Amore immaginato

San Valentino è, nel mondo pagano, la festa degli innamorati.

La domenica – o il martedì e il mercoledì, saltuariamente – è, nel mondo calcistico, la festa degli innamorati.

Ma cos’è, effettivamente, l’amore?

È tutto e niente. È essere vulnerabili, scrive Lewis; è volere il bene dell’amato, pensa Eco; è fuoco scintillante negli occhi degli amanti, poetizza Shakespeare. L’amore è, sostanzialmente, la benzina che fa viaggiare la macchina della vita.

Le teorie sopra citate, anche se di diversi scrittori, descrivono pienamente anche quello è considerato il concetto di amore in ambito calcistico. Noi tutti risentiamo dei risultati della nostra squadra, ed anche se andiamo fuori di testa dopo un filotto di sconfitte consecutive e di prestazioni altalenanti, continuiamo comunque ad esserle fedeli. Se il calcio fosse un fiume, l’amore – dei tifosi e degli addetti ai lavori – sarebbe il suo principale affluente.

Sono tante le storie che fanno da contorno a quello che è considerato lo sport più bello del mondo: da giocatori devoti ad una sola maglia a club salvati ad un passo dal fallimento, passando per dichiarazioni d’amore e tatuaggi indelebili. Ma ci sono anche “matrimoni” finiti, cuori spezzati e tradimenti improvvisi: il mondo del pallone è sempre in bilico tra l’amore vero e quello immaginato. Proprio questo è quello che cantavano Piero Pelù ed Anggun all’inizio del nuovo millennio: era quello che ti chiama e poi non chiama e poi sta lì in agguato, o quello che fa bene e che fa male.

L’amore immaginato è quello che ti inganna: è un bacio nello stemma del club cucito sulla maglia, che poi si rivela più falso di quello di Giuda.

Pensavo fosse amore, invece era un calesse

Così titolava un film di Massimo Troisi: lui utilizzò questa metafora per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute

L’amore, spesso infatti, ti illude. Ti lascia a bocca aperta, stupito, come quando leggi che la maglia e lo stemma dell’Heerenveen non sono contornati da cuori, ma da pompeblêden, ninfee rosse, la cui forma ricorda esattamente quella di un cuore.

Martin Odegaard, talento prodigio | numerosette.eu
Quello è Odegaard e quella è la maglia dell’Heerenveen, ma quelli non sono cuori.

L’amore ti fa sognare. Ti fa credere di aver finalmente raggiunto un obiettivo, salvo poi ritrattare. Hatem Ben Arfa era così, il giorno della presentazione al PSG: felice, spensierato, proiettato verso un futuro luccicante come i trofei che avrebbe potuto vincere. In molti erano rimasti letteralmente ammaliati dalle sue gesta dell’anno precedente a Nizza, esattamente come quando dal Trocaderò ti si apre davanti la vista mozzafiato della Tour Eiffel: gol a destra e a manca, giocate sopraffine, testa finalmente tornata sopra le spalle.

Ma l’amore, spesso, ti mette davanti un muro di cemento armato, invalicabile.

Ti mette fuori rosa, in un angolino, e via poi con le accuse di mobbing. Tanti ne sono stati vittime: Ledesma, Marchetti, Pandev, per ultimo Gigio Donnarumma. È più o meno la stessa cosa che è successa a Ianis Hagi, figlio del grande Gheorghe, uno dei migliori talenti rumeni comprato dalla Fiorentina, con l’auspicio di ripetere ciò che fu fatto con Adrian Mutu: 2 presenze in due anni, in quella squadra che proprio il padre gli aveva consigliato. La famiglia è importante, nelle questioni di cuore: ti consiglia, ti aiuta, ti affianca in caso di divorzi inevitabili.

L’amore si fa risentire, a distanza di tempo. È un cane che si morde la coda, è un ciclo senza fine. È l’eterno ritorno di Nietzsche, è lo yin e lo yang. L’amore è quello di Aljaksandr Hleb per la propria patria, la Bielorussia, e per quel Bate Borisov dove è tornato per 4 volte durante una carriera quasi ventennale. È quello di Landon Donovan, il superhero del soccer americano, che va via da Los Angeles – la City Of Angels cantata dai 30 Second To Mars – per poi ritornare e ripetere il ciclo ancora e ancora; che ti fa dire basta con il calcio, ma ti manca troppo il profumo dell’erba dello stadio per poter già passare a quello dell’erba del giardino di casa.

L’amore è quello nel cuore e nella testa di Thierry Henry e di Tomáš Rosický, che da adulti sono tornati là dove tutto è iniziato: Titì all’Arsenal, in un Emirates dove non aveva mai messo piede, e dove dopo dieci minuti dal suo ingresso già gonfiava la rete del Leeds United; il piccolo Mozart allo Sparta Praga, dove ha imparato a vincere e dove potrà scrivere nuove composizioni, in attesa che il sole tramonti sul fiume Moldava.

L’amore non va in vacanza

Shakespeare ha detto: “Il viaggio termina quando gli innamorati si incontrano”. Non è proprio così, almeno nel mondo del pallone. Totti è sempre stato innamorato della Roma, Del Piero della Juventus, Zanetti dell’Inter: tutti e tre hanno coltivato l’amore per una maglia che hanno imparato ad amare, a difendere e ad onorare.

Loro erano i Cupido, le frecce erano il tramite che faceva innamorare chi li guardava.

Fuori dai confini nazionali, la frase “quando morirò portatemi ad Anfield” è l’incarnazione della visione che Steven Gerrard ha per il calcio, o meglio, per il Liverpool. Simile la storia di Philipp Lahm, che a Monaco di Baviera è nato, ha vissuto – e vive – ed ha vinto. Come scrisse Giulio Cesare: veni, vidi, vinci.

E l’amore no, non va in vacanza. Menzione d’onore per i tifosi dell’Hereford United, che hanno assistito al fallimento del proprio club per poi ricrearlo, attraverso un fondo comune aperto alle offerte di tutti; i supporters del Wimbledon, in tempi un po’ meno recenti, fecero la stessa cosa. Costretti a vedere la propria squadra emigrare nella vicina Milton Keynes, decisero di rifondarne una nuova: l’AFC, letteralmente “A Football Club”, oggi facente parte della League One, terzo livello professionistico inglese. L’amore che non va in vacanza è quello che i tifosi degli Hearts scozzesi hanno tramutato in sterline per salvare il club dai debiti: creato all’interno di una sala da ballo nel 1874, la musica non poteva smettere di suonare, 139 anni dopo. E la società, per sdebitarsi, scrisse i nomi degli 8000 tifosi che parteciparono alle donazioni sull’away kit, la seconda maglia del 2015/2016. Difficile non provare un sentimento di amore per gli Hearts, in questo caso.

Se dobbiamo ballare, allora balliamo.

Bisogna amare sempre, tutti i giorni dell’anno, tutte le ore e tutti i minuti.

Dal primo minuto al triplice fischio.

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