Álvaro Domínguez: gioventù sprecata

“Dove troveremo un altro come lui?”

La domanda posta nel titolo della Gazzetta dello Sport il giorno successivo al ritiro di Marco Van Basten, non aveva e non ha ancora una risposta . Non stiamo qui a fare assurdi paragoni: il dispiacere calcistico del ritiro di Álvaro Dominguez non può essere paragonabile a quello del ritiro del Cigno di Utrecht. Quello umano invece sì: come Van Basten il giovane difensore spagnolo è infatti un ragazzo che ha detto addio troppo presto al gioco che ha amato fin da bambino. Come il campione olandese si è dovuto arrendere alla sfortuna, a un destino avverso che gli ha donato un fisico troppo fragile, ed ha dovuto salutare prima del tempo i suoi sogni.

Qualche soddisfazione ha fatto in tempo a togliersela fortunatamente: scartato dal Real Madrid, Álvaro è entrato nella cantera dell’Atletico Madrid, squadra di cui è tifoso sfegatato. Con i Colchoneros ha debuttato in prima squadra nel 2008, ha conquistato da titolare la Europa League nel 2010 contro il Fulham, riassaporando pochi mesi dopo il dolce sapore della vittoria nella finale di Supercoppa Europea contro l’Inter fresca di triplete. Due anni dopo, con l’arrivo in panchina del Cholo Simeone, Álvaro perde il posto da titolare, che il tecnico argentino affida stabilmente alla coppia GodínMiranda, ma scenderà comunque in campo alla fine della finale di Europa League del 2012, stavolta contro l’Athletic Bilbao.

 Il momento più alto della carriera: dopo anni di magra l’Atletico torna alla vittoria

Anche con la nazionale il giovane Dominguez si toglie le sue soddisfazioni: campione d’Europa under 21 nel 2011, titolare nella Roja che prenderà parte alle sfortunate Olimpiadi del 2012, quasi un anno dopo la prima convocazione nella nazionale maggiore di Vicente Del Bosque con conseguente debutto contro la Serbia. Nell’estate del 2012 è uno dei difensori giovani più promettenti dell’intero panorama europeo: ad appena 23 anni ha già notevole esperienza internazionale, oltre a doti fisiche e tecniche superiori alla media.

 ¡Campeones!

Per non fermare la propria crescita a volte è necessario fare scelte dolorose e Álvaro lo sa: all’Atletico è chiuso dai due totem Miranda e Godín e a quest’età di stare in panchina non se ne parla. Dopo 120 gol e 6 reti è tempo di fare le valigie e di abbandonare la propria squadra del cuore, che andrà a sostenere come un tifoso qualunque nella sfortunata finale di Lisbona (vedere il tweet sotto per credere), per andare in Germania, destinazione Mönchengladbach. Una città piccola e fredda rispetto a Madrid, ma dove c’è tanta voglia di calcio e di fare le cose per bene, e dove si può crescere ulteriormente prendendosi le giuste responsabilità senza essere schiacciati dalla pressione.

In terra tedesca le cose vanno tutto sommato come ci si aspettava: la squadra ha un progetto ambizioso e i piazzamenti dall’arrivo di Dominguez sono sempre migliorati. Un ottavo posto, poi un sesto e poi un terzo, con conseguente piazzamento in Champions League. Niente male, ci sarebbe anche tempo per crescere ulteriormente, individualmente e come club.

 Non è mai stato un bomber, ma qualche soddisfazione sotto porta se l’è tolta

 

C’è un però, un grande però: Álvaro da tre anni a questa parte è stato spesso infortunato. Tre anni fa infatti ha subito un grave infortunio alla clavicola, e da allora il calcio per lui non è stato più gioia, ma spesso è stato sinonimo di sofferenza e dolore. I medici del Gladbach non hanno capito l’entità dei suoi problemi fisici, e lo sport che amava si è trasformato in calvario:

“Ho passato gli ultimi tre anni giocando in condizioni fisiche pessime. Sono stato obbligato a giocare e a causa di ciò ho subito due operazioni, con conseguenze che ancora subisco”.

Dal 7 Novembre 2015 il difensore spagnolo non scende in campo, tartassato dai dolori alla schiena. Ha provato a curarsi a casa, a Madrid, lontano da quei medici che non hanno capito la portata dei suoi problemi fisici. Ma non è servito a nulla. La decisione è stata chiara, l’unica possibile, e Álvaro lo ha comunicato con un video:

“Oggi devo dire addio a voi e a questo sport che tanto mi appassiona. A nessuno piacerebbe essere un invalido a 27 anni. Questo è il prezzo che devo pagare. Un abbraccio e spero di vedervi presto.”

Parole semplici, chiare, piene di rimpianto ma anche pronunciate con la consapevolezza che il saper giocare a calcio è un dono meraviglioso ma la vita lo è ancor di più. Una decisione logica per un calciatore generoso, polivalente e amato dalle tifoserie delle uniche due squadre per cui ha giocato. Uno che non avrà problemi a crearsi una nuova vita dopo quella calcistica. Noi speriamo, già da adesso, di vederlo su qualche panchina tra qualche anno e magari di vedersi restituire dagli dei del calcio quello che un destino beffardo gli ha sottratto in maniera così crudele.

Hasta pronto, Álvaro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.