Storie: Andrea Pirlo

1953: la Walt Disney fa uscire, nelle sale cinematografiche mondiali, il lungometraggio Peter Pan.

1979: a Flero, in Lombardia, nasce Andrea Pirlo.

Qual è il nesso tra le due storie, vi chiederete voi? Fondamentalmente è uno solo: la parola ”volare”.

Si, perché come il protagonista della pellicola disneyana vola sull’Isola Che Non C’è, allo stesso modo Andrea Pirlo ha saputo far viaggiare la fantasia di milioni (forse miliardi) di appassionati di pallone che l’hanno seguito durante la sua carriera e visto fare magie su magie. E se Trilli Campanellino negli anni ’50 inondava di polvere magica i bambini britannici e li portava nel nuovo mondo, 26 anni dopo i benefici della sua magia sembrano essersi riversati addosso ad un bambino italiano della provincia di Brescia.

Già nei primi anni si era visto che le sue doti erano fuori dal normale, un talento in attesa di sbocciare, senza dubbio uno dei fiori più belli nel vasto campo di giovani promesse del calcio italiano. L’ambiente di nascita poi, quello bresciano, servì assolutamente da stimolo visti i campioncini che, nel tempo, da lì sono passati e si sono prepotentemente affermati. E proprio con il Brescia fa il suo esordio ad appena 16 anni e 2 giorni, diventato il giocatore più giovane delle Rondinelle a fare il suo esordio in Serie A. Un predestinato? Si, assolutamente si.

Come però succede spesso non fu tutto facile. L’anno venturo lo passa tutto con la formazione primavera, vincendo un Torneo Di Viareggio, mentre nel successivo biennio oscilla fra campionato cadetto e massima serie, inanellando prestazioni sopra le righe per un ragazzo appena maggiorenne; così si aprirono, per la prima volta, i cancelli del calcio che conta. L’Inter non se lo fece scappare, comprandolo per una cifra che non ha niente a che vedere con il calcio di oggi. Pirlo, da allenarsi con Bonazzoli, Doni e i gemelli Filippini, passa in qualche mese a condividere lo spogliatoio con dèi del calibro di Ronaldo (il Fenomeno, quello vero), El Cholo Simeone, Javier Zanetti e El Chino Recoba. La stagione del club di Moratti fu però fallimentare ed il risultato fu direttamente proporzionale alle prestazioni del centrocampista di Flero, che non seppe esprimersi al meglio.

Venne mandato allora a maturare a Reggio Calabria, in quella Reggina che per la prima volta aveva ottenuto la promozione in Serie A: a fine stagione sarà il più decisivo della squadra calabrese, tra 4 gol e una miriade di assist. Tornato all’Inter dell’allora mister Marcello Lippi, si spoglia della sua 21 che tanto gli aveva dato nelle stagioni precedenti e si affida ad un nuovo numero di maglia, l’11. Numero sfortunato? Si, assolutamente si. Impiegato col contagocce, nella sessione di Gennaio torna nella sua amata Brescia, dove il presidente Gino Corioni ha scelto di affidare la prima squadra ad un certo Carlo Mazzone. E poi, anche se sul finire della propria carriera, là davanti c’è Roberto Baggio. Sor Carletto ed il Divin Codino diventeranno indispensabili per la formazione dell’Andrea Pirlo che tanto amiamo oggi: l’allenatore romano, per poterlo far giocare insieme al regista veneto, lo piazza davanti alla difesa, ruolo che occuperà per i successivi 15 anni. E’ anche in questo periodo che comincia a battere le punizioni, estrapolando ogni possibile consiglio e rubando la tecnica di tiro dallo stesso Baggio, che i calci da fermo li sapeva tirare in maniera egregia.

Perchè, come diceva Picasso, “il vero genio non è quello che copia, ma quello che ruba”.

In azione ai tempi del Brescia (gennaio-giugno 2001)
In azione ai tempi del Brescia (gennaio-giugno 2001)

Il ritorno nella città lombarda e la fantastica seconda metà di campionato non fanno comunque cambiare idea ai dirigenti dell’Inter, orientati a rafforzarsi spendendo più sul mercato europeo che su quello italiano. Alla prima offerta buona viene venduto ai cugini del Milan, dove decide di rivestire la maglia numero 21. Uno sbaglio? Si, assolutamente si.

D’accordo con il mister Ancelotti, visti gli infortuni di Ambrosini e Gattuso, ritorna a giocare davanti alla difesa, come regista basso: diventerà, sotto la guida dell’allenatore reggiano, uno dei migliori centrocampisti al mondo. Al secondo anno nella squadra meneghina vince Coppa Italia e Champions League in una finale tutta italiana contro la Juventus, dopo aver ottenuto la sua rivincita in semifinale contro gli altri inquilini di San Siro.

Le porte della nazionale maggiore si aprono nel 2004, anno degli Europei in Portogallo, che lo vedono sconfitto ai gironi della stessa competizione continentale ma vincente nel campionato italiano: finalmente, dopo quasi 10 anni di professionismo, arriva il primo scudetto. Con il tempo, il Metronomo bresciano continua a dispensare assist e giocate per i suoi compagni, tutti quanti campioni assoluti del mondo del pallone: Shevchenko, Rivaldo, Pippo Inzaghi, Kaka, e più tardi Ronaldinho, Pato, Ibrahimovic. Andrea Pirlo mette d’accordo tutti, persino Gattuso che ironicamente si chiede, vedendo il numero 21 con la palla tra i piedi, se lui stesso può essere definito un giocatore.

La vera consacrazione internazionale avviene però nel 2006, quando l’Italia vince i Mondiali in Germania: il centrocampista è uno dei fautori della vittoria finale, con il suo gol nella fase a gironi e il suo assist indimenticabile per il gol di Fabio Grosso in semifinale contro la Germania; va vicino anche al Pallone D’Oro, ma la commissione europea gli preferisce Fabio Cannavaro, autore anch’egli di un mondiale stratosferico.

Il numero 21 esulta dopo l'assist vincente a Grosso in Germania-Italia 0-2
Il numero 21 esulta dopo l’assist vincente a Grosso in Germania-Italia 0-2

 

Con la maglia del Milan vincerà un’altra Champions League, una Supercoppa Italiana e l’ennesimo Scudetto, a 6 anni di distanza dal primo. Poi, però, la società decide di non rinnovargli il contratto per intraprendere una politica più focalizzata sui giovani che sulle solite facce. Un altro sbaglio? Si, di nuovo.

La Juventus, in crisi di risultati nel periodo post-Calciopoli, gli fa firmare un contratto triennale accontentandolo anche sul fronte economico. Considerato finito da molti, Andrea Pirlo vivrà una seconda giovinezza. Il primo anno con la maglia bianconera è subito prolifico: 3 reti, 13 assist, terzo scudetto (secondo di fila) e miglior calciatore della stagione.

In estate, gli Europei in Polonia-Ucraina fanno inchinare nuovamente il mondo ai suoi piedi: il cucchiaio con cui supera Hart ai rigori contro l’Inghilterra è il simbolo dell’incredibile storia di Mozart, che come il vino “più invecchia, più è buono”. L’Europeo sarà, però, l’unico trofeo degno di nota a mancare nel suo palmarés. I successivi 3 anni sono comunque perfetti: le solite prestazioni al di sopra del normale gli fanno alzare al cielo per altrettante volte la Coppa Campioni D’Italia, e gli applausi e le standing ovation ricevute nei tempi europei del calcio lo insigniscono del titolo di leggenda del pallone. Unico grande rimpianto rimane quella Champions League del 2015 persa in finale contro il Barcellona, probabilmente l’ultima occasione per rimanere, ancora una volta, nella storia del futbol italiano e mondiale. Quelle lacrime a fine partita valgono più di mille parole.

La meravigliosa punizione segnata al Napoli nel campionato 2013-2014
La meravigliosa punizione segnata al Napoli nel campionato 2013-2014

E poi, dall’anno scorso, gli Stati Uniti: l’inizio di una nuova storia, una pila di pagine dove ancora bisogna mettere l’inchiostro.

Oggi, 18 maggio 2016, Andrea Pirlo compie 37 anni. Il suo estro e la sua fantasia ci hanno accompagnato negli anni della nostra giovinezza, facendoci innamorare ogni volta che vedevamo una punizione gonfiare la rete o un assist andare a buon fine.

Il Maestro è uno di quei giocatori che si vede anche quando non tocca palla, è uno che parla poco in campo perché a parlare ci hanno sempre pensato i suoi piedi: è uno di quelli il cui silenzio vale più di mille parole. O, visto che parliamo di calcio, di mille giocate.

Buon compleanno, Andrea Pirlo.

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