Adieu Jules Bianchi, la morte di una stella che non ha potuto accendersi

5 ottobre 2014, circuito di Suzuka, Giappone. Questi sono la data e il luogo che racchiudono gli ultimi attimi di vita realmente vissuta dal giovane Jules Bianchi, pilota in forza alla Marussia, ma talento cresciuto e supportato dalla Ferrari; Jules parte dalla diciottesima casella in griglia, sempre nelle retrovie, con quella monoposto priva di ambizioni, tuttavia non come lui, che sogna di tornare lì dove tutto è iniziato, a bordo della Rossa di Maranello, chissà magari un giorno a lottare per vincere una gara o, sognando ancora più in grande, un titolo mondiale. In quel pomeriggio uggioso però, non c’è tempo di volare con la fantasia verso il futuro: c’è una gara da portare al termine, l’obiettivo è quello di ottenere un piazzamento dignitoso, giungendo al traguardo dinanzi al compagno di squadra Stevens e perchè no, guadagnando anche qualche altra posizione, impresa non impossibile per un talento di un certo calibro. A preoccupare Bianchi e gli altri corridori sul tracciato ci si mette inoltre una pioggia fastidiosa, che rende le condizioni dell’asfalto tutt’altro che sicure, ma “the show must go on” e la gara ha ugualmente inizio seppur dietro la safety car.

L’incipit della corsa è disastroso: nel corso del primo giro, la Caterham di Ericsson va in testacoda a causa dell’acqua caduta copiosa lungo tutto  il circuito giapponese e la direzione di gara opta per l’esposizione della bandiera rossa, che sancisce l’interruzione della contesa. Venti minuti di sospensione per valutare se vi siano i presupposti per ripartire: il verdetto è positivo e si ricomincia. Sembra che tutto si svolga finalmente in maniera normale fino a quel maledetto giro 43, l’ultima tornata della giovane anima di un giovane ragazzo francese di belle speranze. Alla curva Dunlop, il tedesco Adrian Sutil perde il controllo della sua Sauber e finisce nella ghiaia, dove di conseguenza si precipitano i commissari per rimuovere la vettura con l’intervento dell’apposita gru. Soltanto un lap dopo il destino gioca un tragico scherzo a quell’ “enfant prodige” nato a Nizza e che sognava la Ferrari; la sua Marussia esce di pista alla medesima curva, ma questa volta non c’è la ghiaia a frenare le ruote della macchina, bensì vi è quella stupida gru contro la quale Jules batte violentemente la testa e con essa tutti quei sogni di gloria, dal Cavallino Rampante ad una carriera che avrebbe potuto essere costellata di successi e riconoscimenti.

Inutile riportare l’esito finale di quel gran premio, sospeso definitivamente 3 giri più tardi rispetto il drammatico episodio. Inutile raccontare delle polemiche nel post gara, riguardo alla questione sicurezza lungo il weekend nipponico e nella massima espressione sportiva dell’automobilismo. Inutile riportare le parole di dolore o quantificare il lutto di una normale famiglia della Costa Azzurra, che ha perso un figlio, un fratello. Inutile elencare i messaggi di cordoglio rivolti alla stessa famiglia da parte dei vari protagonisti del circus della Formula 1 o dello sport in generale. Basta semplicemente ricordare che oggi, a circa nove mesi da quel bastardo 5 ottobre vissuti in coma, all’età di quasi 26 anni, si è spenta la stella di Jules Bianchi. Sempre lì a Nizza, terra natia dove chissà quante volte avrà sognato le corse, poi la F1 e poi la Ferrari.

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