Per chiunque creda che la palla sia sferica, che i canestri siano a un’altezza di 3,05 metri, per tutti coloro che ragionano sul basket in termini di quattro quarti: queste righe non sono per loro. Questo pezzo è dedicato ai sognatori, a chi crede ed è convinto che la palla ha vita propria, che assume fattezze e forme sempre differenti, mai uguali; sono righe destinate a chi sul parquet vive fino alla fine, pronto ad andarsene con la chiusura delle luci, non con lo squillo dell’ultima sirena, perché la vita queste persone l’assaporano un decimo di secondo alla volta, senza lasciarsene sfuggire uno. E le altezze di quei canestri, di quelle retine ondeggianti sopra le teste cerebralmente costruite per giocare a pallacanestro, sono solo una mera illusione di lontananza per chi crede che in realtà sono più vicine di quanto si pensi.
Eraclito diceva bene: “πάντα ῥεῖ” (panta rei), tutto scorre. Tutto. Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, così come non può capitare due volte lo stesso momento. Ma Eraclito non ha mai giocato a Basket; e soprattutto, è vissuto in un periodo in cui il mondo era fermo alle colonne d’Ercole, in cui Boston non era neanche minimamente un sogno possibile. Ma se i sognatori sono nati dallo spirito d’avventura di chi, come Colombo e altri grandi viaggiatori, volevano oltrepassare loro stessi per riuscire a dimostrare ciò in cui credevano, allora la città del Massachusetts è l’esempio lampante di ciò che la voglia di scoprire e sperimentare ha creato.
Quasi 150 anni dopo la sua fondazione, Boston ha cominciato ad avere un’anima, precisamente nel 1773. Sui libri di storia quella data è considerata fondamentale, rappresentazione dell’Indipendenza dalla tassazione inglese, simbolo della voglia di raggiungere autonomamente un’economia che potesse aiutare, poi, a dare un cuore pulsante a una città che stava lentamente crescendo su quelle tre colline, fondamenta solite già da un secolo.
Ma nonostante tutto, non bastò la voglia di cambiare le cose, e così bisognò aspettare il 1800 e sopravvivere a una carestia prima di veder arrivare sulle coste americane la folta comunità irlandese che diede nuova linfa alla città, mutando gli aspetti economici ed etnici che le strade di quella piccola Inghilterra aveva costruito anni prima. Fu un bene per Boston e per i suoi abitanti questa continua immigrazione, sia dall’Europa che dall’America Latina, entrambi luoghi che portarono pezzi di cuore per formarne uno decisamente più grande e multietnico.
Ed è forse per questo, per la capacità di aver unito tanti cervelli provenienti dagli angoli più lontani del pianeta, che una delle città più belle del mondo ospita oggi numerose università e centri di ricerca, tra cui Harvard e il centro MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove le più grandi menti scientifiche hanno mosso i primi passi.
Quindi, dopotutto, se New York è la città che dà forma al ‘sogno americano‘, Boston è la città che dà a questi sogni la vita. Non solo a chi nei libri e nelle righe stampate di una ricerca trova la bellezza, ma anche a chi, tra l’erba di un ‘diamante‘ o sotto il cielo di un palazzetto, si sente parte di qualcosa decisamente più grande di lui.
Si, perché oltre ad Harvard, al MIT, a quelle università che tanto hanno reso celebre la città quasi quanto il famoso Tea Party del 1773, ci sono due squadre che fanno parlare da sempre di Boston in giro per il mondo: i Red Sox e i Celtics. I primi sono una squadra di baseball, nata nel 1901 e subito divenuta leggenda grazie a Babe Ruth, uno di quei nomi che ancora oggi si sussurra appena sulle labbra di chi ama questo sport, forse perché troppo grande per essere pronunciato ad alta voce e ascoltato da tutti. I secondi sono una franchigia di basket, ma se siete arrivati a leggere questa riga, se avete pensato da subito che alla fine si ridurrà a una questione di cuore, significa che lo sapete già.
Era il 1946 quando la discussione su come chiamare la nuova franchigia, nata dall’unione delle due squadre della città, terminò con la decisione di dare un riferimento forte e chiaro alla folta comunità irlandese che proliferava in città dal XIX secolo: Celtics. Neanche a dirlo, il colore prescelto fu il verde, mentre il simbolo, ancora oggi oggi uno dei più belli e romantici dell’intera lega, è un leprecauno con dei trifogli disegnati sulla giacca.
Nella cultura irlandese, i leprecauni sono dei folletti che abitavano l’isola irlandese già da prima che i Celti arrivassero; portatori sani di burle e scherzi, questi spiritelli rendono perfettamente l’idea di attaccamento a un simbolo così importante nella cultura e nello spirito europeo di quella comunità viva in tutto e per tutto nella Boston attuale.
Ma se i Celtics sono diventati quelli che sono, se hanno fatto del loro nome un mito, è grazie a uomini che sono stati dei miti con quella canotta verde sulle spalle. Due su tutti: Bill Russell e Larry Bird.
Russell ha vissuto a Boston per una vita, per tutta la durata della sua attività da giocatore, dal 1956 al 1969, trasformando il ruolo di centrale in qualcosa di magico e dinamico, ricostruendo le regole di chi è sempre con le mani sotto canestro, di chi sotto la retina vive e palpita. Un muro vero e proprio, uno ‘stoppatore‘ infallibile, tanto da essere stato inserito sia nella Hall of Fame, sia tra i 50 migliori giocatori del cinquantenario dell’Nba nel 1996.
Nella cosiddetta “Era of Dynasty“, Russell collezionò 11 vittorie in 13 campionati, record ancora oggi imbattuto nel mondo NBA, difficilmente raggiungibile in un’epoca in cui si cambia squadra con la stessa facilità con cui si cambiano scarpe. L’oro Olimpico del ‘56 a Montreal fu la base di partenza che gli diede la spinta per vincere tutto, compreso il cuore di tutti quei tifosi che ancora oggi idolatrano il loro campione ricordandolo in ogni partita dei Celtics, guardando la maglia numero 6 appesa in alto, accanto a quei titoli vinti in quella dinastia ormai lontana nel tempo.
Ma in quegli anni ruggenti, nell’epoca di cambiamento verso un basket che si apriva a nuovi orizzonti e schemi, ci fu un altro uomo, un bianco stavolta, che ancora più di Russell dimostrò come la palla non segua la forza di gravità, come il corpo riesca ad alzare se stesso oltre ogni più inimmaginabile altezza. Il numero sulla maglia il 33, il nome sulla schiena Bird.
“Una volta mi dicesti che in futuro ci sarà un nuovo Larry Bird. Larry, non ci sarà mai, mai e poi mai un altro Larry Bird”
Magic Johnson
Se Russell visse nell’epoca della dinastia, quando Wilt Chamberlain era il suo acerrimo nemico di parquet, per Larry l’avversario più temibile fu Magic Johnson con i suoi Lakers. Gli anni ’80 furono un continuo scontro tra i verdi e i gialloviola, continuamente rivali per il predominio della lega, conquistato dai trifogli per 3 volte (’81, ’84, 86). Larry era genio, era eleganza, era potenza allo stato puro; un’ala piccola che avrebbe potuto fare tutto, un tiratore che poteva giocare da playmaker. Per questo nel suo ultimo anno da giocatore, nel 1992, fece parte della spedizione che consacrò a Barcellona gli USA del basket come ‘Dream Team‘.
Dopo Bird e il 1986 i Celtics cominciarono un lento declino, senza avvicinarsi più a quei fasti a cui Russell e Larry avevano abituato i loro sognatori. La dinastia era un ricordo, la maglia numero 33 e i suoi baffi un lontano profilo; i trifogli erano lentamente appassiti. Fino al 2008. Vent’anni dopo.
Tre nomi fecero innalzare il coro del TD Garden, ognuno più fenomenale dell’altro, ognuno parte integrante di una città che, ancora oggi, li sussurra a bassa voce, come quello di Ruth, per paura di rovinare il loro ricordo. Kevin Garnett, Paul Pierce e Ray Allen: i ‘Big Three‘. Nuovo entusiasmo si generò tra gli spalti, nuove emozioni nei cuori di quei bambini che non avevano mai visto i loro Celtics alle Finals, magari perché troppo piccoli per ricordare il 1986, magari perché ancora non nati. Ma quei tre uomini, quei tre numeri, ricordarono a tutti come la palla non sia sempre sferica, come il canestro sia a un’altezza programmata solo per chi ci crede, ricordarono all’intero Massachusetts che i leprecauni erano stati grandi un tempo, che ora era il momento di tornare a esserlo.
E così, il 17 marzo 2008 vinsero il loro diciassettesimo titolo, ancora una volta contro i Lakers, ancora una volta in qualcosa di più di quattro quarti. E ora, dopo 8 anni, i Celtics si trovano nuovamente senza grandi nomi tra la lista di giocatori, con il solo Isaiah Thomas a fare da trascinatore per quei giovani e talentuosi ragazzi che devono sbrigarsi a esplodere. Perché Boston non può aspettare altri ventun anni, non si merita di cibarsi di sole sconfitte aspettando la grande vittoria. Boston è quella ‘bambina che non si vuole veder piangere‘, che si vuole sempre cercare nei sogni mentre si dorme, perché ogni volta che si chiudono gli occhi manca a tutti quelli che ci vivono e la vivono.
“Don’t want to close my eyes
I don’t want to fall asleep
‘Cause I’d miss you baby
And I don’t want to miss a thing
‘Cause even when I dream of you
The sweetest dream will never do
I’d still miss you baby
And I don’t want to miss a thing”Aerosmith
La città che vive con il cuore degli altri, che percepisce il battito di tutti i sui abitanti e se ne nutre per far sì che scandiscano la vita della città stessa. Una città che ha bisogno dello sport per essere davvero grande, che ha bisogno di vincere per dimostrare che tutto scorre, ma che spesso l’attimo può anche essere eterno.
