Antonio, hai pareggiato

Le linee del sorriso, tra il sornione e il beffardo, oggi non sappiamo quali forme hanno.

Antonio Cassano Bari | numerosette.euPossiamo solo immaginarle. Piegate all’ingiù, al massimo a disegnare una linea piatta, su un volto pieno di Sud – mai pienamente contento, mai del tutto sofferente – mentre corri nel freddo e la foschia di una Genova che hai adottato.

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L’ultimo gol, 5 Marzo 2016 (Verona 0-3 Sampdoria)

Possiamo solo immaginarti. Noi che t’abbiamo guardato sempre da fuori, anche perché dentro hai scavato un solco. Pieno di cazzate per le quali si sono dovute inventare un termine, per assonanza. Pieno di rancori e di rimpianti. Di quello che potevi essere e che non sei stato, perché non ti sei mai bastato. Ma poco ci è bastato per innamorarci di te.

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Chicchiricchì!

 

Quarantatreesimo minuto del secondo tempo, Simone Perrotta intercetta il passaggio di Luigi Di Biagio

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Uno di quegli amori inspiegabili, come devono essere gli amori, perché il tuo linguaggio non è stato innovativo. L’unica cosa della quale sei stato precursore, è quella mano che si alza davanti alla bocca per coprire le parole, verosimilmente con declinazione barese. Dopo di te hanno incominciato a farlo tutti, non solo nel mondo del calcio.

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Antonio e Josè, storia di un amore verbale

 

Perrotta lancia in profondità

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Le parole. Le tue, più o meno grammaticalmente s/corrette, non sono mai state banali. Hai deluso le persone che ti hanno voluto più bene, e te ne sei pentito, hai chiesto scusa, forse tardi. Hai sparlato dentro e fuori dal campo, questo è indiscutibile, e ne hai pagato sempre le conseguenze dentro e fuori dal campo, come giusto che fosse. Ma alla tua verità non hai mai rinunciato. E spesso la tua verità non era, poi, così lontano dalla realtà.

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8 Febbraio 2004, Roma 4-0 Juventus.

Sul prato verde dell’amore, al quale appartieni come artista del cuoio, non hai portato nulla che non si fosse già visto, ma ci è bastato mirarlo esprimere con così tanta grazia.

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Il tuo sguardo è fisso sulla sfera

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Grazia che non ti veste, dal volto butterato, e dal fisico tozzo e peloso. Sei stato, a ben guardare, l’anti stereotipo fisico del calciatore moderno. Senza addominali, con la pancetta e le maniglie dell’amore, perché veramente asciutto t’ho visto solo a Bari.

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Eppure quando tocchi il pallone…

 

Al volo di tacco, a seguire, il cuoio si alza nuovamente

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Sei un tutt’uno con la natura. Quella umana del movimento, la tua dote migliore. Crei armonia senza particolari virtuosismi d’esecuzione. Non ne hai bisogno. É la palla che insegue il tuo volere.
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Roberto Baggio e Francesco Totti. Gli unici Dieci italiani, degl’ultimi trent’anni, a cui devi invidiare qualcosa tecnicamente. Al primo un assolo che, per velocità, non è nelle tue corde. Al secondo un calcio potente, concetto che non conosci perché giochi con il rimmel sugli scarpini. Il tuo tocco è un bacio di puro amore, possibilmente con la suola.

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Ecco, ho trovato il verbo giusto. Giocare. Tu, giochi.

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Suola destra ad arretrare, interno destro, Negro e Simeone, esterno sinistro, Stankovic, olè

 

Avanti con la testa

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A entrambi, poi, devi invidiare il carisma, la costanza, la sopportazione del dolore, delle critiche, delle pressioni, la forza di rialzarsi dalle sconfitte. Ma queste cose devi invidiarli a tanti che del tuo talento, una briciola in confronto.

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Primo gol con la Roma in campionato su assist di Cafu, 13 Gennaio 2002 (Roma 3-2 Verona)

Il Dieci. Non l’hai quasi mai indossato. Solo in Nazionale. Nel fantastico Europeo del 2012 in cui sei arrivato in condizioni precarie per un problema cardiaco, e nel tanto inseguito Mondiale del 2014, un disastro, in cui hai giocato i tuoi ultimi venti minuti con la maglia azzurra contro la celeste di Suarez, Cavani e Forlan. Assurdo, hai ottenuto per riconoscenza, quella importanza nazionale che negli altri anni ti spettava per merito. Ma tu, tutto quel talento, l’hai buttato via. Nel 2006 vittorioso, quando hai deciso di lasciare Roma nel momento della maturità, quando eri diventato ufficialmente il vice-capitano della squadra, erede naturale del talento di chi ti precedeva, bruciando tutto un affetto che solo la Capitale ha saputo regalarti senza condizioni contrattuali. Sei volato, strapagato, in una Madrid che non ti ha mai ben voluto, anzi ti ha deriso. Hai segnato subito, al debutto nel derby. Poi hanno incominciato a chiamarti El Gordito, perché El Gordo era O’ Fenomeno.

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Zidane, Roberto Carlos, Cassano. Real 2-1 Atletico (4 Marzo 2006)

 

Controbalzo sfiori d’interno sinistro, accarezzi con la punta destra

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Sei tornato in Italia, a Genova sponda blucerchiata. Città che ti ha adottato, e che tu hai scelto per metter su famiglia, ricambiando totalmente, e per la prima volta un amore. Ti sei ripreso tanto, la nazionale all’Europeo del 2008, ma non quella del Mondiale catastrofico del 2010. Ti è stata negata nella tua stagione migliore, in cui hai guidato la Sampdoria al quarto posto, insieme al tuo gemello del gol, Gianpaolo Pazzini.

Poi anche quell’amore è finito. E ne sono iniziati tanti altri, piccoli. Il Milan “sopra, solo il cielo” la tua amata Inter “sopra il cielo” e l’ultimo Parma di cui sei stato simbolo di risalita nel 2014 e di denuncia nel 2015.

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Centesimo gol in Serie A, 30 Novembre 2013 (Parma 1-1 Bologna)

L’amore ha fatto il suo giro, ed è ritornato. Oggi corri da solo a Bogliasco, dannato talento…

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Gol al debutto in Nazionale, 12 Novembre 2003 (Polonia 3-1 Italia)

 

Ah, la Nazionale. Come dimenticarsi quel gol alla Bulgaria nell’Europeo del 2004. Tanto bello quanto inutile. E le tue lacrime spontanee, che rigavano il volto di un ragazzino che, semplicemente, giocava per una nazione.

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Italia 2-1 Bulgaria, 22 Giugno 2004. Il pareggio tra Danimarca e Svezia ci estrometterà dalla fase finale. (credit Panorama)

 

Veloce, muovi le tue gambe disorientanti

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Di assolo, prima, si scriveva. No, quello non lo conosci sul campo. Raramente ho visto qualcuno più corale di te, e basta vedere i gol che hai realizzato. Hai concluso disegni, le cui forme hai disegnato per primo. Se ti si guardasse solo nella fase d’esecuzione sembri più un numero 9 (x2=18, post-posto 99). Di testa, di rapina, a porta vuota, a dribblare il portiere, di punta, a incrociare, a spiazzare, al volo, in ribattuta. Raramente ho visto un tuo gol in cui prendi palla, abbassi la testa, e segni. Eppure sarai per sempre ricordato per quello, mentre sterzi tra Blanc e Panucci…

 

Esterno destro ti rimane sotto, interno sinistro svolti, Blanc e Panucci tagliati fuori

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Il tuo sguardo è alto, la tua visione di calcio è periferica. Non scatti in profondità. Arretri, ricevi, proteggi, spalle alla porta, inarchi il busto, ti appoggi sull’avversario, ti torci sulle gambe, hai creato lo spazio per l’inserimento dei tuoi compagni, ti giri e li servi con delicatezza.

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Giro giro Hummels, gira la terra, Balotelli segna. Italia 2-1 Germania (28 Giugno, 2012)

Questo sei stato. Sei. Qualità al servizio. Hai vissuto sul campo più per l’assist che per il gol. In questo singolo fondamentale, il miglior calciatore italiano che abbia mai visto dal 1999.

 

Sei in area di rigore, sono tutti in piedi, arresti la corsa, alzi sottile lo sguardo e ti sbilanci

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Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare.

Tratto da Dico Tutto (2008), autobiografia scritta con Pierluigi Pardo

 

Hai le maniche della maglia corte, è il 18 Dicembre 1999.  Bari 2-1 Inter. Nella tua Bari.

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Antonio, hai pareggiato.

Non te l’aspettavi così, in solitudine, sotto traccia, con un portiere personale per continuarti ad allenare. Ma il Tempo, con te, sembra assumere un’accezione diversa, di staticità. Prova a fermarlo. Di nuovo.

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