Martelli arrugginiti

Sabato pomeriggio il West Ham e la sua tifoseria hanno raggiunto uno dei punti più bassi nella loro storia, o almeno in quella recente.
Per gli Hammers è arrivata la 14esima sconfitta stagionale – la quarta nelle ultime 5 partite – con un sonoro 0-3 in casa contro il Burnley, ma il vero problema è ciò che è scaturito da questa ennesima disfatta: un’invasione di campo di più tifosi intenti a protestare verso la società, accusata di aver rovinato lo spirito di una delle squadre “operaie” per eccellenza e di averla, di conseguenza, portata sull’orlo del lastrico.
Le immagini di questo episodio hanno ovviamente fatto il giro del mondo, mettendo paura a molti riguardo un possibile ritorno del fenomeno hooligans – anche se parlare di hooligans nel 2018 sembra veramente esagerato, pure dopo questa protesta – ma anche trasmettendo in mondovisione la rabbia e la frustrazione di un ambiente che, da almeno un anno e mezzo a questa parte, sta vivendo una situazione davvero complicata e tutt’altro che risolvibile nel breve periodo.

Quella del West Ham è quindi una crisi che parte da lontano, una realtà capace di sognare in grande ma mai in grado di spiccare il volo. Abbiamo provato a investigare su questo caso, andando a caccia delle cause che han portato a questo arrugginimento dei martelli londinesi.

Mancanza di basi

La prima, e forse anche principale, causa di questa situazione in casa Irons è la totale mancanza di un progetto tecnico stabile.
La dirigenza del club londinese ha investito parecchio sul mercato nelle ultime stagioni con più di 180 milioni spesi dal 2015 ad oggi, confermando così l’intenzione di portare la squadra a competere stabilmente per posizionamenti più nobili di una normale salvezza, ma anche deludendo ripetutamente le alte aspettative che si erano create.
Sono arrivati giocatori dall’indubbio valore come Lanzini, Payet o Arnautović – che sembra aver trovato una seconda vita calcistica in maglia claret & blue – ma più che i componenti di una squadra solida sono sempre più parsi come i pezzi di una collezione, poco incline a portare a casa risultati soddisfacenti.

Il West Ham paga sostanzialmente un errore che tante squadre inglesi hanno patito nelle ultime stagioni: si è puntato sulla qualità e nomi altisonanti che fanno felici i tifosi, almeno sulla carta, ma ignorando totalmente l’aspetto tattico e quantitativo del gioco che, in fin dei conti, è quello che fa vincere le partite, soprattutto in un campionato intenso e fisico come la Premier League. Questa lacuna tattica nella progettazione si è quindi riversata sul gioco della squadra, portando gli Hammers a non avere la benché minima idea di gioco e la difesa più battuta del campionato.
Provate a guardare qualsiasi partita stagionale dei londinesi e noterete come la squadra è totalmente divisa in due blocchi non continui tra di loro, uno offensivo tutto sommato discreto ma anche uno difensivo davvero disastroso – 57 reti subite in 27 partite, più di due ogni 90 minuti. La sfida di sabato è stata semplicemente l’ultimo esempio eclatante di una difesa da incubo: subire 3 goal in casa dal 17esimo attacco di tutta la Premier è sicuramente un segnale allarmante, con tutto il rispetto possibile per il sorprendente e solidissimo Burnley di Sean Dyche.

A tutta questa mancanza di progettualità va aggiunta anche una guida non eccelsa, per usare un eufemismo: ne Bilić ne Moyes sono riusciti ad indirizzare la squadra sui giusti binari, nonostante le tantissime soluzioni alternative tentate.
Lo scozzese in particolare era apparso inizialmente come il salvatore della patria, prendendo la squadra dal terzultimo posto a inizio novembre e portandola addirittura a ridosso del decimo posto a fine gennaio, salvo poi crollare in maniera significativa e ritrovarsi nuovamente a poche lunghezze di distanza dalla zona retrocessione.
Entrambi i tecnici hanno sofferto o soffrono una squadra “corta” nelle rotazioni difensive e a centrocampo, sia per il già citato mercato che per infortuni, che gli ha portati ad alternare moduli e uomini intaccando ulteriormente la stabilità di tutta la rosa. Il West Ham non ha mai avuto nel corso della stagione una continuità di uomini, soprattutto nel reparto difensivo, e di conseguenza manca di quegli automatismi che possono tante volte sopperire alle lacune tecniche dei singoli.

Sfrattati

Al di là di tutti i discorsi tecnici e tattici possibili, alla base di questa situazione potrebbe starci una causa scatenante ben più spirituale: la demolizione di Boleyn Ground, mai veramente digerita da tutto il popolo claret & blue.
Boleyn Ground non è mai stato uno stadio normale, lì dentro l’orgoglio degli Irons diventava tangibile e tante volte spingeva la squadra oltre le proprie possibilità: era un’autentica tana dei lupi, una bolgia infernale per qualsiasi squadra fosse venuta a giocarci.
Il West Ham si è trovato improvvisamente privato della propria coperta di Linus, quell’arma in più che univa la squadra ai tifosi e permetteva quasi di giocare in 12; l’Olympic Stadium è senza dubbio di una bellezza architettonica strabiliante, ma non ha l’anima del suo predecessore, è come se le urla dagli spalti non riuscissero più a raggiungere le orecchie e lo spirito dei giocatori.

E’ difficile, se non impossibile, dimostrare l’effettivo impatto della demolizione del vecchio impianto sui risultati successivi della squadra, ma è stato sicuramente il primo fattore ad aver fatto partire questa contestazione e questi malumori tra i tifosi. La voglia di espandersi e di europeizzarsi della società ha senza dubbio tolto al West Ham buona parte della sua anima operaia che da sempre contraddistingue gli Hammers e questo non è per nulla andato giù a buona parte dell’ambiente, da sempre – come quasi tutte le società inglesi – attaccato in maniera viscerale alla tradizione ed alla propria storia.

Non fraintendete il discorso, non è una critica al tanto citato calcio moderno e nemmeno un trattato di nostalgia, stiamo semplicemente analizzando un cambiamento che ha tenuto poco conto del lato emotivo, quello che spinge la gente ad andare allo stadio anche se la squadra va davvero male, favorendo invece il marketing ed lato economico, sicuramente importante ma forse non fondamentale in questo caso.

Per capire alla perfezione cosa significasse Boleyn Ground per il West Ham prendete l’ultima gara disputata in quell’impianto: una rimonta, in pochi minuti, contro uno United decisamente superiore sulla carta. Gli Hammers non meritavano assolutamente di vincere quella gara ma si sono comunque sentiti spinti a farlo da una forza maggiore, che ora latita decisamente dalle parti dell’Olympic Stadium.
L’urlo dello stadio al 3-2 finale di Reed è qualcosa di inspiegabile e meraviglioso.

Se amate il calcio inglese, vedere una squadra storica come il West Ham in queste condizioni non può che farvi soffrire.
Una realtà trovatasi vittima di una gestione rivedibile, della sfortuna e di una serie di eventi che han portato alle contestazioni della partita col Burnley, un episodio che non può rimanere ignorato e che macchia indelebilmente la storia recente di questo club.
Da qualsiasi parte la si guardi, questa situazione è diventata ingestibile: la salvezza non sembra così improbabile – anche perché la squadra non è per niente inferiore alle dirette concorrenti –  e potrebbe anche arrivare tranquillamente ma, mettendo da parte i risultati, si ritornerebbe ciclicamente a queste condizioni ad ogni stagione.
Al di là del piazzamento finale di questa stagione agli Hammers serve un cambiamento, bisogna trovare un punto di contatto tra la dirigenza ed il resto dell’ambiente per portare il West Ham verso una nuova crescita, per il bene del calcio e della storia che rappresenta questo club.

 

 

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