Fenice italiana

Facciamo una premessa.
Navigando in un mare di incertezze, bisognerebbe partire convincendoci di una verità innegabile: bene o male che gli si voglia, Mario Balotelli è una rockstar.
Certo, chiunque abbia passato almeno una notte della sua vita con Mick Jagger – o almeno vissuto gli anni ’70 – potrebbe storcere il naso. Tuttavia se dovessimo scegliere un ragazzo italiano a cui affibbiare tale etichetta nel 2018, non avremmo alcun dubbio.

Potrebbe sembrare delirante ciò che abbiamo appena detto però, almeno per chi sta scrivendo questo pezzo, Mario ha due caratteristiche che lo accomunano a tutti gli Steve McQueen dei tempi che furono, oltre alla grande attenzione mediatica e alla capacità di stupire sempre.
La prima è la dote di vivere in assenza di grazia, quando tutti quelli che ti stanno attorno – e se giochi a pallone ad alto livello sono tanti – ti voltano le spalle.
La seconda invece è la facoltà di rinascere, di tornare dopo essere stato dato per finito da tutti quanti.
Ecco, sia chiaro, per “finito” non dovete intendere l’aver terminato la propria carriera ma il non aver più niente da dimostrare ad alto livello.
Strano come concetto, diranno in molti, ma chi ha seguito la carriera di Balotelli dagli inizi capirà di sicuro.

Basterebbe, per spiegare quanto appena affermato, prendere l’esempio della sua cessione dall’Inter al Manchester City.

All’epoca Mario, quasi ventenne, aveva già 20 gol all’attivo in serie A, non giocando mai, tra l’altro, da primo risolutore offensivo della squadra ma spesso come seconda punta o esterno.
Eppure nessuno si azzardò a protestare quando i 28 milioni di euro dello sceicco finirono nelle casse, ancorché da rimpinguare, dei Moratti, anzi paradossalmente furono molti sostenitori Sky Blues a storcere il naso per i troppi soldi spesi.
Visti i prezzi di oggi fa un po’ ridere questo, ma erano altri tempi, anche se in teoria sono passati appena 8 anni.

Immaginiamo che tra i lettori comunque ci sia ancora qualcuno non convinto del Balotelli rockstar e delle sue caratteristiche, allora vi proponiamo una sfida: trovateci un altro calciatore che a 20 anni ha già vinto tutto, a 22 è finito sulla copertina del Time, a 23 ha già giocato per Inter e Milan, a 24 è additato come l’unico responsabile di un Mondiale fallito, venendo ostracizzato, a 26 è un giocatore ai titoli di coda e a quasi 28 è invocato per tornare a rialzare la Nazionale.
Non pensateci troppo, non esiste.

Abbiamo divagato un po’, tuttavia per cercare di spiegare il Balotelli calciatore era necessario porre queste basi, soprattutto perchè giudicarlo come si valuta un normale attaccante sarebbe ingiusto e fuorviante.
Abbiamo trovato molto scorretto ciò che si dice su di lui, quindi abbiamo deciso di evitarvi la solita retorica del “è bravo ma non si applica“, anche perché quando i professori a scuola lo dicevano ai nostri genitori ci dava parecchio fastidio. E pensiamo anche a voi.

Anche perché uno che segna questi gol, scarso, non può essere.

L’aquila di Nizza

Il Balotelli arrivato sulla Promenade des Anglais nel 2016 era un attaccante triste, reduce da 7 gol in 51 presenze nei 2 anni precedenti, passati tra Liverpool e Milan.
I discorsi su di lui ormai erano contraddistinti da quella classica ironia tricolore, volta a ridicolizzare chi ormai sembra non aver più nulla da offrire.
Le voci di mercato, tanto per dare adito a tali teorie, parlavano addirittura di una trattativa in corso con il Chievo.
Non ce ne vogliano i tifosi gialloblu, ma in quel momento sembrava la materializzazione esatta delle teorie dei suoi detrattori.

Con questo background si metteva addosso per la prima volta la maglia rossonera dei francesi.
Le prospettive non erano certo delle più rosee e il giudizio circa il suo valore, anche in Francia, non poteva essere positivo.
Certo, nessuno aveva fatto i conti con due fattori fondamentali.

Il primo, che sappiamo già, è che una vera rockstar dopo aver toccato il fondo torna sempre in alto.
Il secondo ha un nome ed un cognome: Lucien Favre, il miglior allenatore di cui non avete mai sentito parlare, ne avevamo anche già parlato, di lui e del Nizza.

Un mister capace di portare, nel giro di una stagione e poco più, il Borussia Mönchengladbach dalla zona retrocessione ad una qualificazione alla Champions League  che mancava dal 1977.
Quando fai rinascere così una squadra, recuperare un calciatore delle qualità di Mario Balotelli può anche essere considerato semplice.
Infatti, dopo aver segnato il gol decisivo al Nantes il 30 ottobre 2016, a poco più di 2 mesi dal suo arrivo nella Costa Azzurra, SuperMario aveva già fatto più gol rispetto alle due precedenti stagioni messe insieme.

Balotelli Terminator

Il sessantenne allenatore svizzero ha, come spesso nella sua carriera, fatto la cosa più semplice, riportandolo al centro dell’attacco del suo 4-2-3-1, senza opprimerlo con estenuanti compiti difensivi, ma coinvolgendolo solo come primo portatore di pressing sulla linea dei centrali di difesa avversari.
In fase offensiva invece lo ha incoronato primo risolutore della squadra, cercando di sfruttare al meglio le sue doti in area di rigore, sacrificando, parzialmente, il suo contributo in fase di costruzione di gioco.
Un ruolo, quello del finalizzatore d’area, voluto e intuito da Favre che, almeno nella scorsa stagione, ha deciso di marginalizzare le grandi doti di tiratore dalla distanza di Balo, in favore di una maggiore precisione sottoporta.
Non a caso, 14 dei 15 gol realizzati in Ligue 1 nella scorsa stagione sono arrivati da dentro l’area.
Un’intuizione geniale si potrebbe dire, dato che, il 2016/17 è stata la più prolifica annata per Balotelli, che mai aveva segnato 15 gol in campionato nella stessa stagione con la stessa squadra.

Ed eccoli tutti.

Potrebbe superarsi già quest’anno, dove, a metà gennaio, è già arrivato a quota 12 marcature in 15 partite, una ogni 96 minuti.

Per dire, è più o meno la stessa di Icardi.

E no, non li stiamo paragonando e sappiamo benissimo quanto sia più facile il campionato francese, però era per far capire, quanto non si debba sottovalutarlo.
Oltretutto, altra abitudine cambiata rispetto ai vecchi tempi, non ha sofferto minimamente il cambio di modulo attorno a lui, con il passaggio al 4-3-3 che lo ha responsabilizzato ed esaltato.
Quest’anno si è messo pure a tirare con più costanza, passando da 2,6 tiri di media a partita a 3,3, con i gol da fuori area che sono aumentati, anche se di poco, passando da 1 a 2. Contando che siamo solo a metà stagione, questa voce potrebbe e dovrebbe sensibilmente aumentare.
Se Favre riuscisse a renderlo un calciatore più funzionale al gioco di squadra, mantenendo invariata la sua media gol, qualsiasi italiano dovrebbe tenere un suo santino nel portafoglio.
Nel frattempo il Nizza è la squadra con cui ha segnato più gol in carriera, il tutto in appena una stagione e mezza. Dovrebbe bastare.

A volte (forse) ritornano

All’inizio di questo pezzo, abbiamo detto di come Balotelli, a 24 anni, fosse stato indicato come il principale responsabile del disastro ai Mondiali brasiliani.
E ad oggi, la disfatta contro l’Uruguay a Natal resta infatti l’ultima partita di Balotelli con la Nazionale italiana.
Certo, il suo rendimento tra il 2014 e il 2016 non era esattamente una garanzia per una convocazione, ma, parlando dal post Europeo in poi, visto anche un attacco che faticava a produrre concrete occasioni da gol, una chiamata era più che lecito aspettarsela.
Ad ogni modo, a chiunque sarà il nuovo CT dell’Italia post apocalittica, la questione Balotelli verrà, per forza di cose, posta e, 4 anni e un disastro decisamente più grande dopo, le possibilità di rivederlo con la maglia Azzurra sono abbastanza alte.
Anche perché, se contiamo su diverse punte esterne e qualche punta forte in area, un attaccante forte sia in area che fuori, veloce e bravo sia di testa che coi piedi ci sta mancando come il pane.
Ecco, il Balotelli che si sta osservando in Francia è tutto questo, un all-around dell’attacco, che a mister Ventura avrebbe probabilmente fatto comodo.

E scommetto che nessuno si è dimenticato di questa partita.

Al di là del suo gioco in campo, crediamo che sia importante sottolineare un’ultima cosa.
Che lo si voglia o meno, Mario Balotelli è la perfetta sintesi di cosa voglia dire “Italia” nel 2018, con i suoi tanti pregi e talenti, i suoi molti difetti e la sua nuova, complessa e molto difficoltosa realtà sociale.
Ecco perché, il fatto che la rappresenti un guerriero Ashanti che parla con uno spiccato accento bresciano, nato al sud e cresciuto al nord, emigrato, tornato e riemigrato più volte per trovare successo, potrebbe – orrore dovrebbe – sembrarci normale.

Ammesso che Mario Balotelli e normalità siano due termini accomunabili.

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