La squadra razzista d’Israele

Israele, Australia, Canada, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Sudafrica, Francia, Ucraina, Uruguay, Brasile, Argentina e Turchia. Sono le Nazioni in cui, fra le comunità ebraiche locali, è attivo il movimento politico Beitar, tramutatosi poi in Likud, la cui ideologia si è diffusa anche grazie alla politica calcistica del Beitar Gerusalemme. Seppur con l’ascesa del Likud, il Knesset abbia valorizzato notevolmente lo sviluppo del Paese e un’economia liberista, l’estremismo sionista è stato rapidamente tramandato di generazione in generazione all’interno della società e il calcio non ne è rimasto escluso. Il football in Medio Oriente l’hanno portato gli inglesi e ha avuto crescite differenti secondo il luogo, per vari fattori come la scarsità di risorse umane o il territorio inospitale, mentre in Israele è stato plasmato dall’influenza europea grazie al mare, da sempre trasportatore di pesci e idee. Il Moadon Kaduregel Yerushalayim, noto come Beitar Gerusalemme, non è mai stato un top club all’interno del panorama calcistico israeliano, anzi la sua fama dai tempi della fondazione nel 1936 era di avere stretti legami con lIrgun.

Dalla creazione dello Stato allo Stato stesso

Con la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite nel 1947, Israele organizzò il suo primo campionato indipendente, cui il Beitar Gerusalemme prese parte sporadicamente per i primi periodi, oscillando fra la massima serie e la Liga Alef fino al 1974. In quell’anno, la Menorah disputa un match casalingo contro il Petah Tiqwa, compagine dell’enclave araba del Paese e più che una partita di calcio sembra un presagio, un assaggio di quello che sarà Il Beitar Gerusalemme da quel momento in poi, dentro e soprattutto fuori dal campo. Al momento del triplice fischio, i tifosi del Beitar Gerusalemme invadono il campo e si scagliano violentemente contro spettatori e calciatori del Petah, palesemente con la finalità di vendicarsi della sconfitta subita durante i novanta minuti regolamentari; la Federcalcio dapprima reagisce col pugno di ferro mediante l’istantanea retrocessione del club, poi una controversa coppia di politici membri della Knesset, Ehud Olmert e Yossi Sarid, interviene, ricattando letteralmente l’istituzione sportiva con un’indagine sul presunto sistema corrotto che dettava legge all’interno dei palazzi del calcio. Il rapporto fra l’Assemblea Nazionale e l’oscuro manipolo di personaggi legati alla squadra è controverso, al Beitar Gerusalemme viene inflitta solamente la squalifica dello stadio casalingo. L’anno successivo la compagine si ritrova in fondo alla classifica eppure di punto in bianco l’IFA decide di estendere la lega da 16 a 18 squadre.

Nonostante gli ovvi appoggi da parte di un ramo ben distinto dell’establishment, il Beitar Gerusalemme comincia la propria discesa nel baratro complici innumerevoli problemi finanziari e viene affidato allo Sceriffo Eli Cohen, filosoficamente un figlio di Bèla Guttman che trascina i Leoni di Giuda alla clamorosa qualificazione per i preliminari della Coppa Campioni 1995-1996, un traguardo senza dubbio significativo per la piazza e per Teddy Koller, adepto del Likud e candidato alla poltrona di sindaco di Gerusalemme. Koller è il primo politico lungimirante a comprendere il potenziale propagandistico del Beitar, è stato messo lì da Olmert, il quale nel frattempo è diventato ministro del Governo e ha aperto le porte alla dinastia giallonera delle campagne elettorali fra campo e spalti, non a caso Koller dona un nuovo impianto sportivo comunale alla squadra, all’avanguardia e dotato di 30.000 posti a sedere. Lo stadio Teddy Koller non poteva non disporre di una curva destinata al cuore pulsante della società, la falange ultras detta La Familia.

Il gruppo ultras La Familia espone la menorah, il tradizionale candelabro a sette braccia ebraico, durante le partite del Beitar Gerusalemme | Numerosette Magazine
La curva Est mostra lo stendardo simbolo della tifoseria

La Familia e il Patriarca

La falange è la più temuta d’Israele, di chiara matrice razzista esprime il proprio odio verso gli arabi durante le partite con striscioni e cori inneggianti le varie guerre del passato. La Familia ha in mano gli equilibri del Beitar Gerusalemme e di una cospicua fetta del mondo amministrativo israeliano, coloro che ne fanno parte si presentano a ogni inizio della preparazione estiva presso il campo d’allenamento Beit Hakerem per esprimere, poco cordialmente, i loro pensieri sull’ultimo piazzamento della squadra. Il rituale si ripete con l’avvento del Terzo Millennio, quando un restyling societario costringe Cohen a dimettersi in favore di Osvaldo Ardiles, ex campione del mondo con l’Argentina di Menotti. L’arrivo dell’argentino ha destato sospetto negli animi della Familia e i capi hanno compreso la strategia più mediatica che tecnica, con la quale la nuova società sta cercando di rilanciare i gerosolimitani, per questo ripudiano il sudamericano e chiedono un confronto con il nuovo Presidente.

Il patron è un filantropo nato nel ’52 a Mosca emigrato in Israele nei dintorni del kibbutz di Beit HaShita, si chiama Arcadi Aleksandrovich Gaydamak ed è uno dei tanti beneficiari del crollo dell’URSS. Ufficialmente ha fatto fortuna con investimenti imprenditoriali in ambito sportivo e nel 2005 rileva il 55% del Beitar Gerusalemme in concomitanza con la sua candidatura a sindaco della capitale. Per prima cosa richiama Cohen in panchina, strategia che si rivela azzeccata perché il Beitar Gerusalemme s’impone vincendo Coppa e Campionato consecutivamente per tre anni (tra il 2006 e il 2009) senza però riuscire a passare mai i preliminari di Champions League. Il gioco proposto dal tecnico è prettamente difensivo, si affida al capitano Ariel Harush fra i pali e al giramondo Darìo Fèrnandez in mediana, il quale garantisce l’esperienza utile a far crescere talenti del calibro di Ofir Kriaf.

Nelle vene di Kriaf scorre sangue giallonero, è di Gerusalemme e soprattutto fa parte della Familia. Una volta passato in prima squadra, il classe 1991 è diventato il tramite vero e proprio fra la curva Est e lo spogliatoio. La squadra prospera, ma la sconfitta alle urne per Gaydamak toglie il velo su ogni retroscena e soprattutto sulla provenienza degli ingenti capitali del miliardario. Nel 2011 il governo francese scopre la partecipazione attiva di Arcadi nel traffico d’armi durante la guerra civile in Angola del 1994, passato alla storia come AngolaGate e lo condanna per direttissima a 6 anni di reclusione. La notizia arriva anche in Terra Santa, per questo l’uomo d’affari delega l’ex stella del Beitar Gerusalemme, Itzik Korenfine, ad amministratore delegato, e nulla può contro la negligenza assoluta del troppo indaffarato proprietario che trascura il club, lasciandolo sprofondare fino alla seconda divisione. Eli Cohen, tra continui addii e ritorni, riporta il Beitar Gerusalemme in massima divisione, ma l’avvento dell’annata 2012-2013 è tutt’altro che una passeggiata.

2012-2013, Crazy Season

Al primo allenamento di luglio, sulle spartane tribune del centro sportivo vi sono 1000 supporters muniti di fumogeni e parole di preavviso verso lo staff tutto: non accetteranno altre delusioni, sono ancora troppo duri da digerire i successi continentali dei rivali del Maccabi Tel Aviv e dell’Hapoel Be’er Sheva.

La Familia si autodefinisce, orgogliosamente, la tifoseria più razzista della Nazione poiché molti di loro appartengono al ramo mizrahì dell’ebraismo, ossia provengono dall’entroterra mediorientale o dai paesi del ceppo arabo, ritengono di praticare il culto originale giacché discendenti dei giudei esiliati in babilonia. Tale credenza ha rafforzato l’osservanza rigida dei concetti religiosi, per questa ragione gli ultras fanno riferimento al proprio credo in cori e striscioni denigratori verso gli islamici.

Il Beitar è la tappa fondamentale per costruire la propria carriera politica in Israele, così hanno fatto Reuven Rivlin e Benjamin Netanyahu, numero uno e due dello Stato. Sul campo, nella prima metà della stagione, il Beitar Gerusalemme procede distintamente fino a Natale, Gaydamak appare spesso in pubblico malgrado abbia dichiarato di non capirne assolutamente nulla di calcio e decide nel bel mezzo del campionato di organizzare una tournée in Cecenia. La scelta di per se è discutibile, i ceceni sono di fede musulmana e secessionisti, gli stessi calciatori sono a disagio e soprattutto ignari di cosa ci sia dietro la semplice amichevole. Un accordo stipulato fra il Presidente della regione Razman Kadyrov e il magnate porta in Israele i calciatori del Terek Grozny: l’attaccante Zaur Sadayev e il difensore Dzhabrail Kadiyev.

L'espressione di Kadiyev e Sadayev è palesemente condizionata dal peso che sanno avrà indossare la maglia del Beitar Gerusalemme | Numerosette Magazine
Kadiyev e Sadayev, imbarazzati, alla loro presentazione con il tecnico Eli Cohen

Il tesseramento è la goccia che fa traboccare il vaso, i giocatori di fede musulmana vengono presi di mira dai tifosi tanto quanto la cordata societaria responsabile, una reazione simile a quella avvenuta nel 2004, quando il nigeriano Ndala Ibrahim fu costretto a lasciare il club per via della propria fede. Il team è in preda all’ira della Familia, gli hooligans assaltano verbalmente e fisicamente i due nuovi arrivati durante una partita di Coppa nazionale e il sostegno sul quale si affidavano i ragazzi è del tutto sparito. Anche il portiere-capitano Ariel Harush viene preso di mira per aver presieduto la conferenza stampa di presentazione, dove ha accolto calorosamente i due giovani. Il 3 marzo 2013 si arriva al punto di non ritorno, il mister schiera titolare la punta Sadayev contro il Netanya e, ironia della sorte, il ceceno sigla il fondamentale vantaggio rimettendo la Menorah in carreggiata, mentre la curva abbandona anzitempo il Gehinom. Il giorno dopo i capo ultras, Matan Navon e Evyatar Yosef, appiccano un incendio nella sede del Bait Vagan. A voler di popolo, la fascia di capitano viene affidata a Ofir Kriaf. Non basta, la compagine vacilla e la Est non sarà più presente.

L’ultima giornata di campionato è uno spareggio per restare in Ligat ha’Al e si gioca al Doha Stadium di Sakhnin in Galilea, casa dell’Ihud Bnei, la più vincente squadra arabo-israeliana della storia. Sui gradoni sventola solamente la bandiera palestinese e dal punto di vista sociopolitico la sconfitta per il Beitar Gerusalemme sembra essere vicina, se non fosse che al seguito dei giocatori arriva La Familia con la stella di Davide per supportare quelli che alla fine rimangono i propri beniamini. Lo schieramento poliziesco supera il numero dei paganti e la partita finisce 0-0: il Beitar Gerusalemme è salvo, e parte del merito va anche agli ultras che hanno interrotto, per un momento, la protesta. Sadayev e Kadayev fanno le valige di corsa, Arcadi Gaydamak si consegna spontaneamente alle autorità transalpine, Harush e Kriaf cambiano aria. Probabilmente l’impresa della crazy season vale come i 7 scudetti conquistati dal Beitar Gerusalemme in 80 anni di vita. La stagione pazza è raccontata magistralmente da Maya Zinshtein nel documentario Forever Pure (2016) mediante interviste ai diretti interessati.

Qualche mese fa, dopo l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, la dirigenza del Beitar Gerusalemme ha modificato il nome in Beitar Trump Gerusalemme.

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