All you need is love

Ogni tifoso ha quattro tempi, ogni notte, per innamorarsi dei giocatori davanti a loro.
Ogni giocatore ha quattro quarti, ogni notte, per far innamorare i tifosi che li guardano.
Ogni arbitro ha quattro periodi, ogni notte, per farsi odiare dai tifosi e dai giocatori.
Tutto questo spettacolo, ogni notte, si ripete da capo.

Ma la notte passata non era una qualsiasi, per quanto i match giocati fossero alcuni tra tanti, bensì era quella di San Valentino. Perlomeno, mentre in America si preparavano a festeggiarlo, in Italia era già l’alba, quindi il pensiero volava direttamente a come festeggiare con il proprio innamorato l’anno prossimo. E chi l’amore lo dona anche a una squadra NBA, sicuramente avrà aspettato sul divano il proprio ‘Valentino’ con ansia e trepidazione, per guardarlo, tifarlo, adorarlo.

I Beatles dicevano che ‘all you need is love‘, tutto il resto viene da sè, lasciato a uno spazio e a un tempo gestito dalla forza che ‘move il sole e l’altre stelle‘. E probabilmente questa forza muove anche i tifosi e i giocatori a dare il meglio l’uno per l’altro, per dimostrarsi a vicenda quanto tengono davvero alla propria squadra. Se poi se questo accade nella notte degli innamorati, quando chi lo è davvero, parafrasando De André, si concede spoglio a ogni pudore nei confronti del suo amore per il basket, dimostrandosi fin troppo affettuoso e decisamente molto legato ai colori di una squadra, allora significa che è amore vero.

E rimanendo in tema di citazioni, tornando alla canzone dei Beatles, forse solo il 14 febbraio i Kings potevano convincersi che ‘there’s nothing you can do that can’t be done‘, riuscendo così a battere i più quotati, per quanto non certo in formissima, Lakers di coach Walton. Un solo punto di distanza tra le due squadre, arrivato grazie a un tiro libero a nove secondi dalla fine da parte di Demarcus Cousins, autore di una signora partita da 40 punti e 12 rimbalzi, prestazione alla quale dovrebbe abituare più spesso tifosi e compagni. Per quanto riguarda Los Angeles, solamente Lou Williams ha provato a tenere aggrappata la squadra alla partita, con i suoi ventinove punti in ventiquattro minuti, con una tripla a 30 secondi dalla fine che ha fatto saltare in piedi l’intero Staples Center. Peccato che Randle, Ingram e Russell stessero pensando già alla cena con la propria fidanzata, perché se solo avessero messo per un minuto in più la loro testa nel gioco, avrebbero portato a casa il risultato.

Cosa che ha fatto Chicago tra le mura amiche, contro i più quotati Raptors, sempre quinti e alle costole di Atlanta in classifica di Conference. Mentre Butler si è messo senza discutere al servizio della squadra, dispensando assist (12) e punti (19), in maglia rossa DeRozan ha eseguito giocate troppo fini a sé stesse, cercando di risolvere da solo una partita che l’ha visto lentamente capitolare nell’arco dei quattro quarti. Il solito Lowry ha provato a portare Toronto sotto nel punteggio, ma ormai era troppo grande il distacco dai Bulls. Il risultato è stata la doppia cifra del già citato Butler e di Gibson, insieme a un Rondo ritrovato per una notte e a un McDermott in serata di grazia.

Poco da dire sull’ultima gara in questione, quella tra i campioni in carica di Cleveland e le eterne promesse di Minnesota. Hanno vinto i primi: nonostante sembrasse una gara di facile risoluzione, alla fine del terzo periodo il risultato era sul 93-93, con un super buzzer beater da parte del mattatore dei TWolves, Andre Wiggins, 41 punti finali a referto. Ma il #22 dei giocatori di Thibodeau non poteva far tutto da solo, e ha trovato una mano non indifferente nei 16 assist di Rubio e nella meravigliosa doppia doppia di Dieng. Se poi anche Towns partecipa alla festa con 26 punti, ecco che lo spettacolo è assicurato. Ma quando tutte queste situazioni si incrociano tra loro, risultando perfette nell’esecuzione e nella realizzazione, ecco che prontamente dall’altro lato accade qualcosa che non si poteva immaginare. O meglio, la forza di LeBron è sempre pronosticatile; ciò che non si può prevedere è come la utilizzerà. Stanotte l’ha utilizzata al meglio, regalando assist a chiunque passasse sul parquet, trasformando in schiacciate poderose tutti i cioccolatini di Irving, inventandosi penetrazioni dove lo spazio non si poteva neanche pensare. Sarà stata la magia della festa degli innamorati, ma la palla sembrava davvero voler fare solo ciò che volevano i Cavs: rimaneva attaccata alle mani di Thompson e Frye (21 rimbalzi in due), per poi lievemente adagiarsi dentro la retina, prima di ritornare tra le maglie gialle per ricominciare tutto da capo.

Perché ogni notte, su un parquet d’America, la palla ha quattro quarti per poter essere messa nel cesto una volta di più degli avversari.
Perché ogni notte, su un parquet d’America, chi difende ha quattro quarti per poter riuscire a farlo una volta in più degli avversari.
Perché ogni notte, su un parquet d’America, ogni giocatore deve falling in love with the ball una volta in più degli avversari.
Tutto questo, su un parquet d’America, si ripete ogni notte.

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