Campanella, il Racing, l’Argentina

El secreto de sus ojos di Juan José Campanella è uno spaccato perfetto dell’Argentina. Una storia calda, passionale e contorta, in cui anche il calcio trova il suo spazio di rilievo.
Con quest’ultimo il regista si è superato, rendendo alla perfezione quello che rappresenta per gli argentini: un fattore fondamentale della loro esistenza, anche se in apparenza secondario rispetto ad altro.
Sullo sfondo, l’Argentina della metà degli anni ’70, tra omicidi, colpi di stato e lotte intestine per il potere.
Una commistione perfetta tra la storia dei personaggi e la Storia della Nazione, con la passione per il calcio usata come chiave di volta delle vicende narrate. Più Argentina di così era difficile.

Non può cambiare la passione, Benjamín!

Pablo Sandoval è una figura importantissima per El secreto de sus ojos. Rappresenta quella parte degli argentini dedita a vivere di passioni e un po’ malinconica, con una bottiglia come migliore amica di sera e un hangover come fedele compagno al mattino. Uno stereotipo da film forse, ma che ha trovato diversi rappresentati celebri anche nel mondo normale, come El Loco Corbatta, storico giocatore del Racing Avellaneda, squadra che fu, tra gli altri, anche del Principe Milito.
Ed è proprio grazie al Racing che Sandoval riesce a capire come trovare il criminale che lui e Benjamín Esposito stavano cercando, brancolando nel buio.
Perché quell’uomo che così bene aveva nascosto le sue tracce dopo l’omicidio della giovane Liliana Colotto, una sola cosa non poteva cambiare, la sua passione per La Academia. Un amore talmente forte che aveva deciso, nelle lettere criptate nascoste dalla madre, di utilizzare continui riferimenti ai giocatori della squadra biancazzurra di Avellaneda per parlare della sua vita.

Ironicamente, riescono a capire gli scritti solo attraverso una sorta di interprete, un avventore del bar in cui Pablo andava a bere, patito del Racing a tal punto da essere soprannominato Platone perché viveva per La Academia. Si tratta di due lingue diverse, impossibili da capire per uno che non possiede la nazionalità calcistica. Come Benjamín che fino alle traduzioni di Platone brancolava nel buio.
Come anche, in parte, Sandoval stesso che però capisce subito l’importanza di quella passione, tirando fuori il pensiero più argentino che possa esistere. Perché nella vita si può arrivare a rinnegare tutto, dalla famiglia agli amici, dalla religione al dio, ma la propria passione no, quella è impossibile da rimuovere a comando. Anche dopo cocenti delusioni perché, come dice il Platone della nostra storia: una passione è una passione, indipendentemente da tutto.

Ora, la scena è ambientata nel ’75, chissà cosa avrebbe detto, se avesse saputo che il Racing sarebbe tornato sul trono d’Argentina soltanto 26 anni d0po.

Guardia Imperial

Alla fine, Isidoro Gómez, il criminale, lo trovano nel più banale e scontato dei posti, in curva a El Cilindro, lo stadio del Racing.
Un frammento epico della pellicola, in cui Campanella riesce magistralmente a riprodurre l’atmosfera degli stadi argentini, immortalando quella leggendaria curva che è la Guardia Imperial. Del resto si sa, l’amore per il gioco lo hanno inventato loro e basta parte dei circa 5 minuti ambientati nello stadio a capire il perché. Stadio metaforicamente indicato come il centro di tutto, unico punto illuminato nella notte buia dell’Avellaneda. Scena creata ad hoc, certo, ma comunque piuttosto attendibile. Quello dove sorgono gli stadi del Racing e dell’Independiente è infatti un quartiere povero, con le case basse e di lamiera tipiche delle Villas di cui è ricca Buenos Aires. È quindi plausibile che, a metà degli anni ’70, l’illuminazione fosse quello che fosse, il che, guardando dall’alto, creava un effetto ottico impressionante, perché si ha come l’impressione che tutto il quartiere sia a tifare.

Effettivamente, a guardare le tribune il dubbio viene. La curva è incredibile, probabilmente risulterebbe inclassificabile in ogni indagine sulla sicurezza, persone ammassate ovunque, palesemente oltre la capienza massima e senza nessun tipo di protezione. Sembra quasi di entrare in una giungla, solo con persone e forse anche più pericolosa.
Un casino infernale, tant’è che, da un dialogo tra Esposito e Sandoval, si apprende che, prima di trovare il loro uomo, sono dovuti andare allo stadio quattro volte in un mese.
Si capisce presto anche perché Gómez ritenesse quello un posto sicuro. Pur essendo stato individuato infatti, riesce, inizialmente, a sfuggire alla cattura, sfruttando il delirio generato da un gol del Racing, con i due commissari spiazzati e bloccati involontariamente dai tifosi.

Campanella racconta un pezzo d’Argentina

Il fatto che in Argentina si vada matti per il fútbol, come abbiamo più volte detto, è una considerazione banale.
Campanella, nelle sue opere, riesce a rendere però questo concetto in maniera assolutamente non scontata. Il regista originario di Buenos Aires ha infatti analizzato il fenomeno della passione calcistica da diversi punti di vista, generando comunque un grande fascino nello spettatore.
In questo senso, crea una sorta di contrapposizione tra El secreto de sus ojos e una sua opera successiva, Metegol, in cui, prendendo spunto da un racconto di Fontanarrosa, racconta attraverso degli occhi di bambino, una favola a tema calcistico.
È evidente il contrasto con la realtà cruda e cinica della pellicola con Ricardo Darín, dove al tifo viene data, indirettamente, quella sfumatura criminale che da sempre attanaglia il calcio albiceleste.

Nella vicenda di Isidoro Gómez, Campanella riesce ad unire tutti i lati di una storia ambientata in un’altra epoca, unendoli ironicamente proprio attraverso il calcio. Non sarà un caso se, al momento della scarcerazione del criminale, architettata da un collega rivale di Esposito, venga assunto come guardia di Isabel Perón.
Un membro della Guardia Imperial assunto come guardia per quella che all’epoca era la presidentessa dell’Argentina. Vi suonerà sicuramente strano ma, in caso contrario, vi ricordiamo che lo stadio del Racing, ufficialmente, è Estadio Presidente Perón. Certo, si parla di Juan Domingo, ma comunque l’aspetto satirico si coglie ugualmente.

Come esce dunque il tifo calcistico dal film di Campanella? Bene, si potrebbe dire.
Tutto sommato, l’aspetto dominante è quello della passione, dell’amore. Del resto, Gómez sarebbe stato di sicuro più sicuro lontano da Buenos Aires, ma quegli occhi criminali avevano solo due passioni, Liliana Colotto e il Racing Club de Avellaneda.
La prima lo aveva consumato e condannato alla latitanza, la seconda era, in sostanza, l’unica cosa che gli era rimasta nella vita e allontanarsene sarebbe stato impossibile e inconcepibile.
E quest’ultimo amore risalta in maniera positiva rispetto a quello criminale per Liliana, attribuendo quindi al tifo la palma di mio grave tra le passioni forti e carnali.
E anche qui Campanella fa un largo uso di ironia, unendo le due passioni solo nell’atto della fatale cattura, in una sorta di cerchio che punisce metaforicamente un uomo per le sue passioni più spinte, quelle segrete degli occhi di Isidoro.

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