Lavori in corso

Ho sempre pensato di aver intrapreso i miei studi universitari nel miglior luogo possibile in Italia. A Bologna si respira aria di una città che ha vissuto intensamente anni importanti del ‘900 italiano. Una delle più colpite dagli effetti collaterali post-bellici, una delle più, chissà proprio per questo, ribelli nella storia recente. La sensazione di una città che pulsa vita, pur aggrappandosi ai fasti del passato. Talvolta ostentando questo suo essere rivoluzionaria, sbagliando semplicemente i mezzi per continuare ad esserlo nei gesti dei suoi giovani, o semplicemente non adattandoli ai tempi.

Bologna è una delle città più ricche d’Italia, dove si può condurre una vita dignitosa senza troppi ostacoli. Si comporta da metropoli ma non lo è, e la sua stratificazione sociale presenta i tratti tipici di un insediamento urbano che cambia e muta al di fuori delle sue meravigliose porte.

L’azione parte dal basso

Siamo un Magazine prettamente calcistico e questo pezzo può sembrare per certi versi atipico, cercherò dunque per coerenza spiegarvi il perchè ho scelto di parlarvi di tutto ciò. Descrivendo Bologna come una città propositiva, che ha sempre ricercato una sua identità netta per darsi voce. Una città che ha sempre puntato sulle idee per farsi spazio tra altre città italiane più blasonate, una città molto più Adani e molto poco Allegri. La Bologna egregiamente raccontata da Dalla e Guccini è stata seguita e poi accompagnata da un altro tipo di cultura provieniente dalla strada.

In generale, se vi è un posto in Italia dove la cultura si è generata dal basso per poi emergere avvolta da un’aurea profondamente realista, questa è proprio Bologna. C’è però anche chi ha diffuso cultura senza l’obiettivo di voler risalire la china, ma con quello di voler restare in un contesto suburbano, con differenti sfumature sociali ma accomunati appunto da un senso radicato e quasi integralista di rinnegare la massa e farne un requisito imprescindibile per poter prendere parte.

Murales Lucio Dalla a Bologna | Numerosette Magazine

Se gli anni ’80 sono stati gli anni del punk e della scena hardcore, la matrice generata dalla cultura suburbana bolognese, con stesse visioni e idee di società più che ideali, ha seguito il suo flusso in modo naturale sfociando nel microcosmo hip-hop. La vecchia scuola del rap italiano deve tanto a Bologna e ai suoi spazi autogestiti di produzione di cultura indipendente. Lo ha fatto cogliendo le influenze americane di quel periodo e le ha riadattate su misura a quello che era il contesto sociale italiano di periferia.

Il dettaglio davvero interessante è che Bologna è stato un nucleo aggregante nel panorama artistico italiano: molti degli artisti che la frequentavano erano emigrati e non erano bolognesi. Le cosiddette crew, associabili in seguito al mondo del rap, non hanno appartenenza territoriale, anzi, quanto più è variegata, più si impone e si distingue. Un ambiente per ritrovarsi, per trovare la propria strada, o semplicemente per cominciare. Un po’ come gli universitari fuorisede che vi studiano e che iniziano il loro percorso di studi decisivo.

Un cantiere in città

E così isolani come Dj Gruff, meridionali come Neffa e tanti altri provenienti da realtà underground italiane, trovano in Bologna un posto per esprimere il loro dissenso e il loro modo di vivere, non tanto fuori legge come i rapper americani dei tempi, ma fuori dal tempo e dallo spazio che una cultura mainstream occupa prendendosi la scena in superficie. Per 4 anni in Piazzetta San Giuseppe 8, una traversa della trafficata e glitterata Via Indipendenza è nata l’Isola nel Kantiere, un vero e proprio cantiere occupato da vari gruppi sociali con lo scopo di proporre qualcosa di alternativo, qualcosa di diversamente stimolante. Ed è proprio lì che la scena hip-hop bolognese ha dato vita alla vecchia scuola e alla nascita delle prime Posse del nostro paese.

Con un obiettivo chiaro: fare controinformazione su temi sociali e politici. La violenza di quegli anni aveva creato un’esigenza, che se prima si era aggrappata ai fracassi distorti del punk, ha quindi rallentato decisamente il suo ritmo un decennio più tardi con beat controtempo e basi campionate, che tutt’ora costituiscono una pietra miliare per gli amanti del genere. La crew bolognese dell’Isola Posse All Stars ha preso vita nell’Isola, in quel cantiere di rime e strofe anarchiche, nello stile e nelle intenzioni.

Isola nel Kantiere a Bologna | Numerosette Magazine

L’Isola nel Kantiere, che come dicevo non conteneva al suo interno soltanto influenze hip-hop, è stata in vita dal 1988 al 1991, fino al settembre di quell’anno in cui venne sgomberata per mano delle autorità. Troppo presto da restare un lavoro in corso, giusto in tempo per consegnarci un modello culturale che per anni è rimasto tale senza che venisse neanche lontanamente riproposto. Erano tempi di Bologna Violenta, e lo era per davvero: l’occupazione dell’Isola avvenne poco tempo dopo la Strage del Pilastro, un quartiere periferico bolognese noto per il suo indecoro urbano e per i suoi problemi sociali tra i suoi parallelepipedi di cemento. Era la strage architettata dalla Banda della Uno Bianca, che uccise tre carabinieri in pieno clima di astio e di lotta cruenta al celato neofascismo.

Cosa resta dell’Isola?

Bologna, come del resto tutta Italia, sembra aver smarrito questa identità. I murales di Via Zamboni appaiono meno colorati, e la sua Università ne risente come tutto il suo movimento culturale che ne ruota attorno, seppur con delle basi solidissime che probabilmente non cadranno mai. La grande peculiarità di Bologna è che il suo tessuto giovanile sia sempre riuscito a creare un ponte tra la cosiddetta cultura proveniente dal basso e le sue istituzioni accademiche. Fenomeno sociale che in altre realtà italiane è praticamente irrealizzabile per la sua netta divisione e stratificazione. Piazza Verdi però oggi non appare più un luogo stimolante, frutto di anni in cui è mancata una spinta rabbiosa e fatti corposamente rilevanti per generare controcultura. Ci si è adagiati, lasciando che un luogo così carico di input intellettuali perdesse punti di riferimento, fino a perdere identità.

Nel frattempo, i tempi sono diventati nuovamente pesanti, non ci sono più le bombe e i sequestri, ma c’è un decadimento culturale che pare senza fine, e che rischia di avere lo stesso peso se non verrà fermato. C’è un pezzo della Posse di Neffa, Dj Gruff e Deda, erano i Sangue Misto. Questo pezzo compie quest’anno 25 lustri e si intitola Lo Straniero, incredibilmente attuale per aver raggiunto il quarto di secolo, attuale anche perchè probabilmente non è riuscito a fare eco per qualcos’altro di simile ai giorni nostri.

Ed io, aspettando un nuovo rigenerante flow culturale per Bologna, ve lo ripropongo.

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