Bob Marley oggi tiferebbe Ajax

19 settembre 2018. Alla Johan Cruijff ArenA di Amsterdam oltre 52mila persone stanno festeggiando. Celebrano il ritorno dell’Ajax nella fase a gironi della Champions League dopo 4 anni di assenza e, non da meno, anche la rotonda vittoria su un non irresistibile AEK Atene.
In questo clima gioioso di fine estate, durante l’intervallo della partita, un ragazzone con la maglietta biancorossa, degli occhiali improponibili e i rasta lunghi dietro la schiena, scende in campo, va sotto la curva e intona una canzone. Canta un famoso pezzo scritto da suo padre nel 1977, che spesso viene ripreso da quegli stessi tifosi che sta intrattenendo.

Come prevedibile, la performance è apprezzatissima. In coro, tutto lo stadio segue quel ragazzo con totale trasporto. E, nel suo piccolo, Ky-Mani Marley potrebbe aver pensato che quegli spettatori gli stessero donando lo stesso amore riservato al padre nel leggendario concerto ad Amsterdam di più di 40 anni fa. Chissà, magari c’è pure qualcuno che ha assistito ad entrambi gli show.

Da paura…

Le radici dell’amore

A chi conosce poco le vicende olandesi a cavallo tra la tarda metà degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, questa sorta di mini concerto improvvisato potrebbe sembrare più stupefacente della doppietta di Tagliafico che è arrivata subito dopo.
Il termine utilizzato per descrivere questo paragone, ovviamente non è casuale. Ma, per evitare di scadere in banali battute, bisogna, necessariamente e inizialmente, inquadrare il periodo storico in cui è nata la connessione tra la musica reggae e i tifosi dell’Ajax, o meglio, la città di Amsterdam.

Nell’immediato post ’68, l’Olanda in generale – e Amsterdam in particolare – era considerata la nazione più libera dell’Europa occidentale.
Mentre negli altri Paesi i governi avevano tentato, anche in modo piuttosto energico, di reprimere i moti di protesta che si erano espansi a macchia d’olio su tutto il continente, nei Paesi Bassi venne adottata una politica che, pur non essendo accondiscendente, fu almeno più tollerante.
Si formò così un humus ideale per lo sviluppo delle controculture giovanili orientate alla condivisione e al pacifismo tipiche della fine degli anni ’60, con ragazzi da tutta Europa che accorrevano per vivere quello che era considerato il Centro Magico d’Europa. E, ovviamente, la celeberrima tolleranza dei Paesi Bassi per le droghe leggere non fece altro che favorire questo clima di grande fermento, in cui la musica reggae si inserì perfettamente.
L’amore per Bob Marley – e per i suoi testi che invitavano alla pace e al vivere una vita semplice e disinteressata – fu una conseguenza abbastanza immediata.

Poteva andare diversamente allo stadio? Ovviamente no, del resto l’arena è – e soprattutto era – uno specchio della società, quindi non poteva andare diversamente.

Esigenze

A dirla tutta, quei giovani vivevano più che altro di illusioni. Presto gli anni degli hippie e delle Summer of love avrebbero lasciato spazio al periodo delle lotte politiche, e lo spropositato uso di sostanze stupefacenti avrebbe falcidiato un paio di generazioni.
Il desiderio di libertà sarebbe via via diventato sempre più astratto, trovando espressione solo in poche situazioni. Lo stadio era una di queste.
All’allora De Meer la libertà era più che altro una necessità. Sia sul campo, dove era figlia in realtà di una maniacale organizzazione che produsse una delle squadre più belle di sempre; sia sulle tribune, dove si continuava a cercarla, quantomeno in forma espressiva.
E, in questo senso, anche qui la musica di Bob Marley era perfetta. Un amore forte, benché gli ajacidi venissero da un mondo completamente diverso.
Ma, probabilmente, si rispecchiavano nei già citati ideali di pace e uguaglianza, ed erano affascinati dal quel modo di approcciarsi al futuro con fiducia, senza paura, perché, come detto in Three Little Birds, ogni cosa sarebbe andata bene.

Don’t worry about a thing, ‘cause every little thing gonna be alright…

Una visione tanto bella quanto lontana dalla loro vita, che, nella Amsterdam degli anni ’70, era fatta anche di lotta di classe, ideologie e violenza.

Un ritmo gioioso che, invece, in campo si trasformava in una marcia trionfante, quella dell’Ajax delle 3 Champions League consecutive, guidata da un altro signore che ha fatto della libertà di pensiero una delle sue peculiarità, Johan Cruijff.

Questione di tempi e filosofia

In realtà, benché, come abbiamo visto, l’amore degli abitanti di Amsterdam – e soprattutto dei tifosi dell’Ajax – per il reggae e per Bob Marley ha radici piuttosto profonde, questo connubio è venuto alla ribalta solo negli ultimi anni.
I motivi di ciò sono almeno un paio.
Partendo da quello più lontano dal calcio – e ragionevolmente forse anche il più vero –  potremmo dire che oggi, nel mondo di internet e dei social network, è piuttosto difficile che un qualcosa di simile non venga condiviso da più persone, e quindi è normale che trovi con semplicità le luci della ribalta.
Fino a quindici anni fa non era così, basti pensare che solo il rapporto tra Manchester City e i successi degli Oasis era arrivato alla fama internazionale, ma solo perché i fratelli Gallagher ne avevano largamente parlato.

L’altra motivazione, molto più romanzata ma anche più bella, sta invece nella filosofia dei supporter ajacidi.
Messaggi come “il pensare che in futuro andrà meglio” sono, in sostanza, tutto ciò che si sono ripetuti l’Ajax e i suoi tifosi negli ultimi 20 anni. Come se non avessero notato che, anno dopo anno, la loro squadra, era sempre meno competitiva, salvo eccezioni, con le altre big del continente, soprattutto a livello economico.
L’unica speranza sembra ormai essere diventata quella di allevare giocatori per poi farci delle plusvalenze, ma proprio qui potrebbe subentrare una visione filosofica.

Perché ripetersi continuamente che “Every little thing gonna be alright” vuol dire vivere con la speranza che un giorno i fasti possano tornare. Significa avere la consapevolezza che il calcio, come la vita, è una ruota che gira e magari un giorno le gerarchie cambieranno. Magari arriverà una nuova nidiata di calciatori fenomenali in grado di riportare i Lancieri in cima all’Europa.
Una visione speranzosa, espressa tramite le parole e le melodie di Bob Marley, ed insegnata dalla storia.
E quella dell’Ajax è una storia tragica e gloriosa, fatta di sconfitte e rinascite, di deportazioni e liberazioni, di violenza e speranze.

Marley ha soprattutto il merito di aver, seppur involontariamente, messo in musica i sentimenti di un popolo che ha raccolto al volo il suo messaggio, facendolo proprio.
In fondo, anche se difficilmente avrebbe immaginato suo figlio a cantare durante l’intervallo di una partita di calcio dell’Ajax, non possiamo fare a meno di pensare che lui sia contento di vedere i suoi testi usati in questo modo.
E siamo sicuri anche che, fosse ancora vivo, oggi tiferebbe Ajax.
E che andrebbe spesso a vederla alla Johan Cruijff ArenA.
E che starebbe fisso in curva a sperare nel ritorno dei campioni, sventolando la bandiera “and singing don’t worry…“.

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