. La città, immacolata sulle strade e sui tetti, sulle macchine e sui balconi, era in fibrillazione per l’arrivo solenne della vigilia di Natale. I ragazzini per strada si lanciavano palle di neve e s’impegnavano a costruire pupazzi bianchi, col naso a carota, come – di solito – vedevano fare solo nei film americani. Il sindaco e i cittadini, rinvigoriti dallo spirito natalizio piovuto dal cielo, avevano deciso in comune accordo di nominare un nuovo assessore incaricato di rendere la città più in linea con le feste: l’assessore al Natale. Sui lampioni e sui muri del centro si erano istallati degli altoparlanti che, ciclicamente, addobbavano l’aria di White Christmas, Let it Snow, e altre canzoni natalizie cantate da Michael Bublé; a piazza Politeama era stato montato un albero di Natale alto 12 metri, pieno di addobbi e luci che – si diceva – cambiavano colore a seconda di chi gli passasse accanto, se una coppia amante del rosa e del nero si avvicendava, le luci si dipingevano dei medesimi colori; ai Quattro Canti era stato istallato un gigantesco Babbo Natale aerostatico con tanto di slitta, renne, Rudolf, e frotte di elfi realmente impersonati da impiegati comunali assenteisti.

Così i palermitani festeggiavano il loro Natale, passeggiando con gioia e cordialità per le strade, scambiandosi auguri e regali, anche tra sconosciuti. La felicità era così contagiosa che il tasso di criminalità era sceso del 99% e, per l’occasione, le carceri furono aperte ai criminali e ai mafiosi, cosicché anche loro potessero passare un buon Natale in famiglia o in cosca.

Solo uno, tra i tanti abitanti della città, non era contento di tutto questo spirito grondante. Camminava per le strade, all’imbrunire, nascondendosi a ogni angolo per non incappare in qualche fastidioso gruppo di bambini armato di palle di neve; grugnendo, abbracciandosi per il freddo. Una famiglia gli passò accanto e lo salutò con un grazioso augurio che suonava come: «Buon Natale, presidente!» Lui, però, lo declinò con fare sdegnato. «Io il Natale lo odio!» Gli disse. «Il Natale è una festa penosa!» E fuggì via, lasciando le impronte sulla neve.

Arrivato nelle vicinanze di casa, l’uomo sentendosi seguito, si voltò indietro e scrutò per bene la via. «Vuoi vedere che l‘un percento di criminalità me lo becco giusto giusto io?» Disse, con la sua voce roca e disarmonica, che suonava come una sega su un osso. «Meglio entrare.» Varcò il cancello della villa, lo chiuse, stette un po’ a osservare che qualcuno venisse, e poi si rifugiò in casa.

Era solo. Era veramente tanto solo. Non c’erano più neanche i maggiordomi in casa, una volta li aveva, i maggiordomi, ma non faceva neanche in tempo a farli entrare che ci litigava e loro si dimettevano. Negli ultimi mesi lo aveva abbandonato anche la sua famiglia: la moglie, i figli, i nipoti, i pro-nipoti, i cugini, il gatto, il cane, il criceto, tutti. Tutti lo avevano abbandonato. Lui diceva «Eh no! Sono io che li ho esonerati.» Ma non era vero, e a conti fatti lo sapeva pure lui.

Era solo, e prima di andare a dormire, si cucinò un piatto di polenta precotta e bevve, davanti al camino, un bicchiere di cjariei. Quando il fuoco del camino morì, si spostò in camera da letto. Sul corridoio, prima di arrivare, si voltò ancora, e contraendo in volto si chiese fra sé e sé se quella sensazione d’essere seguito fosse fantasia oppure realtà. «Boh» .Chiuse la porta a chiave, infilò la chiave nei pantaloni, e s’infilò sotto le coperte, lamentandosi del freddo cane che faceva. Era ironico il fatto, perché lui, che non era palermitano, aveva scelto Palermo solo e unicamente per il clima. Poteva scegliere un sacco di città in tutta Italia, ma aveva scelto proprio quella perché quel determinato giorno, lì il meteo segnava la temperatura più alta. E adesso, dopo tanti anni di sacrifici e lotte, la città ingrata lo costringeva a riscaldare le coperte col suo stesso calore.

Si addormentò, ronfando beato sotto la cappa termica ormai consolidata, sognando.

Si svegliò in quelli che gli sembrarono cinque minuti, rapito al dio Ipno da un rumore fuori dalla porta.  Spalancò gli occhi e terrorizzato capì che qualcuno lo aveva veramente seguito, e ora, con fare minaccioso, stava avanzando sul suo corridoio, pestando il suo tavolato, per tirare giù la sua porta e ucciderlo. Si strinse nelle coperte, come un bimbo impaurito dalle ombre della stanza, e aspettò la sua fine. Sentì compiere gli ultimi passi, deglutì, chiuse gli occhi, e infine, improvvisamente… non sentì altro che un tiepido bussare. Si alzò, confuso, e chiese: «Chi va là?», «Io.», «Chi sei?», «Chiedetemi chi sono stato.», «Chi sei stato?», «In vita, sono stato il vostro più fedele collaboratore.» Aveva la voce come se stesse per piangere, l’uomo capì subito chi fosse. La porta si aprì, e la stanza buia s’illuminò della luce proiettata dallo sconosciuto: era un fantasma fluorescente color blu. «Posso?», «Sìsì.», Il fantasma, vestito di un giubbottone Adidas bianco e nero con lo stemma dello Swansea provato a scucire ma senza effettivi risultati, si sedette su una sedia e guardò l’uomo. «Buonasera, presidente.», «Sei un fantasma?», «Sì.», «E ti ho dovuto aprire la porta? Potevi attraversare!», «Era per cortesia.», «Mi sono preso di freddo per colpa tua.», «Scusatemi.», «Comunque che vuoi? Che ci fai qui? Quando sei morto?», «Non sono morto, presidente. Io sono lo spirito del Natale passato, e, se voi mi permettete, vi dovrei portare indietro nel tempo per insegnarvi una morale.», «Morale? Che morale? Ma di che stai parlando?», «Capito. Faccio io.» Il fantasma allungò la mano verso quella del presidente, e, come per magia, sotto di loro si aprì una voragine nera in cui piombarono come paracadutisti. Il presidente gridò furioso, accanto a lui il fantasma, invece, aspettava con calma olimpionica che si atterrasse a destinazione, mentre il tempo si riavvolgeva su sé stesso in un caleidoscopio astratto di scene già vissute.

Quando atterrarono, dolcemente come piume quando poco prima parevano incudini, si ritrovarono in un salone gigantesco e sfarzoso, che il presidente, dopo essersi stropicciato gli occhi, riconobbe subito: era il salone di casa sua. Sui muri gli addobbi natalizi e le bandiere rosa-nero, tutte le luci accese, calde, i tavoli imbanditi delle meglio pietanze siciliane, un nugolo di gente intorno, tutti eleganti, con un bicchiere e un piatto in mano, parlando, ridendo, mangiando, un po’ in imbarazzo come sempre a questi tipi di feste. Il presidente riconobbe le facce di Tedesco, Corini, Barzagli, Amauri, Simplicio, Di Michele, poi il volto grigio di Guidolin, e allora si voltò verso il fantasma e balbettò: «M-ma t-tu… tu… tu sei…», «Sì, lo so. Questo è solo un ricordo, presidente. Guardi, ci siete pure voi.»

Il presidente affondò lo sguardo nella folla e intravide la sua figura a spasso con un piatto zeppo di arancinette, panelle e crocché. Nessuno li stava notando, era come se non fossero realmente lì, come se indossassero il mantello dell’invisibilità di Harry Potter.

«Ve lo ricordate questo momento?», «Sì. È il Natale del 2006.», «La squadra, alla sosta, era terza in classifica. Parlavamo di Champions già in tasca, presidente.», «Lo so, lo so. Io ricordo tutto. Appena si infortunò Amauri finimmo quinti. Avevamo 15 punti di vantaggio e finimmo quinti!», «E di chi fu la colpa, presidente? Solo dell’infortunio di Amauri?», «No, anche tua.», «Immaginavo. Vi ricordate cosa avete detto su di me, dopo avermi esonerato? Io sì, lo ricordo, avete detto testualmente: Io ci ho creduto fin quando avevo un timone e un timoniere. Il nostro timoniere invece è andato in tilt.», «E sbagliavo?», «Esattamente. Voi avete il vizio di parlare male degli allenatori pubblicamente, di destabilizzare noi e i giocatori, di innervosire l’ambiente tutto. Non si comporta così un leader.», «Serviva una scossa a quella squadra, non dire ca-», «Ah! È Natale, presidente. Non dite brutte parole.», «Va be’, hai capito.», «Sì, ho capito. Serviva quella scossa che portò a richiamarmi in panchina dopo due sconfitte consecutive.», «Io… io…», «Voi, credetemi, siete il miglior presidente al mondo dal martedì alla domenica.» Il fantasma agguantò la sua mano e di nuovo, sotto i loro piedi, nacque un buco nero che li inghiottì. Questa volta il presidente piombò nel suo letto e nella sua realtà, il fantasma bluastro di Guidolin era sparito.

Ansimò e si rintanò nel letto tornato gelido. Tremante, cercò di calmarsi, ma come poteva? Dopo quello che aveva appena visto si credeva pazzo, pazzo e sbagliato. Il fantasma gli aveva rinfacciato una scomoda verità, e se davvero fosse un cattivo presidente? Non ebbe neanche il tempo d’interrogarsi che giunse un altro rumore nella stanza, un clangore che ‘sta volta proveniva dal camino spento di fronte al letto. Qualcuno stava cadendo, e a ‘sto punto il presidente sperò fosse un ladro.

Tum! Con un tonfo qualcosa cadde e alzò una grossa nuvola di cenere nell’aria. Dalla cenere che pian piano si dissipava posandosi su ciò che di solido incontrava, spuntò un altro essere, era rosa fluorescente e nero di fuliggine, pelato, con gli occhi che ricordavano, nel taglio, quelli dei felini. «No! Un altro fantasma non lo reggo!» Disse il presidente da sotto le coperte. «Non sono un fantasma. Sono un genio.» Rassicurò l’altro. Il presidente, riconoscendo anche questa voce, sbucò, piano piano, come si stillano le carte del poker, dal bordo della trapunta. «Non fai ridere. Che vuoi anche tu? Lasciatemi in pace!», «Non si può, presidente. Non questa notte.», «Dove mi vuoi portare? In quale ricordo ormai andato vuoi farmi cascare?», «Oh, no. Nessun ricordo. Io le farò vivere l’attualità, presidente.»

Il genio s’infilò sotto il letto e lo spinse in aria fuori dalla finestra, il presidente, pur volendolo, non riuscì a tenere la presa e fu sbalzato via, in caduta libera verso il giardino con la certezza che, questa volta, non sarebbe atterrato come una piuma in leggiadria. A un passo dalla morte si fermò a mezz’aria, alzò lo sguardo e vide che il genio lo aveva preso e lo trasportava ora chissà dove. Dopo un po’, all’orizzonte, si videro le luci dei fari dello stadio. Era il Renzo Barbera, e il genio lo lasciò cadere proprio su una seggiola consumata sbiadita della curva. Vorrei dire che era pieno di tifosi intorno a lui, perché è la verità, era pieno di tifosi, ma una verità ancor più marcata era che quei spettatori, tutti e 21.232, facevano silenzio. «Perché mi hai portato qui?», «Si ricorda questa partita?», «Beh, in realtà… no, non proprio, ecco.», «Io me la ricordo, sa? È stato il mio esordio sulla panchina della squadra di cui ero stato capitano contro un’altra mia ex-squadra sia da allenatore che da giocatore, insomma, la sentivo molto, ok? Eppure, quella partita, rappresentò il record negativo di otto sconfitte di fila in casa che abbiamo tolto all’Hansa Rostock, presidente. L’Hansa Rostock è tredicesima, in terza divisione, in Germania, presidente.», «Non chiamarmi ogni volta “presidente”, mi crea ansia.», «Beh, per una volta che posso farne io a lei…», «Senti: di’ cosa vuoi dire, e dillo in fretta.», «Io non devo dire nulla, presidente. Veda la partita, qui, insieme a me. Cioè, insieme ai due me.»

I giocatori entrarono in campo, e il presidente e il genio, immersi nei tifosi silenti, stettero a guardare il Palermo sgretolarsi sotto i colpi precisi e per nulla ostacolati dei clivensi. Furono novanta minuti di agonia cerebrale. «Portami a casa, per favore.» Disse il presidente infine, in tono catatonico. «Sicuro? Se vuole posso portarla negli spogliatoi, Diamanti è un personaggio lo deve vede-», «No! No, grazie. Portami a casa mia.», «Va bene.»

Una volta a casa, il presidente, stanco, si limitò a stendersi sul letto, sopra le coperte, e salutare il genio. «La lascio dormire.», «Sì, vai.», «Accendo il camino?», «Non ti disturbare.» Il camino lo accese lo stesso, e svanì in una nuvola rosa. Ora faceva un po’ più caldo, ma non per lui, non per il suo cervello scombussolato e il suo cuore mortificato. Se prima il fantasma di Guidolin gli aveva messo i primi dubbi del suo mal operato, ora quello di Corini gli aveva dato le conferme. Cosa fare? Avrebbe dovuto chiedere scusa? Avrebbe dovuto prendersi le sue responsabilità? Un nuovo rumore si alzò. «Non di nuovo, basta, ti prego.» Era una marcia, come quella dei militari, precisa, a cadenza regolare. I passi rimbombavano nel corridoio e cessarono davanti alla porta, ‘sta volta non sentì bussare, ma il fracasso della porta buttata giù. Spuntò una torma di fantasmi gialli che avanzava meccanicamente, come soldatini caricati a molla, con i pugni alzati, intonando un coro d’incitazione: «Fozza Palemo! Fozza Palemo! Fozza Palemo!» E lui: «No! No! No!», «Fozza Palemo!», «No!», «Fozza Palemo!», «No!», «Fozza Palemo!», «No! Non lo avrete ma-»

Si svegliò, Zamparini. Tutto sudato e ansimante, con le coperte appiccicate al corpo come una seconda pelle, se ne liberò e prese aria, sedendosi sul letto. Era stato solo un sogno, un bruttissimo incubo. Controllò il telefonino, era Natale. Un brivido lo attraverso a ripensare al sogno, un brivido, e poi i pensieri che lo sommersero come uno tzunami. Cosa fare? Come reagire?

Cercò nella rubrica un numero. Lettera A, lettera B, lettera C. Avviò la chiamata. «Pronto? Pronto?… Presidente, pronto?… Pronto?», «Sei esonerato.»

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