Inter nuova, Inter vecchia

L’anno scorso un video di 42 secondi, pubblicato sugli account ufficiali dell’Inter, ha innescato una delle narrazioni più controverse e affascinanti del nostro calcio recente. Con un bel primo piano hollywoodiano, lo sguardo di ghiaccio di Antonio Conte parla allo spettatore:

Un club che non è da tutti. Con i suoi tifosi che si chiederanno: perché proprio io?

La domanda pare più che lecita. Perché proprio Conte? Perché scegliere un’icona vivente della rivalità più accesa del calcio italiano? Non uno qualunque, ma un monumento della più grave tragedia dell’interismo recente, quel 5 maggio 2002 per sempre immortalato nelle lacrime romane di Ronaldo il Fenomeno. Antonio Conte, l’outsider delle panchine che ha vinto il campionato con una Juventus a malapena attrezzata per raggiungere il quinto posto. Il consacratore della dinastia che da nove anni conquista inderogabilmente lo scudetto.

Fisionomia di un colpo di scena

Vederlo a Milano continua a fare uno strano effetto. Si fatica a distinguere il Conte allenatore dal Conte juventino, e forse non sarà mai possibile dividerli del tutti. L’iconografia si è sovrapposta, è stridente, c’è un disorientamento che ha rari precedenti. L’ironia, fondamento dei social, ha fatto il resto. Tra meme e post di ripicca, una cosa però è certa: l’arrivo di Conte è stato un fulmine a ciel sereno e tutti hanno capito che l’aria, a Milano, è definitivamente cambiata. La sua firma sul contratto da allenatore dell’Inter ha chiuso definitivamente un’era: e passare dalla dirigenza romantica di Moratti (e dei post-morattiani) alla pragmatica aziendale di Suning non è stato facile per nessuno. Moratti non avrebbe mai preso uno juventino di ferro come Conte, neppure se avesse avuto la certezza matematica di uno scudetto. Bene o male che sia, erano altri anni. Il calcio va avanti.

La nuova dirigenza capisce le rivalità sportive, ne è affascinata e le rispetta. Ma Zhang e il suo entourage sanno che per colmare il gap abissale che separa la Juventus dall’Inter è necessaria una lezione di filosofia cinese. Learn and improve: impara il loro metodo e perfezionalo per batterli. Pura e semplice tenacia mandarina: ripetendo questo mantra la Cina sta costruendo il suo dominio sul XXI secolo. Calcisticamente parlando, Suning punta a fare lo stesso con la lega italiana.

Learn and improve. Impara l’arte, direbbero i nostri nonni. Prima l’arrivo di Marotta, demiurgo del successo juventino, degnissimo erede di Galliani nella diplomazia calcistica. Poi Antonio Conte. I tifosi, sbigottiti, avvertono l’innesto di un corpo alieno nel cuore del club. Ma il dado è tratto, Conte è l’unica via per puntare in alto e acquisire credibilità europea. Lo scossone emotivo? Un side effect irrilevante. Poco più che un settecentesco coup de théatre.

Antonio Conte all'Inter | Numerosette Magazine
Conte durante la preparazione estiva nel 2019. Sì, è passato un anno, ma ancora non ci si abitua.

Conte e il piano Suning

L’obiettivo dichiarato dell’Inter di Suning è quello di tornare ad avere peso in Italia e in Europa. Dando lungimiranza a un club che dopo il 2010 rischiava di vivere di sole memorie, la linea progettuale di Zhang, nonostante alcune ricadute, è precisa e in crescita. In termini numerici il fatturato si è alzato esponenzialmente (dai 346 milioni del 2019 ai 410 milioni del 2019) e la spendibilità del marchio Inter è andata in surplus (+20% di ricavi complessivi). Suning tiene molto anche all’immagine: il primo investimento importante è stato l’Inter Media House, il nuovo ufficio stampa che si occupa della campagna grafica e delle presentazioni dei nuovi giocatori. Risultato: l’account Instagram del club è passato in meno di due anni da 1,9 milioni di followers a 5,3. La pagina Facebook, invece, ha recentemente festeggiato il traguardo dei 20 milioni.

Sul piano tecnico la rosa è stata sensibilmente migliorata rispetto al blocco del 2017/18 (alla firma di Spalletti, tanto per intenderci). Ma il lavoro da fare è ancora molto. Antonio Conte è stato convinto dal progetto Inter non solo per il tornaconto economico (12 milioni netti a stagione, stipendio tra i più alti d’Europa nella gilda degli allenatori) ma anche per le promesse di un intervento ingente sul mercato. Marotta ha accontentato lo staff tecnico su quasi tutta la linea: sono arrivati due attaccanti di spessore internazionale (Lukaku e Sanchez) e due centrocampisti adatti all’idea di gioco di Conte (Barella e Sensi). L’unico rimpianto rimane Dzeko, corteggiato a lungo, ma di fatto blindato dalla Roma tramite richieste troppo onerose.

Lukaku e Sanchez all'Inter | Numerosette Magazine
Solskjaer ha più volte detto che “Cedere Lukaku e Sanchez era la decisione giusta per noi”. Ora, però, lo United sembra intenzionato a riprendersi il cileno, o almeno a non fagli giocare l’Europa League con una maglia avversaria. Sic transit…

Evoluzioni

Nella prima parte di stagione abbiamo visto la miglior Inter di Conte. Arroccato nel suo proverbiale 3-5-2 l’allenatore è riuscito a trasmettere con successo la propria idea tattica ai giocatori. Tre difensori molto forti fisicamente, supportati da due corridori sulle fasce; un mediano bravo nell’impostazione (Brozovic) e due mezzali efficaci nella transizione offensiva (Barella e Sensi). Davanti, la coppia Lautaro-Lukaku ha messo a segno la maggior parte dei gol del girone d’andata tra Champions e campionato, svelando qualità che non credevamo possibili: Lukaku devastante in campo aperto, Martinez fortissimo spalle alla porta. 

1
Handanovic
2
Godìn
6
de Vrij
37
Skriniar
34
Biraghi
12
Sensi
77
Brozovic
23
Barella
87
Candreva
9
Lukaku
10
Martìnez

Nonostante un girone d’andata più che incoraggiante, l’Inter è andata incontro ai soliti problemi strutturali che, sin dalla gestione Spalletti, penalizzano la squadra sul lungo periodo. Rosa poco profonda, giocatori privi di esperienza internazionale, appiattimento progressivo delle soluzioni tattiche. L’Inter di gennaio era già annebbiata e le formazioni avversarie respingevano senza difficoltà le azioni offensive nerazzurre, assemblate ripetitivamente sulla catena di montaggio. Tre sconfitte in altrettanti scontri diretti (Roma, Lazio, Juventus) unite a sei pareggi hanno frenato quelle che fino a dicembre erano parse legittime ambizioni da scudetto.

Involuzioni

L’involuzione dell’Inter è stata innanzitutto strutturale. I continui infortuni di Sensi hanno privato Conte dell’unico fantasista in un centrocampo muscolare e tecnicamente non eccelso. Stesso discorso per le soluzioni offensive: il lungo stop di Sanchez lo ha obbligato a schierare sempre e comunque la coppia Lukaku-Lautaro, facilitando la vita alle difese avversarie. In difesa, invece, Skriniar ha perso le sicurezze che, nella difesa a 4 di Spalletti, lo avevano fatto salire nell’Olimpo dei migliori centrali d’Europa. Sulle fasce solo Candreva è sembrato veramente all’altezza di svolgere con efficacia tutte le fasi di gioco. Ancora una volta, una rosa troppo corta e riserve non sempre all’altezza hanno pregiudicato un’ottima partenza.

De Vrij e Bastoni | Numerosette Magazine
La difficile stagione di Skriniar e Godìn ha permesso ad Alessandro Bastoni di ritagliarsi un posto rilevante nelle dinamiche della squadra. Classe ’99, il giovane nerazzurro è cresciuto esponenzialmente; in ottica nazionale, non fa male pensare finalmente a un centrale mancino con ottime capacità d’impostazione.

Ma l’involuzione è stata anche tattica. Conte è senza dubbio uno dei migliori allenatori in circolazione e con il tempo ha imparato a smussare i formalismi tattici lasciando più libertà ai suoi giocatori. Nella sua esperienza inglese, ad esempio, è riuscito a vincere il campionato lasciando massima libertà a Hazard, Diego Costa e Pedro, cosa mai concessa alle punte della Juventus nel triennio 2011-2014. All’Inter, invece, Conte non ha trovato molte alternative e ha dovuto affidarsi sempre e comunque ai suoi giocatori di maggior talento. Fino a quando Sensi e Barella non si sono infortunati, la giocata standard (costruzione bassa, il lancio verso le punte e sovrapposizione della mezzala) ha funzionato a meraviglia. Ma un meccanismo privo di un piano B, dipendente in toto dai suoi giocatori di punta, rischia di incepparsi molto facilmente. Cosa che è puntualmente avvenuta.

L’accelerazione natalizia

La buona volontà della dirigenza è stata confermata anche durante la finestra di riparazione. L’Inter è intervenuta come mai prima sul mercato di gennaio, portando al servizio di Conte due esterni di ottimo livello (Ashley Young e Victor Moses) e un centrocampista mediaticamente molto rumoroso come Christian Eriksen. L’idea era quella di sopperire ai deficit sulle fasce (dove Biraghi e Candreva non avevano sostituti, o quasi) e contemporaneamente dare più qualità al centrocampo ormai orfano di Sensi.

I risultati sono stati, nel complesso, peggiorativi. Solo Young si è inserito con efficacia, sostituendo l’atteggiamento prudente di Biraghi con una spinta offensiva molto più decisa. Moses invece è arrivato con i postumi di un infortunio e si è ripreso solamente durante la sosta forzata della primavera. Eriksen, l’uomo più atteso, usciva da sei mesi di divorzio con il Tottenham, periodo nel quale, per usare un gentile eufemismo, non si è proprio impegnato a fondo. Conte ha provato a inserirlo nei suoi schemi come mezzala, ma il danese, come prevedibile, non ha portato il dinamismo di Barella o il tempismo di Sensi. Per questo motivo, già a partire dalle ultime uscite pre-Covid, l’allenatore aveva testato un inedito 3-4-1-2, nella speranza di trovare un alternativa all’attacco sulle fasce rendendo nuovamente pericolosa l’Inter in zona centrale.

Conte e i suoi fantasmi

Da quando si gioca d’estate l’Inter ha collezionato 7 vittorie, 4 pareggi e 1 sconfitta. Ruolino tutto sommato notevole, anche se i nerazzurri hanno perso diversi punti da situazioni di totale controllo. I turni infrasettimanali hanno messo sotto i riflettori i limiti della squadra di Conte, portando a galla persino degli insoliti problemi in fase difensiva – per tradizione e attitudine, il pezzo forte del club. Lungi dallo sbloccare una squadra appannata, cambiando modulo Conte è tornato schiavo del suo stesso dogmatismo, strozzando la libertà dei giocatori più creativi. Brozovic, appiattito sulla mediana, non è più il centro del gioco e ha perso quasi tutte le sue qualità di impostazione. Stesso discorso per Gagliardini e Barella, costretti a correre quasi sempre senza palla con la conseguenza (spesso tragica) di essere poco lucidi sotto porta.

Il nuovo 3-4-1-2 era progettato per dare risalto a Eriksen, che però fatica ancora a inserirsi nei meccanismi interisti. Due sole le sue partite ampiamente sufficienti: quella con la Samp (vinta per 2-1) e quella in casa della Roma (pareggiata per 2-2). Al contrario, improvvisa vitalità l’ha trovata Alexis Sanchez, regalando sprazzi di grande calcio e collezionando ben 7 assist e 3 gol (solo Messi in Europa ha fatto meglio da quando i campionati sono ripartiti).

1
Handanovic
99
Bastoni
6
De Vrij
37
Skriniar
15
Young
5
Gagliardini
23
Barella
87
Candreva
18
Eriksen
7
Sanchez
9
Lukaku

Paradossalmente, anche l’estensione da 3 a 5 cambi  ha ingigantito le difficoltà palesate da Conte nel leggere le partite. Nel corso di questa stagione l’allenatore è sempre parso restio a modificare le impostazioni tattiche di partenza e, se si eccettuano le staffette sugli esterni (praticamente obbligate al 60′ di ogni partita) le sue scelte appaiono sempre conservative. Un atteggiamento che non ispira fiducia e dà testimonianza di un’atmosfera un po’ appannata rispetto allo scoppiettante avvio di campionato.

Il blocco Inter

Il fatto stesso di elencare i difetti dell’Inter di Conte significa che ci si aspettava legittimamente di vederla lottare per lo scudetto fino all’ultima giornata. E infatti i buoni risultati non mancano: parliamo di una squadra che vanta la miglior difesa del campionato (36 gol subiti), il secondo miglior attacco (76 reti) e che è stata capace di mandare in rete ben 18 giocatori diversi (non accadeva dal 2007/08). A una giornata dal termine, l’Inter ha raggiunto il numero di punti della leggendaria stagione 2009/10 e ha a disposizione due risultati  su tre per arrivare seconda (un piazzamento così alto non lo si vedeva dal 2010/11). Infine, non dimentichiamo è ancora in corsa per la bizzarra Europa League che si giocherà a Colonia i primi di agosto.

Insomma, Conte ha sicuramente migliorato il blocco Inter, rivitalizzando giocatori ai margini del progetto (Candreva, Gagliardini), sfruttando i giovani (Bastoni, classe ’99, è ormai titolare aggiunto; tre dei sei 2002 esordienti in Serie A in questa stagione – Esposito, Pirola, Agoumé – sono nerazzurri) e mettendo nelle migliori condizioni i suoi attaccanti (Lukaku ha segnato 23 gol alla sua prima stagione in Serie A; Martìnez 14 al primo anno da titolare). Ciò su cui l’allenatore dovrà ancora lavorare è, paradossalmente, il “blocco dell’Inter”, ossia l’attitudine mentale della squadra, che troppo spesso si è spenta nei momenti decisivi della stagione, come il ritorno contro il Borussia Dortmund o il big match a porte chiuse in casa della Juventus.

Juventus - Inter 2-0 | Numerosette Magazine
Il gol di Dybala, oltre ad aver sigillato il campionato, rimane una delle giocate più belle della stagione.

Il futuro di Conte e dell’Inter

Ci sono dei dati significativi che testimoniano l’ottimo lavoro fatto da Conte nell’ultima stagione. Il possesso palla, calato dal 58% della gestione Spalletti al 52% attuale, è spia di un atteggiamento più aggressivo, volto ad aggredire l’avversario in avanti con un pressing offensivo. L’elevato numero di tiri in porta (12 contro la Fiorentina nell’ultimo turno) ci racconta una squadra che, nonostante le evidenti difficoltà tattiche, riesce comunque a rendersi sempre pericolosa grazie alla qualità indiscutibile del suo reparto offensivo.

In generale l’Inter è in crescita. Anche se la dirigenza si aspettava probabilmente un trofeo (l’Europa League è affollata di squadre sulla carta più quotate) Conte ha indicato la via e intende proseguire imperterrito. L’acquisto di Hakimi, prospetto interessante che contenderà a Theo Hernandez il podio di miglior esterno del nostro campionato, sembra confermare la volontà di migliorare una squadra costruita per pungere soprattutto sulle fasce, capitalizzando il più possibile le sortite offensive. Proprio come per il caso Sarri, riusciremo a calibrare correttamente il lavoro di Conte solo alla fine della prossima stagione.

Al momento un unico dato appare certo: il divario con la Juve, tecnico e mentale più che economico, c’è e persiste. Ci vorrà una grande campagna acquisti per provare a impensierire la supremazia bianconera.

Roma - Inter 2-2 | Numerosette Magazine

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