Call it Magic

Orlando non è una città qualunque. E’ una striscia di terra levigata dolcemente dal sole, riscaldata dal calore di quei turisti che si recano in Florida, durante la parte migliore della stagione, per osservare i colori del tramonto e le bellezze nascoste dalla natura. Non a caso è soprannominata ‘the city beautiful‘, il che lascia intendere come sia oggettiva la bellezza di questo formoso e stravagante ammasso di case.

Si, perché in America le case non sono solo palazzi e grattacieli, bensì villette a schiera e, soprattutto nella parte est del paese, vengono costruite in legno, in particolar modo quelle di campagna, per far sì che, in caso di violente trombe d’aria, come già è successo nel 2004, si possano ricostruire in maniera semplice e risolutiva.

Forse è per questo che la città ha bisogno di distrarsi in qualche modo, necessita di conoscere il divertimento e non solo la tristezza di una natura beffarda e maligna; e così dal 1971 tutti i bambini del mondo vogliono raggiungere Orlando per poter visitare il Walt Disney World Resort. La magia a portata di mano per i cittadini della ‘city beautiful‘, per quegli americani che trovano un pizzico di fatato nella terra che, tra le altre bellezze che ha da offrire, conta un numero impressionante di laghi, più di cento specchi d’acqua cristallini e puri.

Ma chi crede che la magia si trovi solo tra le attrazioni di Topolino e Paperino, o meglio tra le risate di Mickey Mouse e Donald Duck, allora non ha mai osservato con attenzione un palazzo in particolare della città: l’Amway Center. In effetti quel muro di mattoni e calce è una casa per chi vuole vivere, per 82 partite all’anno, il calore della squadra di NBA che fa vivere di sport i cittadini di Orlando.

I Magic sono una delle franchigie USA più giovani, con la loro fondazione nel 1989, e forse per questo non sono ancora mai stati sulla vetta d’America. Fu l’espansione del draft a regalare alla Florida l’opportunità di entrare a far parte della Conference, insieme a Heat, Hornets e Timberwolves, oggi tutte stabilmente tra le squadre della Eastern. Fu quello l’inizio dell’avventura di una squadra che ha regalato al basket americano numerosi talenti, tutti esplosi con la maglia biancoblu, maturati con l’anello al dito in altri palazzetti del paese a stelle e strisce.

Il 1992 fu l’anno che incoronò Orlando come squadra rivelazione. Nel draft estivo i Magic scelsero un ragazzo dal fisico possente e dalle doti infinitamente grandi: Shaquille O’Neal. Proprio la brutta annata precedente permise alla franchigia della Florida di poter scegliere per prima, cosa che fece decisamente bene, andandosi a prendere un nome che ha fatto grande questo sport. Con il suo #32 Shaq stregò subito gli osservatori, più di quanto non avesse già fatto al college, andando a prendersi, alla fine della Regular Season, il premio come rookie dell’anno. Non bastò questo alla squadra allora allenata da Guokas per accedere alle Finals, che arrivarono però pochi anni dopo, ancora con quel ragazzone con numero 32 sulle spalle e con un altro acquisto che rimase a lungo negli occhi dei tifosi Magic: Anfernee Hardaway.

Con O’Neal e Hardaway, nuovo innesto arrivato nell’allora Orlando Arena in cambio di Webber girato ai Warriors, la squadra affidata ad Hill riuscì a raggiungere le Finals, con in mano gli scalpi di Celtics, Bulls e Pacers. In finale trovarono i texani di Houston, i Rockets capitanati dal fenomeno Olajuwon, poi eletto MVP: 4-0 netto e centroamericani campioni. Ma se qualcuno vide rimorso in quella sconfitta, altri videro luce, le basi da cui ripartire per dire finalmente la propria tra le maglie d’America, fino ad allora prepotentemente superiori ai ragazzi di Orlando.

Così l’anno successivo sembravano poter ripetere l’impresa, giungere in finale e magari vincere; niente, furono i Bulls di Jordan a batterli in finale di Conference e a prendersi poi l’anello. Fu l’ultimo anno di O’Neal con la maglia Magic, quello seguente andò a Los Angeles a scrivere la storia di quella città. Tra vittorie e sconfitte altalenanti, la stella dei ragazzi in canotta e calzoncini cominciò a scolorire, fino al 2000, quando venne ingaggiato il fenomeno Tracy McGrady. Con lui in campo, insieme ad altri ragazzi dal talento cristallino come i laghi che incorniciano Orlando tra quel lembo di terra e l’oceano, presero parte alla Regular Season Ben Wallace, Patrick Ewing, John Kemp.

Ma se è vero che il nome non è tutto, mai frase più giusta. Non si riuscì ad arrivare a niente di significativo, non si raggiunsero le Finals, non si arrivò più a sfiorare l’anello. E così, solo undici anni dopo, con tante stagioni sulle spalle e altrettante delusioni ingoiate, i tifosi dei Magic videro finalmente la squadra tornare ai massimi livelli, con il ragazzino Dwight Howard (ancora un centro, com’era stato per O’Neal) a fare da stella, nuova luce da seguire e imitare.

Vinsero con i 76ers, con Boston e, contro ogni pronostico, con i Cavs di LeBron, andando a giocarsi le chance di rivalsa contro i Lakers. Ma una squadra con esperienza e formata da campioni, tra i quali anche quello Shaq che aveva fatto sognare in maglia Magic, è sempre difficile da battere. E così, con un 4-1 tanto perentorio quanto definitivo, i Lakers misero al dito l’ennesimo anello di quei primi anni 2000. Da lì cominciò  la tranquillità, quel continuo ondeggiare tra le posizioni di Playoffs e le sconfitte in primo turno finché, nel 2013, con l’addio di Howard, bisognò nuovamente ricostruire.

Vogel l’architetto, i rookie i mattoni da usare, la gioventù e il talento il cemento per solidificare. Dopo pochi anni in cui Oladipo e Gordon hanno cominciato a giocare insieme, dopo quei piccoli sprazzi di luce mostrati da Hezonja e Biyombo, adesso i Magic sono probabilmente pronti a fare quel salto di qualità per tornare a dire la loro nei Playoffs.

Aaron Gordon il loro beniamino e faro, con lo stesso nome del contadino che fondò la città, che gettò le basi per la costruzione di Orlando; così il ‘double zero‘ dovrà gettare semi sul parquet dell’ Amway Center, per far fiorire definitivamente quel talento che aleggia tra un lago e l’altro, che è pronto a far tornare la magia tra le mura di un palazzetto per troppo tempo rimasto privo di sogni.

Del resto, come diceva Walt Disney, se puoi sognarlo, puoi farlo.

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