Amore, bugie e pallacanestro

“Ma a voi il basket vi ha tarlato il cervello.
Ma fin da piccoli, eh?”

Semicit.

Si. Probabilmente è andata così. Un buco in testa deve esserci, per quanto minuscolo, perché altrimenti non si spiegherebbero i cunicoli chilometrici che ogni notte la palla a spicchi allunga all’interno della propria testa. Come con tutte le cose, un giorno ci si trova davanti a qualcosa che non si era mai visto e le opzioni sono due: piace o non piace. Ora, non si può certo giudicare chi non ama la pallacanestro, ma di sicuro si può provare a invogliare quegli strani soggetti e provare a tarlare anche il loro di cervello.

Perché se la pallacanestro piace, la mossa successiva sarà quella di non staccarsi più da quello sport che da subito inizia a fare presa su qualsiasi neurone sano prima, malato poi. Ma può considerarsi malattia? Può dirsi malato qualcuno che ama il basket? O addirittura, può definirsi strano chi aspetta ogni notte per vedere anche solo un quarto di partita? Forse si, è malattia. Però, se l’effetto è questo, allora non si potrebbe desiderare altro se non rimanere febbricitanti a vita. Una febbre che porta ad amare il parquet, a venerare il gioco, a dire bugie per rimanere aggrappati alle luci dell’alba e godersi lo spettacolo d’oltreoceano. Questo è quanto.

La classica bugia che ogni tifoso di Brooklyn si ripeteva all’inizio di ogni stagione era che “questo sarà l’anno giusto per la rivincita“; eppure ripetere solamente una frase, non la rende sintomo di verità. Lo hanno ricordato a tutti gli Hornets, una squadra che non faceva paura a tanti, che adesso incute timore a molti, viste le ventitré vittorie e ventotto sconfitte che li hanno portati a giocarsi gli ultimi posti utili per entrare nel tabellone dei Playoffs, cosa per niente semplice in una Conference dove, tra gli raggiungibili Cavs di LeBron, i ritrovati Celtics di Thomas e i mai domi Raptors, Wizards e Hawks, bisogna lottare fino all’ultima giornata. La vittoria contro i Nets è valsa da mattoncino per raggiungere i Pistons vicino all’ottavo posto, ed è arrivata con la doppia cifra di 7 giocatori su 9 che erano ieri allo Spectrum Center, tra i quali anche un Marco Belinelli da 17 punti. Purtroppo, finché i soli Bogdanovic e Lopez saranno i soli a sapere trattare la palla tra le fila della grande mela, i tifosi dei bianconeri saranno costretti ad ammettere la loro frase come bugia, la rivincita come utopia, la vittoria come un sogno non ancora sognato.

E se amate davvero la pallacanestro, non destate dal sogno Houston. Non dite a Mike D’Antoni che Harden non è un playmaker, perché lui lo sa già. Non dite a Gordon e Nene che sono solo dei mediocri giocatori, perché loro si sentono fortissimi. In effetti è meglio non dire niente. Bisogna solo guardare, osservare meticolosamente minuto per minuto, secondo per secondo ogni passaggio, ogni tiro, ogni schema. Perché i Rockets sono uno spettacolo, soprattutto ‘il barba‘. Trentasette vittorie e diciassette sconfitte, a fronte delle 41-41 dello scorso anno, secondi solamente dietro Warriors e Spurs. I Magic hanno fatto come è stato detto: hanno guardato, hanno osservato; inermi, senza colpo ferire, senza potersi muovere più di tanto, perché i razzi non lo permettevano. Vedere gli score di Ibaka e Fournier, così come quelli di Vucevic, potrebbe far pensare che alla fine la partita è stata combattuta, ma a parte un piccolo sussulto d’orgoglio nel terzo quarto, i 24 punti di distacco finali raccontano esattamente la trama della storia.

E alla fine è andata in scena la bugiarda storia d’amore più grande dell’anno, che farebbe innamorare della pallacanestro anche i più restii ad ammettere simpatie per la stessa. Dirk Nowitzki ha preso il palcoscenico e ha recitato come non faceva da tempo, con 25 punti che, purtroppo, non sono bastati per vincere contro Lillard e compagnia. La bugia sta nella frase pronunciata da molti, creduta da pochi, che diceva che ormai era finito, vecchio, lento, mai decisivo. Provate a raccontarglielo oggi. E’ vero, ha perso di uno contro i Trailblazers, ma a Matthews, Barnes, Harris e Ferrell sta lasciando tutta la sua esperienza e la mentalità vincente che l’ha reso tale, che sta trasformando lentamente Dallas in quella meravigliosa ondata di calore e voglia di vincere con la quale ha realizzato il sogno NBA nel 2011. Chi vuole provare a realizzarlo in termini brevi, questo sogno, sono i ragazzi di Portland, che con Lillard e McCollum stanno vivendo una stagione altalenante, che li vede ora come ora a lottare con i Nuggets per l’ultimo posto libero dei Playoffs. Manca molto, ma far siche queste onde irregolari si blocchino è senza dubbio una necessità fondamentale per il roster guidato da Terry Stotts.

Si parlava di un cervello tarlato, di una mente predisposta alla bugia per immaginare che tutto è possibile e niente è irrealizzabile. La parola in comune è pallacanestro e l’emozione che suscita è sempre amore. Incondizionato. Irrinunciabile. Incommensurabile. Che altro?

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